Sinestesie in versi

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Sinestesia (gr. synàisthesis = percezione simultanea): consiste nell’associazione di due parolepertinenti a due diverse sfere sensoriali (del tipo «parole calde», «colori squillanti», «paura nera», «prezzi salati»). Es. «Io venni in luogo d’ogni luce muto» (Dante, Inferno, v. 28), dove luce si riferisce a una sensazione visiva, mentre muto rinvia a una sensazione uditiva; «fredde luci / parlano» (Montale, Ossi di seppia, Riviere, vv. 39-40), dove fredde appartiene al campo delle sensazioni termiche, luci a quello delle sensazioni visive, parlano a quello delle sensazioni acustiche. La sinestesia è soprattutto cara a Pascoli: «soffi di lampi» (Myricae, L’assiuolo, v. 5); «l’odorino amaro» (Myricae, Novembre, v. 3); «la terra ansante» (Myricae, Il lampo, v. 2); «all’urlo nero / della madre» (Quasimodo, Giorno dopo giorno, Alle fronde dei salici, vv. 5-6).
G. TELLINI, Letteratura italiana.  Un metodo di studio: La fabbrica del testo, Firenze, Le Monnier.

“In Corrispondenze,  Baudelaire aveva affermato che nel mondo della natura «i profumi, i colori e i suoni si rispondono», cioè che esistono rapporti segreti, analogie profonde tra dimensioni diverse della realtà. Rimbaud si spinge più lontano: non si limita, infatti, a sostenere che esistono delle corrispondenze tra i fenomeni naturali, ma, dando per acquisita questa idea, istituisce esplicite corrispondenze tra fenomeni naturali e altri eminentemente culturali, come i segni grafici e la loro resa fonica. A livello retorico, ciò si traduce nel predominio della sinestesia, cioè della figura che associa in una sola immagine o definizione elementi tratti da campi sensoriali differenti: sinestetica è la mossa fondamentale sulla quale è costruito l’intero sonetto, basata sull’associazione di una vocale (nello stesso tempo un suono e una forma grafica, che stimolano l’udito e la vista) a un colore e poi a una serie di immagini che mescolano esperienze e percezioni diverse. Ma sinestetico in senso più generale è l’occhio di Rimbaud, un occhio che associa, confonde, sintetizza”.   Mario Santagata  

"A noir, E blanc, I rouge, U vert, O bleu", installazione plastica e sonora di Eric Langer, Musée départemental Matisse du Cateau-Cambrésis,  2012 - 2013

“A noir, E blanc, I rouge, U vert, O bleu”, installazione plastica e sonora di Eric Langer,
Musée départemental Matisse du Cateau-Cambrésis, 2012 – 2013

“Io che ho conosciuto Rimbaud, so che se ne strafotteva che A fosse rossa o verde. La vedeva così e basta”.                                                                                                                                                                                                                  PAUL VERLAINE

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A. RIMBAUD, Delires, II. Alchimie du verb, Une saison en enfer, 1873
J’inventai la couleur des voyelles ! – A noir, E blanc, I rouge, O bleu, U vert. –  Je réglai la forme et le mouvement de chaque consonne, et, avec des rythmes instinctifs, je me flattai d’inventer un verbe poétique accessible, un jour ou l’autre, à tous les sens. Je réservais la traduction.

Ho inventato il colore delle vocali! –

A nero
E bianco
I rosso
O blu
U verde. –

Regolai la forma e il movimento di ogni consonante e, con ritmi istintivi, mi pregiai di inventare un verbo poetico accessibile, ogni giorno, a un senso diverso. Mi riservavo la traduzione. All’inizio fu uno studio. Scrivevo silenzi, notti, annotavo l’inesprimibile.

Fissavo vertigini.

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In generale il colore è un mezzo per influenzare direttamente l’anima. Il colore è il tasto. L’occhio è il martelletto. L’anima è un pianoforte con molte corde. L’artista è la mano che, toccando questo o quel tasto, fa vibrare l’anima. È chiaro che l’armonia dei colori è fondata solo su un principio: l’efficace contatto con l’anima. Questo fondamento si può definire principio della necessità interiore.”
W. Kandinskij, Lo spirituale nell’arte [1911], a cura di E. Pontiggia, Milano, 1989

