Donne di scienza

Roberta Zunini, Regina della fisica. La “particella di Dio” nelle mani di Fabiola, Lady Cern, “Il Fatto”, 5 novembre 2014

L’esploratrice dell’invisibile, Fabiola Gianotti, due anni fa era finita sulla copertina del Time. Ritratta di profilo, sembrava una sovrana rinascimentale. La corona le è stata ufficialmente consegnata ieri quando è stata nominata direttrice generale del Cern di Ginevra. La scienziata 52enne italiana, già candidata al Nobel nel 2013 è ora a tutti gli effetti la regina della Fisica, perché il Cern è il regno della ricerca scientifica mondiale dove è stata provata l’esistenza del bosone di Higgs. Ed è stata proprio questa elegante signora, diplomata anche in pianoforte al Conservatorio di Milano, a coordinare gli esperimenti che hanno permesso di catturare la cosiddetta “particella di Dio”, il mattone sub atomico che costringe tutte le componenti della materia ad aggregarsi.
È la prima volta che una donna viene scelta per dirigere il laboratorio europeo di fisica delle particelle fondato 60 anni fa da alcune nazioni tra cui l’Italia e ancora oggi uno dei pochi fiori rimasti all’occhiello del nostro disastrato Paese, vista la costante presenza nel ruolo che è stato assegnato a Gianotti di “cervelli” laureati nelle università italiane:  Edoardo Amaldi, Luciano Maiani e Carlo Rubbia, Nobel nell”84. Fabiola Gianotti è entrata al Cern appena laureata, distinguendosi fin dall’inizio anche per la sua abilità nel far interagire al meglio le squadre di ricercatori.
Il successo è arrivato con l’ideazione e il coordinamento di “Atlas”, uno dei mega-esperimenti lungo l’anello sotterraneo di 27 chilometri del Large Hadron Collider.
IN UN’INTERVISTA HA DETTO: “La leadership nasce per consenso e non può essere imposta dall’alto. Credo nelle organizzazioni leggere, dove le gerarchie servono per essere più efficienti, ma non diventano un elemento di rigidità che soffoca l’iniziativa e la creatività delle persone”. Renzi, che ha subito chiamato Gianotti per congratularsi, dovrebbe riflettere su queste parole e anche sui profitti in immagine e indotto che l’Italia ricava dal Cern. La nostra partecipazione quest’anno ci costerà circa 100 milioni di euro, più o meno 2 euro a contribuente. Molto meno del Senato: 540 milioni, e considerato che la fisica atomica ci ha regalato non solo Internet – sviluppato proprio al Cern – ma anche gli strumenti che hanno permesso a milioni di malati di cancro di salvarsi. È grazie agli esperimenti condotti al Cern se oggi disponiamo di strumenti di diagnosi e cura come Tac, Pet e radioterapia.

Fabiola Gianotti: “Io, Lady della fisica, sogno una scienza per unire il mondo”. Una donna italiana alla guida del Cern. Intervista di Barbara Gallavotti, “La Stampa”,  5 novembre 2014

Gabriele Beccaria, Non sprechiamo un’occasione irripetibile, “La Stampa”,  5 novembre 2014

«Cosa c’è là fuori?». È la domanda delle domande che ossessiona i fisici e che da ieri ha un’eco ancora più profonda nel cervello di Fabiola Gianotti, ora Direttore del Cern. Dal 2015 l’acceleratore «Lhc» cercherà di dare una risposta definitiva a domande finora impenetrabili, come la materia e l’energia oscura.
Fabiola Gianotti è stata considerata la scienziata migliore per questa avventura nell’Universo profondo che ha un’aura grandiosa, da far impallidire la trama di un kolossal come «Interstellar». Leader di uno dei due esperimenti che nel 2012 ha scoperto il Bosone di Higgs, ha dimostrato capacità multiple: la creatività della ricercatrice di razza e l’abilità – molto femminile – di motivare vasti team internazionali, spesso affollati di maschi che vorrebbero essere tipi «alfa», cioè dominatori.
Altri due grandi italiani l’hanno preceduta, Carlo Rubbia e Luciano Maiani. E il Cern stesso ha avuto tra i suoi padri fondatori, 60 anni fa, un’altra star tricolore, il «ragazzo di Via Panisperna» Edoardo Amaldi. Ora Fabiola Gianotti continua una tradizione di visione e genialità che il mondo ci riconosce e che non si è mai avvizzita: un made in Italy di formule, teoremi e tecnologie non meno elegante e seducente delle giacche e delle scarpe di cui sempre ci entusiasmiamo. L’Italia, poi, è il quarto contribuente di quella scintillante impresa europea che è il Cern e da anni invia tra Svizzera e Francia pattuglie di fisici che sono diventati personaggi di spicco di molti dei test che si conducono nell’anello sotterraneo dell’«Lhc». Ma la sfida è così impegnativa che, adesso, occorrono nuove risorse e nuove motivazioni. La nomina di una «First Lady» della fisica come Fabiola Gianotti è un’occasione unica per l’Italia: per ripensare il nostro posto nella scienza mondiale. E renderlo un po’ più grande e promettente. Il nostro passato dice che ce lo meritiamo.

