“Fammi felice per un momento di tempo”

Bisogna anche considerare che dei desideri alcuni sono naturali, altri vani; e tra quelli naturali alcuni sono anche necessari, altri naturali soltanto; tra quelli necessari poi alcuni sono in vista della felicità, altri allo scopo di eliminare la sofferenza fisica, altri ancora in vista della vita stessa. Una sicura conoscenza di essi sa rapportare ogni atto di scelta o di rifiuto al fine della salute del corpo e della tranquillità dell’anima, dal momento che questo è il fine della vita beata; è in vista di ciò che compiamo le nostre azioni allo scopo di sopprimere sofferenze e perturbazioni.
Epicuro, Epistola a Meneceo, 127-28, in Opere, Milano, Tea, 1991

Laetus in praesens animus quod ultra est
oderit curare et amara lento
temperet risu: nihil est ab omni
parte beatum.
[Un cuore che gode del presente, non deve
preoccuparsi del domani, ma le amarezze
tempera con un sorriso: felicità
perfetta non esiste.]
Orazio, Carmina, II, 16, vv. 25-28

Mai davvero felice e mai del tutto
infelice – oh, l’ho capito; e mi regolo.
Ma pensare la gioia, almeno quello:
pensarla! e qualche volta , senza farsi
troppe idee, senza montarsi la testa,
annusarla, sfiorarla con le dita
come se fosse (non lo è?) l’avanzo
della vita d’un santo, una reliquia…
Giovanni Raboni, da Barlumi di Storia,  Mondadori 2002

Felicità raggiunta, si cammina
per te su fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla,
al piede, teso ghiaccio che s’incrina;
e dunque non ti tocchi chi più t’ama.

Se giungi sulle anime invase
di tristezza e le schiari, il tuo mattino
è dolce e turbatore come i nidi delle cimase.
Ma nulla paga il pianto del bambino
a cui fugge il pallone tra le case.
E. Montale, Felicità raggiunta…, da Ossi di Seppia, 1925


La felicità che l’uomo naturalmente desidera è una felicità temporale, una felicità materiale, e da essere sperimentata dai sensi o da questo nostro animo tal qual egli è presentemente e qual noi lo sentiamo; una felicità insomma di questa vita e di questa esistenza, non di un’altra vita e di una esistenza che noi sappiamo dover essere affatto da questa diversa, e non sappiamo in niun modo concepire di che qualità sia per essere. La felicità è la perfezione e il fine dell’esistenza. Noi desideriamo di esser felici perocché esistiamo. Così chiunque vive. È chiaro adunque che noi desideriamo di esser felici, non comunque si voglia, ma felici secondo il modo nel quale infatti esistiamo. È chiaro che la nostra esistenza desidera la perfezione e il fin suo, non già di un’altra esistenza, e questa a lei inconcepibile. La nostra esistenza desidera dunque la sua propria felicità; ché desiderando quella di un’altra esistenza, ancorch’ella in questa s’avesse poi a tramutare, desidererebbe, si può dire, una felicità non propria ma altrui, ed avrebbe per ultimo e vero fine non se stessa, ma altrui, il che è essenzialmente impossibile.    G. Leopardi, Zibaldone, 3498-3499

“La Natura non ci ha solamente dato il desiderio della felicità, ma il bisogno; vero bisogno come quel di cibarsi. Perché chi non possiede la felicità è infelice come chi non ha di che cibarsi, patisce la fame. Or questo bisogno ella ci ha dato senza la possibilità di soddisfarlo”. G. Leopardi, Zibaldone, 1831

Quel che nell’accezione più stretta ha nome felicità, scaturisce dal soddisfacimento, perlopiù improvviso, di bisogni fortemente compressi e per sua natura è possibile solo in quanto fenomeno episodico. Qualsiasi perdurare di una situazione agognata dal principio di piacere produce soltanto un sentimento di moderato benessere; siamo così fatti da poter godere intensamente del solo contrasto, ma soltanto assai poco di uno stato di cose in quanto tale. Le nostre possibilità di essere felici risultano quindi limitate già dalla nostra costituzione. Provare infelicità è assai meno difficile.
S. Freud, Il disagio della civiltà [1929], 2, Torino, Boringhieri, 1971