Matteo Metta, E il colore si fece musica, «Avvenire», 8 aprile 2007
Si chiama «sinestesia» e non è altro che l’accostamento di percezioni che appartengono a sfere sensoriali diverse, come associare le parole ad un gusto, i suoni alle pennellate dei pittori. Un fenomeno una volta cantato dai poeti e che oggi interessa i neuroscienziati
«I profumi verdi» di Baudelaire e «l’urlo nero» di Quasimodo, «il pigolio di stelle» di Ungaretti e «il chiacchiericcio liquido» di Montale, senza dimenticare «la falce cieca» di Verlaine. Tra le figure retoriche che maggiormente si ricordano, anche quando gli anni del liceo sono passati da tempo, c’è sicuramente la sinestesia: l’accostamento di percezioni che appartengono a sfere sensoriali diverse. Quello che forse a scuola non ci hanno detto, è che la sinestesia non solo è materia cara ai simbolisti francesi e agli ermetici italiani, ma anche a neuroscienziati e psicologi della percezione. Perché in alcune persone, o meglio nel loro cervello, i cinque sensi non restano separati ma si confondono continuamente creando intrecci di sensazioni davvero bizzarri, chiamati appunto sinestesie o fenomeni di sinestesi.
Che poi tra questi soggetti – uno su duemila – siano annoverati anche Rimbaud, che, come ci fa sapere nella poesia Vocali, vedeva alcune lettere colorate («A nera, E bianca, I rossa, U verde, O azzurra»), oppure Baudelaire che in Corrispondenze dichiara apertis verbis che «i suoni rispondono ai colori, i colori ai profumi», questo è solo frutto della maggiore incidenza probabilistica che favorisce i creativi.
Gli esperti dell’Università californiana di San Diego, in base a calcoli fatti in quattro anni di ricerche, hanno appunto stimato, che otto sinesteti su dieci sono artisti. Fino al 2000, le ricerche sulla sinestesia erano piuttosto limitate, oggi invece gli istituti scientifici che se ne occupano sono sparsi in tutto il mondo, ognuno con una propria specializzazione.
A Edimburgo, Julia Simmer ha dedicato numerosi studi alla sinestesia lessico-gustativa, scoprendo che è abbastanza comune la tendenza ad associare le parole a un gusto. Per esempio il sapore di menta i sinesteti lo sentono non solo quando viene pronunciata la parola corrispondente (in inglese mince), ma anche una parola di suono simile (come prince, principe). Particolare curioso: l’associazione funziona anche con le immagini. Una donna vedendo la foto di un grammofono, pur non ricordando come l’oggetto si chiamasse, ha comunque sentito il gusto di cioccolato, che è quello che normalmente le evoca la parola grammofono.
A Zurigo, il neuroscienziato Lutz Jäncke studia le contaminazioni tra musica e sapore (sinestesia melo-gustativa). Dei musicisti di cui si è servito, la più dotata è risultata Elizabeth Sulston. Sin da bambina non solo era capace di vedere colori mentre ascoltava musica, ma quando ha cominciato a suonare il piano si è accorta di sentire dei sapori ben distinti in bocca: una terza minore per lei è salata, mentre una sesta minore sa di crema. Depistata ad arte, ha manifestato una sorta di cortocircuito sensoriale con la conseguente difficoltà a riconoscere gli intervalli giusti alla velocità consueta. Quindi non stava bluffando. Allo stesso modo il ricercatore Phil Merikle, dell’Università di Waterloo in Ontario (Canada), ha dimostrato come i sinesteti che fanno corrispondere i numeri ai colori riescono a fare calcoli aritmetici molto più velocemente quando trovano già associato il numero al colore che hanno in mente.
Il professor Jamie Ward dell’University College di Londra si è addirittura ispirato a Kandinsky e al suo desiderio di «creare quadri che si potessero ascoltare e musiche che si potessero vedere». L’incrocio percettivo cromo-uditivo è difatti il più comune tra i sinesteti. In un esperimento, la musica suonata dalla New London Orchestra doveva essere descritta con disegni.
Sorprendentemente le immagini evocate dai sinesteti erano molto simili tra loro, a differenza di quelle rappresentate dalle persone “normali”. Che i suoni si possano trasformare in pennellate di colore e viceversa, è anche il principio alla base degli studi condotti dal Cnr di Roma, nell’ambito del progetto europeo HELP, che hanno portato, finalmente tra tanta teoria, a un’applicazione pratica: la messa a punto di una tecnologia che potesse pe rmettere ai non vedenti di percepire i colori di un’opera d’arte attraverso la musica.
Dopo essere stata sperimentata sulla «Dama con licorno» di Raffaello, alla Galleria Borghese, la prima istallazione permanente è stata recentemente realizzata a Pompei, nella Casa dei Vettii, per rendere sinesteticamente percepibile ai non vedenti uno degli affreschi meglio conservati della città vesuviana: «Ercole che strozza i serpenti». A una sorta di bassorilievo bianco che riproduce tridimensionalmente il soggetto dell’affresco, traducendolo in maniera tattile, è associata una musica che riproduce “scientificamente” i colori per mezzo di un algoritmo. Quest’ultimo fa corrispondere le tre variabili del colore (tonalità, luminosità e intensità) alle tre variabili del suono (timbro, altezza, intensità). E la complessa gamma cromatica diventa magicamente sinfonia musicale.

PER APPROFONDIRE: 

Quando i colori si incontrano sulla tela, a cura di Didatticarte

Fabiola Mele, Chromapoems. Se le poesie potessero esprimersi a colori

P. Paissa, La sinestesia. Storia e analisi del concetto, 1995

S. Baron-Cohen, J.E. Harrison (Eds.), Synaesthesia. Classic and contemporary readings, Blackwell, London, 1997

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