Giovanni Caprara, Signora delle particelle. Il sogno di ballare alla Scala e l’amore per il pianoforte, “Corriere della Sera”, 5 novembre 2014

«Sognavo di diventare una ballerina del teatro Bolshoi o della Scala. Mi attirava danzare, disegnare figure nell’aria, ma ero anche una bimba curiosa, cercavo mondi nella fantasia. E così arrivai alla scienza».
Fabiola Gianotti, protagonista della scoperta del bosone di Higgs, la famosa «particella di Dio», ha appena ricevuto la notizia della nomina a direttore generale del Cern di Ginevra. «È capitato tutto all’improvviso e la giornata è diventata frenetica». Ma la voce è sempre calda, le parole veloci: «Avrò molto lavoro da fare», dice, come se dovesse affrontare uno dei tanti normali compiti che già affollano la sua agenda quotidiana.
Il Cern, il laboratorio europeo di ricerca nucleare, è oggi il luogo più importante al mondo per indagare la natura e, grazie al super acceleratore Large Hadron Collider, per volare in quel nuovo mondo inseguito da bambina. «Studiavo e leggevo la biografia di Marie Curie e la sua passione, la sua dedizione mi hanno contagiato portandomi a studiare fisica». Da allora ha dedicato la vita alla ricerca. Fabiola Gianotti, 52 anni, romana d’origine, si è formata all’Università Statale di Milano e vent’anni fa, scienziata dell’Istituto nazionale di fisica nucleare, è entrata al Cern studiando alcune parti del superacceleratore con il quale avrebbe più tardi lavorato.
Quando guidava l’esperimento Atlas era a capo di tremila ricercatori di ogni nazionalità. «La fisica al Cern ti porta a vivere in una dimensione umana straordinaria senza differenze di sesso, età, nazionalità. Qui ci si misura con le capacità che si è in grado di esprimere e per certi aspetti potrei dire che al Cern la scienza è donna, perché ognuna di noi gode delle stesse opportunità, senza timori, in un confronto di cultura e valori individuali che forse non ha pari altrove. Bisogna solo credere e vivere fino in fondo ciò che abbiamo scelto».
E con questa consapevolezza guarda con entusiasmo al futuro. «So di avere davanti prove difficili da affrontare, dovrò compiere scelte ardue, ma sogno di mantenere il Cern al vertice dell’eccellenza scientifica mondiale. La fisica fornisce basi della conoscenza che possono trasformarsi in tecnologie preziose. Chi pensa che la fisica quantistica sia presente nelle telecomunicazioni per codificarle, ad esempio, oppure che nel Gps ci sia l’applicazione della teoria della relatività di Einstein? Eppure è così. Lo stesso Web è nato al Cern».
Quando racconta le sue ricerche, Fabiola usa con disinvoltura la parola «bellezza» per comunicare il fascino delle dimensioni che esplora con la mente. «La nuova fisica è un giardino incantato», spiega facendo scivolare le parole verso le altre passioni che l’accompagnano. Ha un unico rammarico: la sfida di cui è stata protagonista l’ha allontanata un po’ dalla musica, dall’amato pianoforte. «Le note di Schubert, il mio autore preferito, mi riempivano l’animo. Ora il mio tempo è tutto nella musica della nuova fisica».
«Non so se riuscirò a eguagliare i grandi italiani che mi hanno preceduto alla guida del Cern: Edoardo Amaldi, che ne è stato uno dei fondatori; Carlo Rubbia, che qui ha conquistato il Nobel; Luciano Maiani, che ha dato il via alla costruzione del nuovo acceleratore Lhc. Avverto la grande responsabilità del mio compito, il prestigio che l’accompagna, ma non sono preoccupata e sono cosciente della modestia con la quale devo guardare al mio impegno. Qui si può far progredire la scienza, ma il Cern ha anche valore come luogo di educazione, e come laboratorio di straordinaria interazione sociale nella quale il concetto di pace è alla base dello studio, della convivenza e dell’esplorazione».
Fabiola Gianotti ha conquistato la copertina del settimanale americano Time come donna dell’anno, la rivista Forbes l’ha inclusa tra le cento donne più influenti del mondo, il suo nome è di prestigio in tanti comitati internazionali, e numerosi sono i riconoscimenti attribuiti al suo lavoro. Lei sorride e accompagna le parole verso l’amore per la fisica ricordando con orgoglio di appartenere a una preziosa tradizione italiana che con Enrico Fermi ha avuto il suo caposcuola.

