Archivi del giorno: 30/11/2014

Tutto in 5 minuti. Benvenuti nella cultura della “parte per il tutto”

García Marquez? I suoi incipit. “Casablanca”? La scena finale. Seneca? Bastano gli aforismi
È l’epoca del pensiero corto, ci illudiamo di conoscere un’opera gustandone solo un pezzo
Rischi? Come disse Woody Allen, “Ho letto in due minuti Guerra e pace con la lettura veloce. Parlava della Russia”

Maurizio Ferraris, “La Repubblica”,  30 novembre 2014

IL 7 novembre 1785 Goethe scrive a Charlotte von Stein: «Continuo a leggere Linneo: vi sono costretto, dato che non ho altri libri. Del resto è il miglior modo per leggere coscienziosamente un libro, un modo nel quale devo esercitarmi spesso, dato che non mi accade facilmente di leggere un libro sino in fondo». Se quello era Goethe, figuriamoci noi, oggi, nell’epoca del pensiero corto, del pensiero contratto e della lettura frammentaria non per mancanza di tempo (che a ben vedere è l’unica cosa al mondo che non possa diminuire), bensì per eccesso di offerta. E per l’abitudine internettiana di far durare qualcosa — la visione di un video, così come la lettura di una pagina web — per un tempo brevissimo, i classici cinque minuti.
Per far ascoltare ai suoi estimatori tutto L’anello del Nibelungo già Wagner li dovette sequestrare in un apposito teatro a Bayreuth. Oggi i loro pronipoti ascoltano La cavalcata delle Valchirie su YouTube, possibilmente nella versione di Apocalypse Now, più breve e movimentata. La parte sta per il tutto, lo sovrasta e lo cancella. Quando morì García Márquez i siti di tutto il mondo pubblicarono gli incipit dei suoi libri più famosi. Questo contribuirà all’oblio di Marquez più che un rogo di libri: conoscendo le prime due righe, i più avranno pensato di aver letto i romanzi, proprio come, un tempo, chi aveva fatto montagne di fotocopie si convinceva di aver letto anche gli ardui articoli fotocopiati. Lo stesso accade per i trailer cinematografici. Quello dell’ultima parte della trilogia tolkeniana dello Hobbit, La battaglia delle cinque armate, ha fatto protestare i fan perché è troppo completo; il che, a ben vedere, non è problematico ma emblematico: se un trailer di qualche minuto rischia di sostituire un film di tre ore, è lecito pensare che nel film ci siano due ore e cinquantasette minuti di troppo. Sapere che il film può ridursi al trailer non manca di condizionare la sceneggiatura. È probabile che Michael Curtiz, il regista di Casablanca, fosse consapevole delle scene madri presenti nel film. Ma non sapeva che oggi ben pochi si metterebbero su YouTube a vedere il film intero, preferendo l’estasi del frammento, e che tra costoro i più giovani non sapranno neppure che la parte rinvia a una totalità, senza la quale non è chiaro perché Ingrid Bergman tenga tanto a riascoltare As Time Goes By.
Bene, un regista di oggi questo lo sa, e costruisce il racconto in vista, prima di tutto, di ciò che metterà nel trailer — il resto non è principio attivo, ma eccipiente.
In altri casi ancora, il gusto del frammento si trasferisce da wikiquote al libro. Ad esempio, in una collana di Chiarelettere, Feelbook, Kafka ridotto ad alcuni suoi frammenti diventa guru della dieta (In forma con Kafka; c’è, anche, meno sorprendentemente, un Più saggi con Seneca: ma credetemi, è più facile diventare magri con Kafka che saggi con Seneca). E il quasi arcigno quotidiano The Guardian ha elaborato una serie di microcommedie da 5 minuti, però a onor del vero non c’è molto di nuovo sotto il sole: Achille Campanile si era portato avanti con le sue Tragedie in due battute, e sono passati sessant’anni da quando Augusto Monterroso ha scritto il romanzo più breve di tutti i tempi: «Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì».
