Continuiamo a scrivere a mano

Luca Barcellona, Take Your Pleasure Seriously

…non per nostalgia del passato ma perché è importante nei processi di apprendimento, “Corriere della Sera”, 16 novembre 2014
Soltanto dieci anni fa scrivere con una tastiera era uno sforzo che richiedeva un corso di dattilografia. Oggi alzi la mano chi ha prodotto, recentemente, un testo medio-lungo usando la penna, la matita, la stilografica. In corsivo, per di più. Per carità, esistono ancora autori che sostengono di scrivere i loro libri rigorosamente a mano. Donna Tartt lo ha fatto con il suo ultimo romanzo, Il cardellino, quasi novecento pagine. Certo, a scuola si impara il corsivo, ma ormai i bambini di sette anni sono più veloci dei loro genitori (certo dei loro nonni) a digitare su tablet e telefonini. Negli Stati Uniti, dove ogni cambiamento del costume porta con sé una regola nuova, hanno tratto una conseguenza: lo stampatello basta e avanza, la scrittura che lega tra loro le lettere di una parola non fa più parte degli insegnamenti obbligatori del «Common Core Curriculum Standard», la base dell’insegnamento in tutti gli Stati. La Francia ha fatto il contrario (lo ricordava ieri Le Monde): dall’inizio degli anni Duemila il ministero dell’Istruzione ha invitato i docenti a insegnare il corsivo dall’ultimo anno della scuola materna.
Difendere la scrittura corsiva non è soltanto una questione di nostalgia o di passatismo. Molti neuropsicologici, infatti, sottolineano l’importanza dell’apprendimento del corsivo nello sviluppo psicologico e cognitivo dei bambini, nell’acquisizione di competenze di analisi e di sintesi, nell’espressione della propria personalità, mettendo in guardia anche sul fatto che a bbandonare la scrittura manoscritta potrebbe rallentare l’apprendimento della lettura.
Demonizzare l’uso dei computer, anche nelle scuole, è una battaglia di retroguardia che non ha nessun senso, la loro utilità, a tutti i livelli, è fuori di dubbio, ma si tratta di affrontare le cose con lungimiranza. Perdere la capacità di collegare tra loro le lettere, è, un po’, anche perdere la capacità di collegare tra loro le cose.

Gabriel Joseph Marie Augustin Ferrier

Maria Novella De Luca e Irene Maria Scalise, La fine della penna, “La Repubblica”,  25 novembre 2014
I nativi digitali la usano sempre meno
Dal 2016 la Finlandia la metterà al bando dalle classi, ma un esperimento italiano rilancia le virtù della scrittura manuale: migliora ricchezza lessicale e capacità di sintesi dei bambini