Elena Cattaneo, La «regina» della fisica e la lezione da capire, “Il Sole 24 ore”, 5 novembre 2014

Dopo l’emozione e la soddisfazione per il premio Nobel andato l’anno scorso ai fisici Higgs e Eglert, che avevano previsto la particella scoperta nel luglio scorso al Cern di Ginevra, Fabiola Gianotti, la quale aveva guidato uno dei team protagonisti di quella scoperta, consegue un traguardo di ulteriore prestigio. A lei, infatti, sarà affidata la guida del Cern per i prossimi cinque anni.

È un riconoscimento formidabile per la collega, laureatasi in Fisica nella mia stessa Università, la Statale di Milano, che sarà la prima donna a guidare l’importante laboratorio internazionale, e l’indicazione di una qualità scientifica indiscussa della tradizione italiana nel campo della fisica sperimentale. Essere scelta per coordinare ricerche complesse e che vedono coinvolti numerosi e diversificati gruppi capaci di produrre masse ingenti di dati, significa avere dimostrato grandi doti scientifiche, cioè una efficace padronanza delle più avanzate e sofisticate teorie che stimolano esperimento capaci di affascinare ancora l’uomo della strada, come quello che ha portato a dimostrare l’esistenza della cosiddetta “particella di Dio”. Ma vuole anche dire che Fabiola Gianotti ha dimostrato superiori capacità organizzative, ovvero di saper mediare dinamiche politiche e governare una comunità di individui altamente competitivi, come sono gli scienziati che raccolgono e affrontano alcune delle più avanzate sfide della conoscenza. L’auspicio è che ai riconoscimenti internazionali che gli scienziati italiani stanno raccogliendo, nonostante il perdurante scarso interesse della politica per la ricerca scientifica, faccia quanto prima seguito un’inversione di tendenza sul piano del sostegno alla scienza in questo Paese. Segnali come questo dovrebbero essere amplificati dal Governo e dal Parlamento, per mandare ai giovani e al Paese messaggi di fiducia negli investimenti culturali e per costruire competenze specialistiche nei settori scientificamente e tecnologicamente più avanzati. I successi professionali e culturali di scienziati come Fabiola Gianotti dovrebbero altresì ispirare meglio i progetti di riforma della scuola, perché in un sistema economico e civile globale fondato sulla conoscenza, la “buona scuola” sarà tale solo se saprà dare la giusta centralità al metodo di produzione delle conoscenze scientifiche.

In senso orario, da sinistra a destra: Jane Goodall, Rachel Carson, Mary Leakey, Mae Jemison, Marie Curie, Rosalind Franklin

In senso orario, da sinistra a destra: Jane Goodall, Rachel Carson, Mary Leakey, Mae Jemison, Marie Curie, Rosalind Franklin. Fonte National Geographic

Marguerite Del Giudice, Why It’s Crucial to Get More Women Into Science, National Geographic, 7 novembre 2014

Non chiamatemi genio. Fabiola Gianotti, al Cern con Schubert: il fisico è paziente, l’anima artistica sopravvive.
Colloquio di Paolo Giordano,”Corriere della Sera – La Lettura”,  30 novembre 2014