In altre parole: la parte per il tutto, il frammento per l’intero. Con la conseguente illusione di padroneggiare una qualsiasi opera complessa — libro, concerto, film — gustandone solo un pezzo. E con un’intera generazione, quella dei nostri figli, che conosce e conoscerà i grandi capolavori di ogni settore dello scibile solo così, a piccoli pezzi. I rischi del pensiero corto sono sintetizzati (accorciati?) nella battuta di Woody Allen: «Ho letto in due minuti Guerra e pace con un sistema di lettura veloce. Parlava della Russia».
Tuttavia vorrei spiegare perché quella del pensiero corto, della citazione esemplare e spesso sbagliata, dello stereotipo fuorviante, sia una tentazione così forte. Non solo per noi, ma anche per i nostri antenati. Dopotutto, il Kafka nutrizionista non è più bizzarro dell’uso di Virgilio nel Medio Evo, quando l ’Eneide veniva adoperata come un libro sibillino da cui trarre profezie (di qui un possibile volumetto della collana di Chiarelettere: una antologia della Divina Commedia intitolata Viaggiare con Virgilio). La frammentarietà, cioè non solo il breve, ma l’incompiuto, può essere una scelta estetica, per esempio nel Romanticismo — un romanticismo eterno e non ancora concluso: fedele all’elogio del frammento in Schlegel, il Passagenwerk di Benjamin consiste in una incompiuta (dunque frammentaria) raccolta di frammenti tratti dalle fonti più disparate. Altre volte può essere un modo per trasmettere il sapere in modo compatto anche se compendiario. Le sette meraviglie del mondo sono le antenate delle compilation “le dieci canzoni più belle di sempre”; il resto è destinato all’oblio. Inoltre, spesso si legge sotto stress, per consultare, passando da un testo all’altro, e anche qui non da oggi. Nella Biblioteca Palafoxiana di Puebla, in Messico, fondata nel 1646, ricordo di aver visto un curioso marchingegno: una serie di ripiani disposti a ruota, come le pale di un mulino ad acqua. Su ogni pala si poneva un libro, e questo permetteva allo scrivente di disporre di più libri contemporaneamente, facendo girare la ruota. Ricordo di aver mandato la cartolina che raffigurava questo antenato del web a Jacques Derrida, che per parte sua aveva escogitato vari sistemi ingegnosi per consultare più libri contemporaneamente, e che alla domanda di rito del giornalista «Ha letto tutti i libri che ha in casa?» rispose: «Solo due o tre, ma molto molto bene». Altre volte il frammento non è una scelta, ma una necessità: è tutto quello che abbiamo. Si pensi ai famosi (e famigerati) frammenti dei Presocratici, di fronte ai quali il lettore deve comportarsi come il paleontologo, che dall’osso cerca di risalire allo scheletro, e poi di immaginarsi l’animale tutto intero. Di Anassimandro ci restano in tutto due righe, su cui si è strologato per millenni ricavandone un manuale di zoologia fantastica.
La logica della parte per il tutto illustra così almeno tre meccanismi implacabili che accompagnano la trasmissione dello scritto dalle piramidi al web: il frammento nasconde e cancella l’intero; la censura e la rimozione eccitano la curiosità, come nel caso dei testi degli eretici che sopravvivono nei libri degli inquisitori; e, soprattutto, “dai nemici mi guardo io, dagli amici mi guardi Iddio” (c’è la concreta possibilità che, col tempo e per complesse circostanze di trasmissione, di Zizek restino soltanto le barzellette, tradotte in italiano da Corbaccio).

