Portate la fisica nella narrativa. E viceversa

Philippe Forest con «Il gatto di Schrödinger» scrive un romanzo «quantico», Carlo Rovelli parla di scienza in modo letterario. Ma gli autori italiani trascurano queste contaminazioni
Mauro Covacich, “Corriere – La Lettura”,  7 dicembre 2014

In questi giorni sono usciti due libri molto diversi che nondimeno, letti insieme, sembrano rimettere in circolo il flusso di pensieri che dalla letteratura conduce alla fisica e viceversa — due libri i cui autori non tessono blandamente le lodi del campo avverso, ma impiegano in modo antiretorico l’uno il linguaggio dell’altro, giovandosene a tal punto da produrre: il primo, un mirabile quanto inquietante oggetto che potremmo definire romanzo quantico; il secondo, una dissertazione di grande valore letterario sui rudimenti della fisica del ventesimo secolo.
Nel primo libro, Il gatto di Schrödinger (Del Vecchio Editore), Philippe Forest utilizza il più famoso esperimento mentale della fisica moderna come chiave di lettura, per non dire immagine-mondo, della sua propria esistenza personale. Erwin Schrödinger, insignito del premio Nobel grazie alla scoperta dell’equazione d’onda, nel 1935 inventa, con intenzioni paradossali e sottilmente burlesche, un esperimento mentale in cui dimostrare l’assurdità dell’interpretazione troppo letterale del principio di sovrapposizione sostenuto da Bohr e Heisenberg. Questo fondamento della meccanica quantistica infatti, una volta esteso dalla realtà subatomica alla macro-realtà (la nostra), comporterebbe che, come per l’indeterminazione degli stati delle particelle, anche per un gatto chiuso in una scatola sia necessario supporre la coesistenza simultanea di stato di vita e stato di morte fino a quando un osservatore non verifichi direttamente.
Il cortocircuito con l’esperimento si crea nella mente di Forest, il giorno in cui un gatto entra anche nella vita dello scrittore. Accade d’un tratto, durante un breve soggiorno di riposo nella casa al mare. È un gatto che sembra sbucare dal nulla, come partorito dall’oscurità in cui affonda il muro del giardino, un gatto venuto dalla notte a offrire la sua calda presenza di animale in un’esistenza fredda anche d’estate, quella di un uomo tramortito e, verrebbe da dire, evacuato, reso inabitabile dal dolore.
Philippe Forest ha raccontato il suo dolore nel capolavoro ustionante Tutti i bambini tranne uno, ma qui, a distanza di quindici anni, accenna appena alla morte di sua figlia, evitando con maestria l’impiego di un’arma infallibile come la commozione. Piuttosto perlustra il suo stato mentale insieme al nuovo ospite, venuto a fargli visita dalla realtà indefinita che si cela oltre il muro di cinta, realtà-non-realtà ovvero realtà «sovrapposta» alla quale il gatto torna spesso con un semplice balzo e dalla quale altrettanto improvvisamente riappare. Così per un anno.
Sono weekend fatti di passeggiate per sentieri sabbiosi e contemplazioni notturne qua e là interrotte da dialoghi con una voce femminile non meno evanescente del nuovo inquilino a quattro zampe. Forest cammina, fuma, sorseggia un whisky, osserva le misere piante del giardino, scambia poche parole con la sua compagna. È vivo ma, nello stesso tempo , è anche morto, come una particella subatomica e, a dispetto di Schrödinger, come il gatto che viene a trovarlo. Questa almeno è la sensazione che si è fatta largo in me mentre leggevo, al punto da lasciarmi credere che il libro fosse diventato la scatola stessa dell’esperimento, con lo scrittore autorecluso al posto della cavia. Ma a rendere particolarmente importante questo libro è il fatto che Forest non fa un uso suggestivo, estetizzante, del linguaggio scientifico. Al contrario, affronta la fisica con autentico desiderio conoscitivo, importandola nel territorio della letteratura senza disinnescarla.
Nel secondo libro, Sette brevi lezioni di fisica (Adelphi), Carlo Rovelli sembra riprendere a distanza il dialogo. Come la carica esplosiva della meccanica quantistica resta intatta nel romanzo di Philippe Forest, così il valore della scrittura è tutt’altro che ornamentale nel saggio dello scienziato. La curvatura dello spazio, le onde gravitazionali, i pacchetti di energia, il bosone, il tempo, il fatto che passato e presente esistano «solo quando c’è calore», ogni cosa viene spiegata in modo che sia compresa anche da una persona mediamente scolarizzata. Al di sotto la semplificazione scadrebbe nella retorica del facilese.
Non si tratta di parlare ai bambini, Rovelli vuole richiamare l’attenzione sulla bellezza di quelle scoperte, sull’eleganza delle loro equazioni, non banalmente divulgare. La fisica gode da sempre di grandi divulgatori — oggi, su tutti, l’anglo-iracheno Jim Al-Khalili —, ma per suscitare un interesse vero nell’interlocutore serve una scrittura non vicaria, che resti alta, limpida e insieme seduttiva, come quella di Rovelli.
Questa zona di intersezione tra scienza e letteratura è quasi per nulla frequentata in Italia, se si esclude il grande esempio di Daniele Del Giudice, la cui vocazione leonardesca lo rende affine a Paul Valery. Circa vent’anni fa, alla Sissa di Trieste (Scuola internazionale superiore di studi avanzati) Claudio Magris ha curato un seminario interdisciplinare a cui sono intervenuti molti scienziati. Sembrava l’inizio di qualcosa, ma non è stato così. In America vengono subito in mente Il dilemma del prigioniero di Richard Powers, La stella di Ratner di Don DeLillo, le considerazioni sul tennis e la trigonometria o le note di Infinite Jest di David Foster Wallace (trascuro colpevolmente, avendo interrotto per limiti di comprensione, il saggio sull’infinito).
Da noi invece anche i giovani tecnicamente più equipaggiati, parlo di narratori con un dottorato in matematica come Chiara Valerio o in fisica teorica come Paolo Giordano, solo di rado lasciano affiorare i loro saperi sulla pagina, e lo fanno con timidezza, quasi temessero di disturbare il lettore. Allora mi permetto una richiesta, a tutti gli scrittori scienziati: non rifilateci manualetti for dummies, fateci entrare davvero nel vostro mondo e noi proveremo a seguirvi. E dove non capiremo, sarà bello lo stesso. La letteratura è piena di cose belle e incomprensibili almeno dai tempi di Finnegans wake.

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