Fabiola Gianotti è stata nominata direttore del Cern. Da gennaio 2016 si troverà a gestire un budget comparabile al prodotto interno lordo di un piccolo Stato, 2.500 dipendenti e più di 10 mila collaboratori di 100 nazionalità diverse. Sua era la voce che nell’estate del 2012 annunciò al mondo la prima evidenza sperimentale del bosone di Higgs dopo una caccia durata più di trent’anni, «Time» le ha dedicato una copertina in cui appare di profilo come in un ritratto di Piero della Francesca e «Forbes» l’ha inserita nelle sue bizzarre classifiche di potere.
Tutto ciò potrebbe dare l’idea di una donna che ormai viva spanne sopra la schiera degli scienziati comuni, come forse avverrebbe in qualunque altro ambito. Ma la fisica è un’eccezione quasi costante alla convenzionalità. E Fabiola Gianotti continua a parlare da rappresentante, non da capo. Ci diamo appuntamento su Skype, troppi gli impegni per organizzare un incontro di persona. Gianotti mi concede il privilegio di considerarmi un collega (seppure ex) e quindi di darci del tu, secondo la prassi trasversale che vige tra i fisici delle particelle a prescindere dai ruoli.
Sottolinea subito come il Cern, oltre a essere un’impresa scientifica monumentale, costituisca «un’avventura umana, dove i giovani crescono tolleranti, aperti». Quando le domando chi siano stati i suoi maestri, ne sceglie soltanto di «indiretti», personalità che l’hanno attirata dentro la fisica «come dentro a una specifica atmosfera intellettuale»: Marie Curie, che l’affascinava già da adolescente, Enrico Fermi, Luciano Maiani e poi Carlo Rubbia, che diresse il Cern per parecchi anni e vinse il Nobel mentre Gianotti era all’università. «Ho sempre ammirato il genio, ma io non sono un genio né mi considero tale. Ho un approccio alla fisica di grande modestia. So di avere dei limiti e so che la nostra conoscenza ne ha, perciò mi accosto alla ricerca con l’umiltà di chi riconosce i passi fatti, ma sa che ce ne sono innumerevoli ancora da fare. Insomma, riconosco il genio di certi fisici e al tempo stesso sono felice di essere un fisico normale».
Di certo, però, è cosciente della responsabilità che l’aspetta, perché risponde alle domande in modo cauto, quasi circospetto, non solo — ho l’impressione — per delicatezza diplomatica, ma perché non si dimentica che gli argomenti di cui parla sono difficili, mai veramente addomesticati, e richiedono il massimo grado di precisione linguistica. Mi racconta del presente e del futuro prossimo del Large Hadron Collider, il mastodontico acceleratore interrato sotto il confine tra Francia e Svizzera: «Negli ultimi due anni Lhc è stato fermato per apportare delle migliorie e per essere in grado, dal prossimo anno, di raggiungere un’energia di 13 TeV, prossima a quella di progetto». Dopo il lungo sonno, la linfa tornerà a scorrere nelle vene del bestione supertecnologico e inizierà una nuova fase di raccolta dati.
Ma il climax , se doveva essercene uno, è passato: il bosone di Higgs era proprio là dove lo si aspettava. I festeggiamenti dei fisici al momento dell’annuncio mascheravano anche un’inquietudine: e se non ci fosse null’altro di interessante ad attenderci alle scale di energia raggiungibili dall’acceleratore? Finora, ciò che Lhc e i suoi precursori hanno fatto è stato confermare senza sosta l’impalcatura teorica che regola la fisica delle particelle dagli anni Settanta, il Modello Standard. Il bosone di Higgs era l’ultima risonanza mancante all’appello. Tutto ciò che Modello Standard non è viene chiamato genericamente «Nuova Fisica», ma per ora non ve n’è traccia nelle collisioni di Lhc. Secondo alcuni, la Nuova Fisica potrebbe manifestarsi a energie così alte da essere irraggiungibili per gli acceleratori e noi ci troveremmo, quindi, a scrutare l’orizzonte dal limite di un deserto sconfinato.
Gianotti respinge con forza il mio scenario pessimistico: «È troppo presto per gettare la spugna. E, comunque, la spugna non la getteremo mai. Intanto il bosone di Higgs è molto leggero, compatibile con un Higgs supersimmetrico (la supersimmetria è il candidato favorito della Nuova Fisica, ndr ). E ci sono molte questioni ancora irrisolte: la composizione della materia oscura, le masse e le famiglie dei fermioni, l’asimmetria materia-antimateria…, domande che nascono da osservazioni sperimentali. Non sappiamo se le risposte siano accessibili alle energie di Lhc o se la Nuova Fisica si trovi in effetti a scale più alte. Per questo è importante utilizzare tutti i metodi di indagine a nostra disposizione, approcci che vanno dai collisori — storicamente quelli che ci hanno regalato i successi più grandi — agli esperimenti sotto terra (come quelli del Gran Sasso, ndr ), dai rivelatori sulle sonde spaziali ai test di precisione. Il fisico dev’essere paziente. La ricerca non si fa in fretta». Nel difendere il futuro degli acceleratori di particelle è quasi inarrestabile: «Lo sviluppo di tecnologie per macchine come Lhc, nel frattempo, continuerà ad avere un impatto importante sulla vita di tutti i giorni, com’è avvenuto per i magneti superconduttori, grazie ai quali oggi disponiamo delle risonanze magnetiche in ospedale», e lo stesso vale per internet, per la radioterapia…