The waiter opened the windows and the north wind came into the room.
“Please call the desk and ask them to ring this number.” The waiter made the call while the Colonel was in the bathroom.
“The Contessa is not at home, my Colonel,” he said. “They believe you might find her at Harry’s.”
“You find everything on earth at Harry’s.”
“Yes, my Colonel. Except, possibly, happiness.”
“I’ll damn well find happiness, too,” the Colonel assured him.
“Happiness, as you know, is a movable feast.”
“I am aware of that,” the waiter said. “I have brought Campari bitters and a bottle of Gordon Gin. May I make you a Campari with gin and soda?”
Ernest Hemingway, Across the river and into the trees, 1950

C’è la felicità appagata, la felicità che nasce da un lavoro ben fatto alla luce del sole, da anni di sforzi proficui, quella che dopo lascia stanchi e contenti, circondati da familiari e amici, pieni di soddisfazione e pronti al meritato riposo: sonno o morte che sia.

E c’è a felicità della tua catapecchia. La felicità di essere sola, e sbronza di vino rosso, sul sedile del passeggero di un camper decrepito, parcheggiato chissà dove nel profondo sud dell’Alaska, a fissare uno scarabocchio nero di alberi, con la paura di andare a dormire perché temi che da un momento all’altro qualcuno sfondi la serratura giocattolo della porta del camper e uccida te e i tuoi due figlioletti che dormono in cuccetta.

Dave Eggers, Eroi della frontiera, Milano, Mondadori, 2017

Pierre Zaoui, Torniamo alle idee di Platone, “La Repubblica”, 5 marzo 2017

Piacere dei sensi, assenza di problemi, salute dell’anima. Sono le diverse definizioni di felicità dei filosofi antichi: le loro lezioni sono ancora utili

Il concetto di felicità è antichissimo, e risale alle origini greco-latine dell’Europa. Tutte le filosofie antiche si sono preoccupate della felicità. E non solo i filosofi ellenistici (con il cinismo, lo stoicismo, l’epicurismo e lo scetticismo, che si presentavano esplicitamente come eudemonologie, ovvero scienze della felicità o dello “spirito buono” — in greco: eudaimonia), ma già la filosofia di Aristotele, secondo la quale, in opposizione al platonismo, la maggior parte degli uomini non ricerca un bene misterioso e inaccessibile bensì, più semplicemente, la felicità. Lo stesso Platone dedicò alla felicità uno dei suoi ultimi dialoghi, Il Filebo, affermando la possibilità di una ” salute dell’anima” (euessia): giusta misura tra assenza di piacere e piaceri corporali illimitati.

Naturalmente i filosofi non erano mai d’accordo su quale fosse esattamente la natura della felicità e sui mezzi necessari a raggiungerla. Platone la vedeva come “un di più”, una ciliegina sulla torta di chi ha condotto una vita saggia e retta. Aristotele la riduceva a un gesto. Epicuro la collocava piuttosto tra i sensi ( il piacere) e l’assenza di problemi ( atarassia). Gli stoici tra la volontà pura e l’assenza di passioni  apátheia). Gli scettici in una sospensione del giudizio (epochè), ecc. Tutti però sembravano concordare sul fatto che la vera felicità — e non i piaceri volgari ed effimeri paragonabili alla botte delle Danaidi — rappresentasse il grande dilemma se non di tutti, quanto meno dei più saggi.

Ecco perché ancora oggi, quando ci si è lasciati alle spalle le tempeste e i trionfi della giovinezza e si decide che è arrivato il momento di essere felici, si ritorna sempre agli Antichi.

Ma tale ritorno ha sempre un che di sbiadito e di nostalgico, perché non può farci dimenticare tutto ciò che la modernità ci ha anche insegnato sui limiti della felicità: che stando a Machiavelli gli uomini forse ricercano non tanto la felicità quanto il potere (se fanno parte dei “grandi”) o la sicurezza (se fanno parte del popolo). Che la felicità dei greci, fatta di limiti, di misura e di equilibrio, non basta più a soddisfarli perché vogliono di più: una gioia infinita e illimitata. In termini spinozisti: non solo l’autocompiacimento degli antichi (acquiesentia in se ipso), ma la gioia attiva e assoluta nell’infinito (beatitudo). Che non possono sapere con precisione come fare a diventare felici — in termini kantiani, la ricerca del piacere può dipendere solo da un “imperativo ipotetico” e non da un “imperativo categorico”, che pertiene esclusivamente alla vera moralità. O ancora che ricercano sempre, stando a Lacan, qualcosa al di là del principio di piacere: il godimento — esperienza ben più eccitante e per altri versi più pericolosa, che rischia a ogni istante di “bruciarli sino all’essenza”.