QUATTRO mesi, per quindici minuti al giorno. Provando a dimenticare tastiere e touch. Lettere maiuscole e lettere minuscole che scorrono sul foglio, intersecando segni e pensieri, simboli ed emozioni. Il tondo della “o”, il gambo della “g”, l’asta della “t”, il manico della “f”. Curve, linee, pieni e vuoti. E a sorpresa quattrocento bambini digitali di otto, nove e dieci anni riscoprono la scrittura in corsivo, e in poco più di cento giorni il loro lessico, punteggiatura e ortografia, migliorano sensibilmente. Così mentre il mondo celebra (o piange) la morte della calligrafia e degli esercizi a penna, mentre addirittura la Finlandia delle scuole più belle del pianeta annuncia, dal 2016, l’addio ad ogni forma di compilazione manuale, un piccolo esperimento italiano rilancia con forza le virtù del corsivo. Ri-alfabetizzazione di bambini e ragazzi che volando dallo stampatello alla tastiera, dicono i più pessimisti, rischiano di non saper più né leggere né scrivere. E di perdere a furia di esercitarsi sui tasti, quell’abilità sottile delle mani che l’uso della penna regala.
È stato un famoso pedagogista italiano, il professor Benedetto Vertecchi, tenacemente convinto del pericolo che la scuola 2.0 cannibalizzi capacità e competenze dei più giovani, ad ideare un singolare progetto che ha coinvolto quasi quattrocento bambini di due scuole romane. «Abbiamo chiesto alle insegnanti di far scrivere ad ogni allievo, per quindici minuti al giorno, brevi testi e pensieri di quattro o cinque righe, utilizzando unicamente il corsivo. È ormai evidente — dice Vertecchi — che alla diminuzione della capacità di scrittura corrisponda una minore coordinazione tra pensiero e azione. Ma anche un peggioramento nell’organizzazione del discorso, un impoverimento del linguaggio e della memoria».
I risultati di questo singolare laboratorio, dal titolo latino “Nulla dies sine linea”, citazione da Plinio il Vecchio, sono stati sorprendenti. «Man mano che i bambini si abituavano ad usare la penna, visto che ormai anche in molte scuole primarie si stanno diffondendo le tastiere, abbiamo visto progressivi miglioramenti. Nell’accuratezza e ricchezza del linguaggio, nella struttura della frase, addirittura nell’ortografia». Segno cioè che nella scrittura corsiva il pensiero corre fluido dalla testa alla mano, a differenza di quanto accade con lo stampatello, che spinge invece al fraseggio sincopato e spezzettato.
Un coraggioso ma solitario tentativo di rieducazione pedagogica quello ideato dal professor Vertecchi, che rischia di venire divorato dalla globalizzazione del sapere in “power point”. Profetizza infatti Paolo Ferri, docente alla Bicocca e grande esperto del rapporto tra culture tecnologiche ed educazione: «Un futuro digitale è inevitabile, anzi siamo in forte ritardo e il nostro sistema scolastico è assolutamente impreparato. Non c’è un linguaggio che deve sovrastare l’altro, il computer e la penna possono convivere, l’importante è evitare ai bambini di essere calati in un contesto schizoide». Mentre cioè a casa e con gli amici, anche i più piccoli vivono una vita da nativi digitali, quali effettivamente sono, in classe si ritrovano d’un colpo in un’altra epoca. «Frequentano aule dove non esiste nulla, neanche il computer, per non parlare di tablet e Lim. E da questa contraddizione spesso nascono gravi problemi di insegnamento ».
Un punto di vista opposto dunque a quello di Vertecchi. Anche Ferri però concorda con la necessità di non perdere l’abilità manuale che la scrittura in corsivo sviluppa. «Paesi come la Finlandia, che puntano oggi soltanto sul digitale, non trascurano per niente la motricità fine, ma la sostituiscono con attività come il disegno, la creta, la musica che purtroppo nelle nostre scuole non sono sviluppate».
Bisogna allora spostarsi in Umbria, a Giove, nella scuola elementare dove insegna il maestro Franco Lorenzoni. Qui il sapere dei bambini si crea in un particolare percorso dove lo studio e l’esperienza della natura e dell’arte, l’abilità di accendere un fuoco e quella di imparare una poesia si fondono insieme. Famoso per aver promosso nel 2012 una petizione, perché fino agli otto anni computer e lavagne digitali restino fuori dalle aule dei più piccoli, Lorenzoni ha di recente raccontato la sua esperienza di maestro nel libro “I bambini pensano grande. Cronaca di un’avventura pedagogica”.
«Il corsivo sviluppa uno straordinario legame tra il pensiero e la mano, oggi i bambini sanno usare le tastiere ma non sanno più allacciarsi le scarpe. Trovo giusto lasciare maggiore libertà anche a chi vuole usare lo stampatello, ma l’importante è far recuperare a questa generazione l’uso delle mani, al di là dei pollici che servono per digitare i messaggi». Arte, natura, laboratori, la matematica, la storia, ma anche veder nascere un vitellino. Per Franco Lorenzoni, nei primi anni la scuola «deve essere un controcanto, preservare, essere anche un po’ anacronistica rispetto alla società: i bambini possono imparare che il sapere non è soltanto dentro il computer, ma dappertutto, nella vita, nell’esperienza…». Ma la scuola non è l’unica “imputata”. I piccoli scrivono sempre di meno non solo per l’abbuffata di pc e tablet che li circondano quanto per la mancanza di esempi. «Sono gli adulti, genitori compresi, a non saper più convivere con la penna — incalza la calligrafa Monica Dengo — non possiamo colpevolizzare soltanto gli insegnanti». A rischio poi c’è anche la memoria: «I contenuti scritti con la propria penna restano assai più impressi nella mente, rispetto a quando si utilizza il computer». E il paradosso, aggiunge Dengo, è che proprio i grandi guru della Silicon Valley se ne guardano bene dall’abbandonare i loro blocchi di appunti e le loro (lussuosissime) penne. «I tavoli dei manager di Microsoft e Google ospitano computer e tablet ma anche tanti fogli e appunti volanti». A riprova di quanto la manualità sottile sia una dote da non far cadere nell’oblio, la calligrafa Dengo ricorda: «Il Giappone dove si mangia con le bacchette, che richiedono abilità e delicatezza, è il paese nel quale i bambini hanno la più elevata capacità di uso della scrittura».