Valerio Magrelli, Da Proust a Wilde la lunga strada delle scorciatoie. 
È un atteggiamento che nasce insieme alla letteratura e coincide con l’intento di impadronirsene ma evitando ogni fatica

L’IDEA di una letteratura in pillole parte dall’assunto che sia possibile spremere il succo di un libro buttandone la buccia, come da un frutto si estraggono le vitamine per una compressa. Si tratta di un atteggiamento che nasce insieme alla letteratura, e coincide con l’intento di impadronirsene, sì, ma evitando ogni fatica. Lunga, dunque, è la strada delle scorciatoie. Sin dall’antichità, la passione per i libri è andata di pari passo con la speranza di riuscire a leggerli senza sforzo. In apparenza paradossale o perverso (perché fare sesso più in fretta del necessario?), questo desiderio dipende in realtà da un fatto preciso: l’opera d’arte produce vantaggi anche extra-letterari — basti vedere l’amore delle citazioni nei discorsi politici. D’altronde, proprio per mostrare gli indubbi benefici legati all’ostentazione della cultura, il sociologo Pierre Bourdieu ha parlato di come il gusto crei una “distinzione” sociale. Ma che senso ha cercare di ottenerla senza attraversare le forche caudine del tempo, dello sforzo, della dedizione?
La lunga strada delle scorciatoie inizia con la mnemotecnica, cioè con un insieme di sistemi per imparare a ricordare meglio e più in fretta. Da Quintiliano a Giordano Bruno, una pratica simile serviva sia ai filosofi, sia agli oratori. In certo modo, è quanto promettono oggi i metodi di “lettura diagonale”, oppure una nuova app volta a risparmiare quell’80 per cento del tempo che la retina dissipa durante la lettura di un libro (visto che solo il restante 20 per cento risulta effettivamente dedicato alla sua comprensione). In attesa che queste tecniche diano qualche risultato, ci si continua a esercitare sugli autori considerati più difficili.
Sia chiaro: c’è anche chi rifiuta la lettura in toto. Prendiamo l’incontro con l’opera di Proust (che, seppure a suo modo, resta fra le esperienze più avvincenti). Un poeta come Paul Valéry ammise di averla letta «appena appena» — il che, riferito a un romanzo di sette volumi, pone seri problemi di interpretazione. Ben più perentorio, Anatole France scrisse: «La vita è troppo corta, e Proust, troppo lungo». Snobismi. Tornando ai nostri lettori in cerca di scorciatoie, come assaporare capolavori che esigono grande impegno? Senza citare quelli che il critico cileno Jorge Edward chiamò I tentativi impossibili ( da Finnegans Wake di Joyce, a Paradiso di Lezama Lima), come avvicinarsi a certe vette narrative? Esiste un uso “omeopatico”, ovvero per minime dosi, dei testi sacri? Possiamo spizzicarli, cioè attingervi in forma metonimica, secondo la figura retorica che indica “la parte per il tutto”?
Dipende. In Leopardi, ad esempio, la sintesi delle poesie e la densità della prosa nelle Operette morali, giustificano una lettura parziale dello sterminato Zibaldone, anche perché questo diario intellettuale (integralmente letto solo da pochi studiosi) consiste di sezioni spesso autonome. Con un romanzo-fiume, tuttavia, le cose si complicano. Cosa fare per poter dire di averlo letto? estrarne qualche passo? scorrerlo velocemente? La risposta più acuta e provocatoria è di Pierre Bayard, che nel saggio Come parlare di un libro senza averlo mai letto ( Excelsior, 2007), sostiene: «Essere colti, significa sapere orientarsi all’interno di un libro, e tale orientamento non implica la sua lettura integrale, bensì il contrario. Si potrebbe addirittura affermare che maggiore è questa capacità, minore sarà la necessità di leggere quel libro in particolare».

Per Bayard, un libro non si limita a se stesso, ma è costituito dal mobile insieme di tutta una serie di scambi suscitati dalla sua circolazione. Pertanto, ancor più che leggerlo, impadronirsene significherà prestare attenzione a tali scambi. Così, ha precisato Umberto Eco, si potrà scoprire di conoscere libri mai letti, poiché nel frattempo se ne erano letti altri che ne parlavano, li citavano, o si muovevano nello stesso ambito. D’altronde Oscar Wilde spiegò che, per riconoscere la qualità di un vino, non occorreva bersi un’intera botte. Ciò detto, non-lettori di tutto il mondo, unitevi!, e fate vostra un’altra celebre frase del medesimo autore: «Non leggo mai libri che devo recensire; non vorrei rimanerne influenzato».

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La storia è una maionese impazzita

Ogni testimonianza oggi è verità rivelata.
Il passato è ridotto a un serial televisivo o a un trekking in alta montagna.