La felicità dunque non è altro che un’idea da bambini, e per riprendere le parole di Marx, sia i Greci che i Romani erano “popoli di bambini”.

Tuttavia, si tratta di un buon motivo per non rifarsi continuamente agli antichi? Forse no. A patto però di riconoscere che la felicità moderna è immancabilmente destinata ad apparire un po’ sbiadita rispetto alle promesse di godimenti infiniti della fede e del mercato. Significa riconoscere che l’evanescenza della felicità rappresenta il suo limite costante ma anche l’aspetto più raffinato del suo fascino, come una poesia di Verlaine. E ciò, in ogni caso, ci proteggerà sempre sia dalla felicità falsa e smaccata che dai tristi godimenti dei nuovi cavalieri della fede.

L’autore insegna Filosofia all’Università Paris VII Denis Diderot. Il suo ultimo libro è ” L’arte di essere felici” ( il Saggiatore)

Maurizio Ferraris, Noi moderni costretti a essere felici, “la Repubblica”, 5 marzo 2017

Ecco come una ricerca che per Epicuro e Aristotele era legata al senso della misura e alla conoscenza con il tempo si è trasformata prima in un diritto (sancito costituzionalmente) e poi in un imperativo sociale. Diventando addirittura l’oggetto di rivendicazioni sindacali