La distraggo, domandandole del suo ruolo come unico membro italiano del Scientific Advisory Board voluto da Ban Ki-moon. «Lo scopo del Board è consigliare il segretario generale delle Nazioni Unite su come utilizzare al meglio la scienza per la risoluzione di problemi planetari e sociali, seguendo modelli di sviluppo sostenibili. E fare in modo che le decisioni politiche che vengono prese siano basate su risultati scientifici». Ride, forse perché vede ridere me sullo schermo del computer, ma immediatamente torna seria: «Ciò che è stato messo a fuoco nella prima riunione, a gennaio scorso (la prossima sarà fra poche settimane), è l’importanza della ricerca fondamentale. Gli investimenti nel privato sono focalizzati soprattutto sulla ricerca applicata, perché mirano a risultati in tempi brevi. E anche i governi sono spesso orientati verso progetti compatibili con la durata dei cicli politici. Ma la ricerca di base ha bisogno di tempo. Senza la meccanica quantistica non esisterebbero i transistor, senza la relatività generale il Gps della nostra auto ci porterebbe continuamente fuori strada. Meccanica quantistica e relatività generale sono intuizioni teoriche dell’inizio del secolo scorso, ma transistor e Gps sono arrivati decenni più tardi».
Fabiola Gianotti viene dal liceo classico e ha studiato a lungo il pianoforte. Per sottolineare come la fantomatica «doppia natura» esista ancora e in perfetto equilibrio dentro di lei, sceglie una similitudine propria della fisica subnucleare: «Il lavoro in fisica non ha “rotto la simmetria”. L’anima artistica sopravvive. La musica è sempre dentro di me. Non mi resta molto tempo per suonare, purtroppo, ma è dentro di me». In questo periodo ascolta soprattutto Schubert («mi trasporta in un’altra dimensione»), legge i saggi di Ennio Flaiano e l’ultimo film che ha amato al cinema è Torneranno i prati di Ermanno Olmi.
Di rottura di simmetria con l’Italia, poi, neppure vuole sentire parlare. Le domando se l’appropriazione dei suoi successi che avviene nel nostro Paese, l’essere considerata un lustrino non la infastidisca, se tutto ciò non sia fuori luogo, considerato che opera da decenni in un contesto extraterritoriale. «Io sono andata al Cern come post-doc, ma ho studiato in Italia, lì mi sono laureata e lì ho preso il dottorato di ricerca. È l’Italia che mi ha formato. Abbiamo una grande tradizione in fisica delle particelle. Negli anni, anche come responsabile dell’esperimento Atlas, ho visto passare centinaia di giovani e gli italiani sono fra i migliori».
I dati Ocse, nei quali tanta eccellenza è diluita, ci danno però in caduta libera nell’apprendimento della matematica e delle scienze, almeno a livello di scuola dell’obbligo… Gianotti ha qualche proposta al riguardo? «Non bisognerebbe affidarsi soltanto alla teoria e ai libri di testo, ma mostrare magari anche dei piccoli esperimenti. Se un bambino di dieci anni dice “io odio la matematica”, c’è qualcosa di sbagliato non in lui, ma nell’insegnante».
Può darsi allora che lo stesso principio valga per dare conto del disinteresse generale verso le scienze: il problema non è del pubblico, ma di chi propone. Il Cern ha goduto di un’attenzione inusuale negli ultimi anni, ma era un’attenzione tutta fondata sull’enormità dell’impresa o sul fatto — irritante per la gran parte dei fisici — che il bosone di Higgs venisse chiamato «la particella di Dio». «Bisogna tenere conto che noi fisici, noi scienziati, abbiamo imparato solo di recente a comunicare ciò che facciamo. Trent’anni fa non ero ancora attiva, ma la scienza era raccontata poco. Ora si tenta di raggiungere tutti, fortunatamente, non solo perché enti come il Cern sono finanziati dalla collettività, ma perché il sapere scientifico è un bene comune. Il problema è che spesso ciò che i media cercano è il sensazionale. Quando Lhc partì, nel 2008, si parlava soprattutto della possibilità ridicola che mini buchi neri potessero inghiottirci. Dovremmo cominciare a trasmettere anche l’aspetto più lento, costante, faticoso e metodico della scienza, che è fatta di molte sconfitte, di errori e di tanta normalità».
Le chiedo di immaginare a chi passerebbe il testimone, se questa serie di interviste a personalità significative dell’anno trascorso funzionasse come una staffetta. Prende tempo, poi dice: «Al presidente Napolitano. Per la sua apertura mentale, per la sua analisi lucida dei problemi e per la continuità che cerca di dare al nostro Paese. Noi italiani dobbiamo tenercelo stretto». E per quanto riguarda il Natale ormai prossimo? «Oh, sarò in famiglia. Vita normale», garantisce. «Vita normale».

