A beautiful life

Bruno Arpaia, A beautiful mind, ” Repubblica”, 23 novembre 2014 

In quest’epoca di crisi e scarse certezze le battaglie di personaggi come Alan Turing e Stephen Hawking ci affascinano ancora di più, forse perché riversiamo su di loro aspettative e desideri di trasgressione
Cinema, letteratura, tv raccontano le vite dei grandi scienziati che diventano così i nuovi, veri eroi dell’immaginario, tra scoperte epocali drammi privati e inevitabili cliché

IRREGOLARE , eccentrico, disadattato, marginale. Oppure colpito da malattie fisiche o psichiche. Però, sia chiaro, immancabilmente, luminosamente geniale. È così che lo scienziato piace al pubblico, specie cinematografico, almeno dai tempi di Will Hunting genio ribelle o da quelli di A beautiful mind, in cui Russell Crowe impersonava John Nash, l’ormai famoso matematico affetto da schizofrenia e vincitore del Nobel. Forse, andata fortunatamente in pensione l’idea romantica del pittore, del poeta, del musicista maledetto, tutto genio e sregolatezza, è sugli uomini di scienza che riversiamo le aspettative e i desideri di trasgressione del nostro immaginario prevalentemente umanistico. E li consacriamo come nuovi eroi.
Qualche anno fa, nel suo bel saggio Cinema e matematica , Michele Emmer notava il grande successo di questo tipo di pellicole e scriveva: «Volete realizzare un film, volete vincere un Oscar? Scrivete una bella storia di matematici!». Be’, gli hanno dato ascolto. Dal prossimo gennaio altre figure di scienziati geniali e problematici promettono di affascinare il pubblico. Sono in arrivo nelle sale italiane, infatti, due nuovi biopic, già acclamati al Festival di Toronto. Il primo film, intitolato La teoria del tutto, diretto da James Marsh e interpretato da Eddie Redmayne, racconta la storia di Stephen Hawking, l’autore di Dal big bang ai buchi neri. La vicenda del grande scienziato inglese è nota: nonostante i voti non eccelsi (le personalità geniali, si sa, non vanno mai bene a scuola), viene soprannominato “Einstein” dai compagni. Essendo, per l’appunto, un genio, Hawking si laurea a Oxford studiando appena un’ora al giorno, poi si trasferisce a Cambridge.
Ed è lì, nel 1963, che Stephen avverte i primi sintomi della malattia: una sclerosi laterale amiotrofica, degenerativa e incurabile. Ha ventun anni, e secondo i medici gliene restano da vivere soltanto altri due. Con quella minaccia sospesa sulla testa, Hawking si lancia nel campo delle ricerche cosmologiche. Oggi, sebbene abbia ormai perso quasi qualunque mobilità e comunichi attraverso un computer che traduce in parole i movimenti del suo occhio, è ancora tra noi, pronto a partecipare ai primi voli privati nello spazio o a recitare in un’altra puntata della serie tv The Big Bang Theory. Nel frattempo, ha fornito contributi scientifici fondamentali sui buchi neri (la famosa “radiazione di Hawking”), sulla possibilità di conciliare la relatività e la meccanica quantistica, sull’espansione dell’universo.
Il secondo scienziato che arriverà sugli schermi è Alan Turing, a cui è dedicato The Imitation Game, diretto dal norvegese Morten Tyldum e interpretato da Benedict Cumberbatch e Keira Knightley. Altra storia davvero romanzesca, quella di Turing: nonostante anche lui non brillasse tra i banchi, nel 1936, a soli ventiquattro anni, riesce a risolvere uno dei venti quesiti formulati da David Hilbert nel 1900, introducendo la “macchina di Turing” per dimostrare che esistono problemi matematici “indecidibili” e fondando in qualche modo l’informatica