Gli ideali di felicità sono talmente vari da far dubitare che le famiglie felici si assomiglino tutte, come pretende Tolstoj, o almeno da far sorgere un dubbio: si tratta sempre della stessa cosa? Schematizzando al massimo, possiamo ricorrere a delle partizioni tradizionali: gli antichi e i moderni, i classici e i romantici o, a voler riprendere la distinzione di Schiller, gli ingenui e i sentimentali, dove ” ingenuo” non vuol dire sprovveduto, ma piuttosto genuino, autentico, originario, e “sentimentale” significa, a ben vedere, ironico, perverso, artefatto.
Sono distinzioni da prendersi, ovviamente, con cautela, perché una delle grandi risorse e sciagure dell’essere umano è di essere capace di essere felice o infelice senza sincronizzarsi con il tempo in cui si trova a vivere, ma qualcosa significano. La felicità “ingenua” degli antichi, quella della Lettera sulla felicità di Epicuro o dell’Etica nicomachea di Aristotele, si identifica essenzialmente con la misura, ed è una parente stretta del sapere. Difficile, per un antico o per un medioevale ( malgrado la promessa del regno dei cieli ai poveri di spirito) parlare di ” beata ignoranza”, come suona il titolo del film di Massimiliano Bruno in programmazione in questi giorni e come sentenzia un personaggio di Matrix (“ignorance is bliss”). Da Socrate a Montaigne la felicità consiste in un bilanciamento tra piacere e sapere che troviamo in Platone come nella felicità mentale di Cavalcanti e Dante.
Per i moderni le cose cambiano, si complicano, diventano perverse. Bisognerebbe capire quando ha luogo la frattura, ma sicuramente la caduta dell’Ancien Régime scandisce una soluzione di continuità, se è vero quanto dichiara Talleyrand ( e non c’è ragione di non prestargli fede): ” Chi non ha conosciuto i dieci anni prima della Rivoluzione non sa cosa sia la felicità” — da intendersi come il benessere consentito dal ceto e dall’ingiustizia. Ma Talleyrand è un nostalgico e un reazionario. Mentre lui cercava la felicità in base a un gusto individuale (“c’est mon plaisir”), incominciava a dilagare l’idea che la felicità su questa terra dovesse costituire un progetto collettivo e che non andasse cercata nell’alleanza di trono e altare e nei boudoir, bensì nella rivoluzione dell’ordine vigente e nel ritorno alla natura. Come diceva Saint- Just? “Che l’Europa sappia che non volete più un infelice né un oppressore sul suolo francese” (dimenticando di aver propiziato almeno una infelicità in Francia, quella di Luigi XVI, decapitato in quanto oppressore) e concludeva “la felicità è un’idea nuova in Europa”.
Da una parte, la cultura, ora, è all’origine di ogni male, e la beatitudine si imparenta all’incultura, a una ingenuità ottenuta attraverso l’artificio, come il buon selvaggio lodato da Rousseau che comprime il cervello dei figli per liberarli dal fardello dei pensieri. Senza giungere a questi estremi, appare evidente che la felicità comporta una qualche fuga non solo dall’ordine costituito dell’Ancien Régime, ma dalla civiltà in quanto tale. Quella che per il mondo classico era la barbarie e la vita animalesca, o almeno un esercizio ascetico riservato a stiliti o a monaci della Tebaide diventa adesso la vita beata, Thoreau che si ritira nei boschi per due anni alla ricerca dell’assoluto, e poi le versioni secolarizzate di questa fuga dalla civiltà nel Club Méditerranée, nei campeggi, negli sport estremi.
D’altra parte, la felicità viene istituzionalizzata. Per i moderni essere felici è un imperativo che surroga qualunque altro dovere, diventando contraddittorio, poiché l’ingiunzione alla felicità genera ovviamente ansie da prestazione e grandissime infelicità. Inoltre, è un diritto, sancito costituzionalmente (come avviene negli Stati Uniti), e contabilizzabile, come nella aritmetica della felicità teorizzata da Bentham, e praticata da Benjamin Constant, che nel suo diario annota con segni appositi i momenti di felicità e di godimento. Dunque, un fardello ideologico, un obiettivo per sgobboni – come nei corsi di “scienza della felicità” attivati a Harvard -, una esigenza compulsiva che genera lo happysm, il “felicismo” che, dalle faccine ridenti degli emoticon all’ingiunzione “Smile!”, ricorda quanto avessero ragione i Beatles nel paragonare la felicità a un’arma, sia pure calda. Non stupisce a questo punto che l’infelicità, o la semplice mancanza di felicità, divenga l’oggetto di rivendicazioni sociali e sindacali, emotivizzando ed emoticizzando la politica.
Infine, si incomincia a considerare ” felicità”, inserendola tra gli intrattenimenti sociali, qualcosa che probabilmente gli antichi avrebbero considerato altrimenti. Sesso, droga e rock’n’roll, nel secolo scorso al top della ricerca della felicità, sarebbero stati per un antico piuttosto riti di religiosità dionisiaca, in cui non c’era necessariamente da divertirsi o da essere felici, e che anzi trovavano la loro tonalità emotiva fondamentale nella tragedia. A sancire questa congiunzione fra la tragedia antica e la felicità moderna è ovviamente Nietzsche, che esplicitamente, nella Nascita della tragedia, getta un ponte tra l’Inno alla gioia e lo spirito dionisiaco.
Grazie a queste trasformazioni i moderni sono più o meno felici degli antichi? Ovviamente questa domanda non ha senso, perché le idee di felicità non rendono felici o infelici più di quanto le idee di giustizia rendano giusti o ingiusti. Di sicuro, i moderni sono più inclini a sentirsi in colpa quando non sono felici, come se fossero venuti meno a un mandato essenziale, più disposti a rimpiangere le promesse di felicità non mantenute. E soprattutto meno inclini a conciliarsi con l’idea che la felicità non è un diritto né un dovere, ma un dono aleatorio e spesso immeritato, che non può costituire l’oggetto di una pretesa ma, al massimo ( come giustamente ricordava Kant), dell’impegno a rendersi degni della felicità.
Ricordo di essere stato colpito, molti anni fa, leggendo le memorie di Ulrich von Wilamowitz- Moellendorff, il filologo nemicissimo di Nietzsche, dal racconto di come, al capezzale della madre morente, si fosse premurato di dirle, per tutta consolazione, qualcosa come ” non siamo nati per essere felici, ma per seguire il nostro demone”. Lì per lì mi era parso un atteggiamento crudele e vagamente iettatorio, ma ora non ne sono più troppo convinto, perché risparmiava alla madre, che in quel momento non aveva verosimilmente troppi motivi per essere felice, una ragione supplementare di infelicità, il sospetto o il timore di non essere stata abbastanza felice.

To be continued…

in_fieri

PER APPROFONDIRE:

http://illuminations-edu.blogspot.it/2013/04/in-tempi-di-crisi-la-filosofia-riscopre.html

http://illuminations-edu.blogspot.it/2013/01/la-ricerca-della-felicita.html

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