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Stefano Bartezzaghi, Non abbandoniamo quelle lettere che danno forma ai nostri pensieri, “La Repubblica”, 25.11.14

NON si tratta di diffidare o meno delle nuove tecnologie. Casomai, di distinguere fra i saperi necessari e quelli non necessari. L’ostracismo dato dalla scuola finlandese (sin dalla prima elementare) a penne e matite si può infatti prendere come un passo inevitabile verso un futuro in cui saper scrivere a mano necessario non sarà più: così come non è necessario saper estrarre radici quadrate (ci sono le calcolatrici), o saper accendere un fuoco con due legnetti (ci sono fiammiferi e accendini). Avremo sempre con noi un tablet, un bloc-notes elettronico, uno smartphone o qualcos’altro che verrà, su cui appuntarci qualsiasi cosa ci serva, dalla lista della spesa all’appuntamento col dentista. Facile prevedere lo sgomento di conservatori, apocalittici (e magari lobbisti dell’inchiostro) e il sorriso stupito e trionfale degli entusiasti del nuovo — inteso come rottamazione del vecchio — che non immaginavano si fosse arrivati già a questo punto.
Alla scrittura, proprio nel senso dello scrivere manuale, sono connesse una quantità di competenze motorie, psicologiche e linguistiche che l’uso di tastiere non sollecita affatto: ma probabilmente anche una qualche Gilda dei Maniscalchi avrà fatto obiezioni simili, quando al traffico automobilistico fu consentito di soppiantare la trazione animale.
Nel caso della scrittura, però, è forse possibile avanzare qualche dubbio in più. E, magari, porre una questione di fondo che perlopiù si finge stia veramente troppo in fondo per meritarsi di essere posta. La questione è:  ciò che si insegna a scuola ha da essere puramente funzionale, deve sempre servire, in termini di efficienza e competenza pratica? Il fatto che una certa attività diventerà meno frequente, una volta finita la scuola, è sempre una ragione per cessare d’insegnarla o, in certi casi, può essere addirittura una ragione per continuare a insegnarla? Dante, l’insiemistica, Parmenide e l’orografia australiana a quante professioni servono? Allora perché a scuola non impariamo piuttosto a sostituire un pneumatico o a trattare con un direttore di banca?
I finlandesi dicono che tanto i bambini a sei anni sanno già scrivere e l’importante è che si abituino da subito a usare una tastiera. Sarà, ma a sei anni i bambini sanno già usare una tastiera molto meglio di quanto sappiano scrivere a mano, e questo succede perché usare una tastiera è molto più facile. E poi oltre che scrivere sanno anche rileggersi? C’è da dubitare che possano accorgersi di avere commesso un errore ortografico, se sulla carta non compare la sottolineatura rossa zigrinata con cui i correttori automatici dicono al videoscrivente: «Guarda un po’ qua, se ti pare davvero giusto».
A qualsiasi apparecchio sia collegata, dalle prime macchine da scrivere e dalle etichettatrici Dymo sino agli smartphone con tasti touch, una tastiera fa scegliere le lettere, non rende necessario saperle formare : cosa benedetta quando si scrive di getto e le dita corrono alla velocità del pensiero, a volte anche di più. Ma chiunque scriva molto per mestiere conosce anche il momento dell’indugio e del blocco: carta e penna, si scrive una scaletta o qualche frase di prova perché proprio il bisogno di muovere la mano a fare linee, occhielli e puntini aiuta a trovare il modo di dare forma alla materia che ci appare caotica e confusa nel pensiero.
L’entusiasmo per la rottamazione applica una coazione a rimuovere qualcosa per far posto a qualcos’altro. Ma il nostro cervello è ospitale e la confidenza con la tastiera (in una settimana ci si può impadronire di ogni sua funzione) può tranquillamente convivere con una buona competenza grafica. Perché scegliere? Gli automobilisti possono passeggiare, i motociclisti possono andare in bicicletta, gli scrittori possono leggere, i professori possono imparare. Non si vede perché gli studenti non possano scrivere sia a mano, sia con tastiera.

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