e gli studi sull’intelligenza artificiale. L’Intelligence britannica lo arruola per decrittare gli inespugnabili codici cifrati tedeschi, ottenuti grazie alla famosa macchina Enigma: Turing riesce nell’impresa, salvando milioni di vite. Non contento, subito dopo la guerra entra in competizione con il progetto americano di Von Neumann per la realizzazione del primo calcolatore elettronico, e nel 1948 vince la gara, realizzando il Manchester Mark I, e formulando le idee di base su quelle che oggi si conoscono come reti neurali. Poi però confessa sventatamente a un poliziotto di essere omosessuale. In Inghilterra, a quell’epoca, è un reato. Al processo i suoi meriti di scienziato non gli risparmiano la condanna a un anno, oppure, in alternativa, la castrazione chimica. Turing sceglie la seconda, che gli procura effetti devastanti. Nel 1954, ormai esausto, inietterà del cianuro in una mela e si suiciderà mangiandola. Dicono che il logo della Apple sia ispirato proprio a questo suo gesto estremo.
In Alan Turing. Storia di un enigma ( a cui il film è ispirato, e che Bollati Boringhieri ripubblicherà in gennaio), il suo biografo Andrew Hodges insinua che lo scienziato, depositario di segreti bellici, fosse anche considerato un rischio dai servizi segreti inglesi e americani e che, come già Robert Oppenheimer (è appena uscita per Bompiani una sua bella biografia firmata da Ray Monk), sia stato sacrificato sull’altare della sicurezza nazionale.
Nei due film, almeno a giudicare dai trailer, non ci verranno risparmiati i cliché che popolano il nostro immaginario sugli scienziati: Turing sarà scostante, altezzoso, avrà un’aria di sufficienza e ostenterà superiorità, mentre per Hawking si insisterà soprattutto sulla storia d’amore con Jane Wilde e sulla sfida alla propria malattia. Né, temiamo, ci sarà molto spazio per parlare delle loro scoperte scientifiche. Perché per noi profani gli scienziati restano comunque una specie di setta misterica, parlano un linguaggio incomprensibile: caratteristiche che li portano spesso all’irregolarità,  alla maniacalità o addirittura alla follia. Ovviamente, non è affatto così. Quasi mai matematici, fisici, biologi o geologi sono geniali e sregolati. Per fortuna, molti cineasti e romanzieri se ne sono accorti; e hanno scoperto che, nonostante gli scienziati siano di norma persone comuni, socievoli e curiose, senza il minimo problema relazionale, dedite con disciplina e fatica al proprio lavoro, spesso dietro le loro creazioni si celano comunque storie meravigliose. Tutte da raccontare. Come nel caso di Turing e Hawking: storie di caparbietà, di tenacia, di intelligenza, di immaginazione, di pensiero avventuroso e audace alle frontiere estreme della conoscenza. Storie perfette, per degli eroi cinematografici. Ai quali la malattia o la persecuzione per l’omosessualità aggiungono un ulteriore elemento: una fragilità che li umanizza, li rende più simili a noi e, dunque, raccontabili al grande pubblico, capaci di affascinarci, a prescindere dai tic, dalle eccentricità e dalle svagatezze del “genio”, almeno come noi lo immaginiamo.
Se portare sullo schermo le storie di questi “eroi fragili” e brillanti contribuirà a far capire quanto vicine siano la scienza e l’arte, quanta passione e allo stesso tempo quanta disciplina animino tanto un matematico quanto un musicista o un romanziere, allora questi film avranno davvero rivoluzionato il nostro immaginario. E potremo finalmente sbarazzarci dei vecchi luoghi comuni: addio, “genio e sregolatezza”.