Sergio Luzzatto,  “Il Sole 24 Ore – Domenica”, 30 novembre 2014

Le cose sonoandate in fretta. O comunque più in fretta di come io avrei mai immaginato. Nel volgere di una generazione – quella che separa me dai miei figli – la maionese della storia è impazzita. E non perché la mia fosse una generazione chissà quanto presa dal passato, mentre la generazione dei miei figli sarebbe chissà quanto ignorante o indifferente. Non si tratta di questo. Nelle scuole e nelle università, oggi come allora si incontrano ragazzi appassionati di storia. Ragazzi che vincono la tentazione, così naturale per la loro età, di vivere in un eterno presente o in un futuro anteriore, e che scelgono di guardare anche indietro: ragazzi che per aggiustare la loro visuale sull’oggi cercano una profondità di campo estesa allo ieri o all’altroieri. Sono una piccola minoranza, ovviamente. Ma erano una piccola minoranza anche quelli di trent’anni fa.
La maionese della storia non è impazzita a livello di domanda, è impazzita a livello di offerta. E la responsabilità di questo non può ricadere, evidentemente, sulla generazione dei quindicenni o dei ventenni di oggi. A esserne responsabile, semmai, è la generazione dei loro padri. Cioè la mia. Quella del famoso «riflusso» seguito al famoso «impegno» degli anni Settanta. Quella di adolescenti che dopo avere perso (senza troppi rimpianti) l’ultimo autobus della rivoluzione, scoprivano l’insostenibile leggerezza del compiere vent’anni durante gli anni Ottanta. Nell’Italia spensierata della Milano da bere, ma anche nell’Europa acuminata della Lady di Ferro.  E nell’Occidente che si disponeva a prendere per buona, dopo la caduta del muro di Berlino, la bufala all’americana sulla «fine della storia». È stata la mia generazione, quella di chi ha adesso cinquant’anni o giù di lì, la prima del secondo Novecento ad avere sorriso della grave massima di Cicerone, historia magistra vitae. Salvo trovarsi a dover misurare, ora, le estreme ricadute di quel sorriso di condiscendenza.
Per carità, evitiamo di farci incantare dalla retorica ciceroniana del De Oratore, che nella citazione completa del passo suona così: «historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis» (e nella traduzione di Wikipedia: «La storia è veramente testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra di vita, messaggera dell’antichità»). Lasciamo stare Cicerone. Ma teniamo aperta la citazione dal De Oratore, sulla schermata di Google, abbastanza per notare come la maionese della storia sia impazzita, da una ventina d’anni a questa parte, proprio nella misura in cui i diversi elementi della definizione ciceroniana sono stati mischiati e rimischiati senza criterio, come in un cocktail dell’assurdo. Niente Bellini o Rossini, niente Margarita o Bloody Mary: al cinema come in libreria, sui media come sul web, nell’attuale offerta pubblica di historia gli ingredienti e i valori della ricetta di Cicerone – testimonianza e verità, vita e memoria, magistero e messaggio – sembrano usciti dallo shaker di un barista ubriaco.
Che si tratti di un kolossal hollywoodiano o di un documentario di History Channel, di un romanzo storico francese o del saggio di un divulgatore italiano, delle pagine culturali di un quotidiano o del sito di un museo civico, non c’è oggi testimonianza che non venga contrabbandata come verità; non c’è messaggio che non venga spacciato per magistero; non c’è memoria che non venga confusa con la storia. Il passato bussa spesso alla porta del nostro mercato culturale, che sia sotto la forma di un film sui gladiatori o sotto quella di un serial sui Borgia, che sia come proposta di un trekking lungo le trincee della Prima guerra mondiale o come organizzazione di una gita scolastica ai forni crematori di Auschwitz. Il passato bussa, attira, e perfino fa cassa. Ma è un passato – paradossalmente – dimentico di storia, se per storia si intende qualcosa di più che le quinte di una coreografia o le sorprese di una sceneggiatura, che il brivido di un’emozione o la vertigine di uno spaesamento.
Intellettuali avvertiti avevano segnalato per tempo il rischio di un corto circuito “post-ideologico” fra ricerca e immaginazione, interpretazione e scrittura, non fiction e faction. Fin dal 1979 uno dei maggiori storici inglesi si era interrogato sui possibili effetti distorsivi di un «ritorno alla narrazione», dopo che per decenni la storiografia internazionale si era soprattutto affidata alla modellistica delle scienze sociali. Nel 1998, una studiosa francese della Shoah ragionava dell’avvento di un’«èra del testimone» in cui l’assunzione del punto di vista di un singolo personaggio della storia – la testimonianza, per l’appunto – aveva ormai assunto il carattere, prima ancora che di una necessità interiore, di un imperativo sociale. Oggi, la contaminazione dei generi intorno all’uso pubblico della storia è talmente diffusa che quasi nessuno, là fuori, sembra più intenzionato a porsi il problema.