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La scienza non è donna, colpa dei maschi
Per il 67% del campione del nostro Paese le ricercatrici non sono in grado di fare carriera
La Nobel Elizabeth Blackburn: “Perché non proporre quote rosa anche in questi settori?”

di Anais Ginori, “La Repubblica”,  17 settembre 2015

Hanno identificato il virus Hiv, trovato il gene responsabile del tumore al seno, scoperto la composizione a idrogeno ed elio delle stelle. Eppure i pregiudizi sull’attitudine femminile per fisica, matematica, chimica e altre discipline sembrano non tramontare mai. Come dimostra l’ultima indagine internazionale sul tema. In cui scopriamo che il “gender gap” qui in Italia è superiore alla media Ue

PARIGI Quando Elizabeth Blackburn era ancora al liceo, un professore le chiese: «Perché una ragazza carina come te studia materie scientifiche? ». Blackburn rispose con un mezzo sorriso. «Come tante – ricorda – avevo poca fiducia in me stessa e non sono riuscita a rispondere con una battuta». La sua rivincita sui pregiudizi è stata conquistare nel 2009 il premio Nobel della Medicina grazie alla scoperta del meccanismo di protezione molecolare dei cromosomi. «Eppure è passato mezzo secolo da quando il professore mi fece quella battuta sessista e i pregiudizi sono ancora molti» commenta la scienziata australiana, 66 anni, durante la presentazione del nuovo rapporto su Donne e Scienze realizzato da OpinionWay per la fondazione L’Oréal.
Blackburn sa di appartenere a una piccolissima nicchia: il 97% dei premi Nobel scientifici sono stati finora assegnati solo ad uomini. E in Occidente, tra il 2000 e il 2010 la proporzione di donne con incarichi di ricerca scientifica è rimasta bassa, meno di un terzo dei posti, aumentando di soli tre punti: dal 26 al 29%. Il caso di Blackburn che ha diretto per anni il dipartimento di microbiologia e immunologia dell’Università della California non è così diffuso. Solo l’11% degli alti incarichi accademici in Occidente è occupato da scienziate.
«Gli stereotipi sono ancora straordinariamente forti» osserva Hugues Cazenave, presidente di OpinionWay. L’indagine condotta in cinque paesi europei, tra cui l’Italia, ha dimostrato che solo il 10% degli intervistati pensa che le donne abbiano particolari attitudini per la scienza e ben il 67% è convinto che non abbiano le capacità necessarie per una carriera scientifica di alto livello. Nel nostro paese il pregiudizio è superiore alla media europea e arriva al 70% del campione. Per la stragrande maggioranza degli intervistati le donne sono più portate per le le scienze sociali (38%), la comunicazione (20%), le lingue (13%), l’arte (8%). Le scienze vengono alla fine (10%) seguite da management e politica (5%).
Per testare la persistenza dei cliché OpinionWay ha organizzato una sorta di quiz. Chi ha identificato il virus Hiv? Il 66% degli intervistati ha dato un nome maschile, senza sapere che si tratta dell’immunologa Françoise Barré-Sinoussi. Chi ha trovato il gene responsabile del tumore al seno? Un uomo per il 55% degli intervistati e pazienza se si chiama Mary-Claire King. Chi ha scoperto la composizione ad elio e idrogeno delle stelle? Il 77% è convinto che sia uno scienziato, e difatti si chiama Cecilia Payne. «La cosa sorprendente – spiega il presidente dell’istituto di sondaggi – è che queste risposte in qualche modo sessiste sono condivise sia dagli uomini che dalle donne ». Le percentuali non variano poi tanto a seconda del genere, segno che gli stereotipi sono ben radicati anche nelle mentalità.