Cédric Villani

Marco Cattaneo, Genio e sregolatezza, una falsa leggenda da mandare in soffitta

L’ULTIMO in ordine di apparizione è stato Matt Taylor, l’uomo che doveva passare alla storia per averci portato su una cometa e invece è stato costretto a scusarsi in lacrime per una camicia imbarazzante. Preceduto di un soffio da Cédric Villani, matematico francese vincitore della medaglia Fields nel 2010. Per lui niente tatuaggi e fumetti sexy; Villani veste abiti da dandy cui abbina vivaci cravatte a fiocco e vistose spille a forma di ragno.
Al contrario di questi due esemplari di scienziato da vetrina, dopo aver dimostrato la congettura di Poincaré, un problema che ha dato grattacapi ai matematici per tutto il XX secolo, Grigorij Perel’man ha rifiutato riconoscimenti come la medaglia Fields e il milione di dollari previsto dal Clay Institute per chi avesse risolto i sette problemi del secolo, ha lasciato tutti gli incarichi universitari e si è ritirato a vivere con la madre in una casa popolare alla periferia di Mosca. La sua ultima immagine, del 2007, lo ritrae nella metropolitana della capitale russa con capelli incolti, barba arruffata e un paio di vecchie scarpe bucate.
Insomma, gli scienziati dell’ultima generazione non fanno nulla per sfuggire allo stereotipo che vuole il genio accompagnato alla sregolatezza. O forse no. Perché a fronte di una manciata di personaggi fin troppo eccentrici, i laboratori sono popolati da migliaia di ricercatori brillanti, anche geniali, che hanno una vita ordinaria, non hanno problemi relazionali, non soffrono di patologie psichiatriche.
D’altra parte la frequenza di comportamenti stravaganti nei tratti biografici dei grandi scienziati non poteva non suscitare l’interesse… degli scienziati. Così nel 2005 Dean Keith Simonton, psicologo dell’Università della California, ha passato in rassegna una montagna di studi in materia per arrivare a una conclusione rassicurante, almeno per l’icona pop dello scienziato: l’associazione tra genio e tratti psicotici ha una forza considerevole. Ma c’è di più. Nel 2009 Szabolcs Kéri, psichiatra dell’Università Semmelweis di Budapest, ha scoperto, studiando un gruppo di persone altamente creative, che presentavano una variante di un gene legata a un maggiore rischio di schizofrenia. Quasi un’esplicita conferma della vita di John Nash narrata in A Beautiful Mind. Ma c’è un problema: la psicosi vera e propria, in Nash ma anche in tutte le altre persone che soffrono di queste malattie, soffoca il genio creativo, non lo alimenta.
Insomma, guardando alla figura di Nash, ma anche alla formidabile creatività degli scienziati stravaganti, il genio e la follia potrebbero convivere, rimanendo separati da un labile — ma valicabile — confine, come sosteneva già John Dryden, poeta inglese del Seicento. Quale sia quel confine è l’oggetto di studio di Shelley Carson, psicologa cognitiva di Harvard che dedica il suo lavoro agli ingredienti della creatività. Scoprendo che uno specifico fattore determina il successo creativo: la “disinibizione cognitiva”, vale a dire l’apertura a idee, immagini o stimoli ritenuti estranei, insoliti. Grande intelligenza e memoria di lavoro farebbero il resto, tenendo a bada gli effetti negativi della disinibizione — che accompagna anche la sregolatezza, per non dire la follia — e incanalandoli nel processo creativo.
Ma allora che cosa dovremmo dire alle migliaia di scienziati che hanno una vita perfettamente normale, non si mettono i calzini spaiati, non conservano appunti nel frigorifero? Forse faremmo bene a ricordare che le linguacce di Albert Einstein furono accompagnate dalla compostezza del “danese tranquillo”, Niels Bohr, come lo definisce Abraham Pais nella sua monumentale biografia. E alle bizzarrie di Paul Dirac, uno dei padri della meccanica quantistica, replicare con la grigia quotidianità di Werner Heisenberg, che pure fu uno dei fisici più visionari del XX secolo. E ancora che se Steve Jobs suggeriva «stay hungry, stay foolish » («siate affamati, siate folli »), Thomas Edison sosteneva che il genio è «per l’1 per cento ispirazione e per il 99 per cento sudore».
Ma soprattutto dovremmo imparare a non farci condizionare dagli stereotipi. Così, dietro l’immagine dello scienziato eccentrico, potremo mettere meglio a fuoco il contributo che tutti quei protagonisti, eccentrici o meno, hanno dato al cammino della conoscenza e della civiltà.

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