Raro, per non dire eccezionale, è il caso del collettivo italiano di scrittura Wu Ming, che ha accompagnato e accompagna la propria attività letteraria – quasi tutti romanzi o racconti storici – con una riflessione insistita quanto acuta sulle forme e sulle implicazioni di una «New Italian Epic». Nella stragrande maggioranza dei casi, in Italia come all’estero, la maionese della storia impazza senza fare notizia. E senza che i critici letterari provino davvero a distinguere, se non l’olio dall’uovo, il grano dal loglio: l’impressionante cultura storica (oltreché l’invidiabile qualità stilistica) di un Javier Cercas o di un Emmanuel Carrère o di un Jonathan Littell, dalla finta confidenza con la materia dell’uno o dell’altro narratore travestito nei panni di un buono o di un cattivo del passato, partigiano polacco o gerarca nazista, alchimista del Rinascimento o terrorista delle Brigate rosse.
Gli storici di mestiere, per parte loro, esitano fra due strade. I più reagiscono all’invasione di campo di cuochi maldestri e baristi ubriachi trincerandosi nel ridotto dell’accademia. Scrivono libri illeggibili per chiunque non sia un loro collega d’università o un loro studente coatto. E li pubblicano con quanto resta loro a disposizione di fondi pubblici, il libero mercato editoriale non essendo più in grado di assorbire monografie destinate a poche decine di lettori. Ma così facendo, gli storici di mestiere allargano il fossato tra il sapere e il trasmettere, oltreché il fossato tra lo scrivere e il farsi leggere. Sempre più vengono percepiti dalla nuova generazione – quella dei loro studenti, che può coincidere con quella dei loro figli – come i patetici ufficiali di una Fortezza Bastiani (se soltanto i ragazzi di oggi leggessero Buzzati) arroccati a difendere il deserto dalla minaccia di un nemico inesistente. Un piccolo numero di storici professionisti, invece, reagiscono all’invasione di campo invadendo a loro volta il campo altrui, le cucine dei cuochi come i banchi dei baristi. Quasi fossero sospinti da un rigurgito marxiano di ostilità verso la divisione sociale del lavoro, abbandonano i luoghi e accantonano i ferri del loro mestiere – sale manoscritti delle biblioteche, buste degli archivi – per impugnare mixer e brandire shaker: si improvvisano artefici di intingoli e cocktails basati sulla contaminazione tra storia e letteratura. Senza rendersi conto che il talento narrativo è come il coraggio di don Abbondio, chi non ce l’ha mica se lo può dare. E senza sospettare che le loro divagazioni extra-storiografiche possono finire per gettare un’ombra, al limite, sul profilo stesso della loro produzione di storici.
È di altro che oggi si avverte il bisogno. Di un sapere storico saldamente ancorato alle regole del mestiere, eppure impaziente di uscire dalle secche di una comunicazione del passato tutta interna alla disciplina, riservata agli addetti. C’è bisogno oggi, da parte degli storici, di una rinnovata assunzione di responsabilità civile. Perché la domanda di historia che variamente emerge dal mondo della scuola, dal mercato dell’intrattenimento, dagli intrecci del web, non merita né di essere stroncata come imperdonabilmente superficiale né di essere vellicata con imperdonabile superficialità. A quella domanda di storia – quand’anche ristretta per vocazioni studentesche, confusa nei criteri culturali, caotica dentro l’orizzontalità della rete – merita di rispondere con un sovrappiù di investimento sulla qualità dell’offerta.
In effetti, l’intero problema dell’uso pubblico della storia rimanda a qualcosa di urgentemente contemporaneo, e di intrinsecamente politico: la grande questione dei common goods. Perché anche la storia – intesa sia quale scienza di un passato condiviso, sia quale tecnica di una memoria collettiva – deve essere oggi ripensata e tutelata quale «bene comune». Ma per valere da bene comune, la storia deve essere sottratta a chi vuole farne un bene indifferenziato: uno story-telling altrettanto spendibile alla fiera della creatività letteraria quanto nell’arena della propaganda politica. La storia è un bene troppo prezioso per essere lasciato in pasto a praticoni più o meno abili nella contaminazione dei generi e a liquidatori più o meno seduttivi di ogni cultura dei «professoroni».

Questo testo costituisce la premessa del libro di Sergio Luzzatto, Storia comune. Nuovi interventi, manifestolibri, Roma, pagg. 228

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