In generale, quando si domanda a qualcuno di ricordare un grande scienziato il 71% delle persone dice un nome maschile, con Albert Einstein che batte tutti (citato dal 45%), mentre Marie Curie (27%) è l’eccezione che conferma la regola. Almeno nei simboli l’Italia è più fortunata: Rita Levi Montalcini viene ricordata dal 21% degli intervistati e Margherita Hack dall’8%. Eppure quando si chiede di immaginare una carriera da scienziata solo il 2% pensa all’astronomia e il 10% alla fisica o alla chimica. Un quarto degli intervistati (24%) cita il lavoro di ricerca e appena il 3% la matematica o l’ingegneria.
Il soffitto di vetro alla carriera scientifica femminile è creato sopratutto da resistenze culturali: la metà del campione (49%) non vede ostacoli innati nella natura delle donne. Almeno questo pregiudizio non c’è più. Ma è nella scuola che si formano le prime discriminazioni. L’ironia del professore della futura Nobel non è un’eccezione. Il “gender gap” inizia proprio durante l’adolescenza. Solo il 35% delle donne si è sentita incoraggiata a fare studi scientifici, il 9% ha avuto invece segnali negativi al riguardo. Il risultato sono due linee che si biforcano, ovvero l’andamento del percorso di studi e carriera a seconda del genere. Al liceo i ragazzi sono ancora quasi alla pari nello studio di materie scientifiche: 51% di uomini e 49% di donne. Già all’università comincia a scavarsi un solco. Nelle facoltà scientifiche gli iscritti sono il 68% contro il 32% di iscritte, una distanza che sale fino al 75% contro il 25% al livello di dottorato.
«Bisogna combattere i pregiudizi sin dalla scuola» commenta David Macdonald, direttore del programma For Women in Science di L’Oréal che ha già premiato insieme all’Unesco 2500 donne scienziate di 110 paesi. Una di loro è Nourtan Abdeltawab, ricercatrice in immunologia, che partecipa alla campagna #ChangeThe-Numbers lanciata ieri, in occasione della pubblicazione del nuovo rapporto. «Quando sono partita dall’Egitto per andare negli Stati Uniti a studiare – ricorda Nourtan – molti mi hanno avvertito che al mio ritorno non avrei mai trovato un marito e che la mia vita sarebbe stata sprecata». Un’altra scienziata premiata dal programma di Unesco-L’Oréal è Signe Normand, ricercatrice nell’impatto del riscaldamento climatico sulla biodiversità. «Lavoro sul campo tre settimane all’anno – racconta – e spesso mi chiedono come faccio con i bambini e capisco che molti pensano che io sia una cattiva madre».
Blackburn sostiene che esiste ancora il cliché della scienziata un po’ arcigna e bisbetica. Fare la cervellona non è sexy. «Guardatemi sono felice, ho fatto carriera e ho una famiglia» scherza la premio Nobel. Il primo passo per sconfiggere gli stereotipi è accorgersi che esistono, nonostante il lungo cammino di emancipazione. Lo studio di OpinionWay dimostra che molti non ne sono consapevoli. Il 28% del campione è convinto che le donne occupino alla pari le più alte cariche accademiche: una sottovalutazione del fenomeno che è anche femminile. Per fortuna c’è una disponibilità al cambiamento. Il 66% degli intervistati è scandalizzato dal fatto che i Nobel alle donne siano stati così pochi. L’84% vuole delle misure in favore della parità. Con delle quote? «Perché no – risponde Blackburn – se serve a ridare fiducia alle donne e creare un movimento si può studiare un meccanismo transitorio ».

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