“You know Caporetto?”

Ritornavo d’autunno, gli alberi erano spogli e le strade fangose. Da Udine andai a Gorizia su un camion sorpassando altri camion mentre guardavo la campagna. I gelsi erano nudi sulla distesa bruna dei Campi, foglie morte e bagnate stavano sulla strada dove uomini lavoravano a spianare le carreggiate con pietre tolte da mucchi di brecciame, ai lati, fra gli alberi. Vidi apparire Gorizia nella nebbia che nascondeva i corpi delle montagne, attraversammo il fiume e vidi che era alto per la pioggia caduta sui monti. Passammo i cascinali e poi vennero le case e le ville, molte altre case in città erano state colpite. In una via stretta sorpassammo un’ambulanza della Croce Rossa inglese. Il viso del conducente era sottile e abbronzato sotto il berretto. Non lo conoscevo. Smontai dal camion nella grande piazza del Municipio, il conducente mi porse lo zaino e lo misi in ispalla, presi le due valige e mi avviai alla villa. Non era tornare a casa. 
Lungo il viale umido, camminando sulla ghiaia, guardai la villa. Tutte le finestre erano chiuse ma la porta era aperta. Entrai e trovai il maggiore seduto al tavolo, nella stanza nuda, decorata solo di carte topografiche e fogli dattilografati alle pareti. – Oh, buon giorno! – disse. – Come sta? – Era dimagrito e pareva invecchiato. – Bene – risposi. – E qui come vanno le cose? – E’ finito tutto – disse. – Metta giù il bagaglio, si sieda. –
Posai lo zaino e le valige sul pavimento e il berretto sullo zaino, presi la seggiola che restava e sedetti vicino al tavolo. – E’ stata una brutta estate – disse il maggiore. – Lei ora si sente in forze? – Sì. – Avrà ricevuto, spero, i suoi nastrini. – Sì, molto belli. La ringrazio molto. –
Aprendo il cappotto gli mostrai i due nastrini. – E le scatolette con le medaglie? – Quelle no, solo i certificati. – Le medaglie arriveranno dopo. Ci vuole più tempo per le medaglie. – – Ha ordini per me? – Le ambulanze sono tutte fuori. Ce ne sono sei a Caporetto. Conosce Caporetto? – Sì – dissi. Me ne ricordavo come d’una cittadina bianca e d’un campanile in una valle: una cittadina pulita con una bella fontana nella piazza.
– Lavorano lì, ci sono molti ammalati adesso. I combattimenti sono finiti.
[…]
Non risposi, rimanevo sempre imbarazzato dalle parole «sacro, glorioso, sacrificio» e dall’espressione «invano». Le avevo udite anche in piedi sotto la pioggia e quasi fuori di portata dalle mie orecchie, quando solo le parole strillate forte riuscivano ad arrivare, e le avevo lette in proclami incollati ai muri sopra altri proclami, molte volte oramai, e non avevo trovato niente di sacro e le cose gloriose non portavano nessuna gloria, e i sacrifici in realtà avvenivano come nei mattatoi di Chicago: con la differenza che qui la carne andava in sepoltura. Erano molte le parole che non sopportavo più di sentire, e solo i nomi dei paesi avevano ancora dignità, e certi numeri, certe date. Rappresentavano tutto quanto aveva ancora un significato. Le parole astratte: gloria, onore, coraggio o santità sonavano come oscene rispetto ai nomi dei paesi, di numeri delle strade e ai nomi dei fiumi, ai numeri dei reggimenti, alle date.
[…]
Domandai cosa si sapeva della rottura del fronte e rispose d’aver sentito dalla Brigata che gli austriaci avevano sfondato dove stava il ventisettesimo corpo d’armata, più in su, verso Caporetto. Tutto il giorno a nord era infuriata la battaglia. – Se quei bastardi li lasciano passare siamo fritti – disse. – Sono i tedeschi che attaccano – disse un ufficiale medico. La parola «tedeschi» metteva sempre paura. Non volevamo aver a che fare coi tedeschi. – Ci sono quindici divisioni tedesche – continuò l’ufficiale medico. – Hanno sfondato. E ci taglieranno fuori. – La Brigata dice che si deve tenere su questa linea. Dice che la penetrazione non è seria, si potrà resistere su un fronte di montagna dal Monte Maggiore. – Da chi l’hanno saputo? – Dalla Divisione. – Anche la notizia della ritirata veniva dalla Divisione.

E. Hemingway, A farewell to arms [Addio alle armi], 1929

 

A. BARICCO, da MEMORIALE DI CAPORETTO, in Questa storia, Fandango, 2005

Fronte italiano, settembre 1917. Erano in tre. Tornavano alla trincea, ma allargarono un po’ verso il fondovalle perché gli andava di vedere il fiume – l’acqua pulita, e della gente, forse. Ragazze.
C’era il sole.
Cabiria, che aveva gli occhi buoni, vide il corpo affiorare a pelo d’acqua, fare un giro su se stesso e poi incastrarsi in un gorgo di rami e pietre. Veniva giù, il morto, con la nuca e il culo verso il cielo blu – gli occhi a guardare sott’acqua come a cercare qualcosa. Di dimenticato.
Poi lo videro anche gli altri due.
Gente intorno, niente.
Quello che si chiamava Ultimo lasciò cadere lo zaino e disse qualcosa sulle sue scarpe — queste maledette scarpe. Poi tirò fuori della roba dalle tasche, e si mise a masticare. L’altro, che era il più giovane, andò ad accovacciarsi sul greto del fiume. Da lì si mise a tirar sassi verso il morto, e ogni tanto lo prendeva.
— Piantala lì —, disse Cabiria.
Ultimo guardava le montagne indifferenti. Sempre era difficile spiegarsi il mistero di quella silenziosa mansuetudine da animale domestico che non reagiva allo sconcio che gli uomini facevano di lui, piagandolo di guerra bombardata e reticolati, senza rispetto e senza requie. Per quanto ci si dannasse a farne un cimitero, la montagna ristava, incurante dei morti, ricucendo ad ogni ora il dettato delle stagioni, e mantenendo l’impegno a tramandare la terra. Crescevano i funghi, e si spaccavano le gemme. C’erano pesci, nei fiumi, e deponevano uova. Nidi tra i rami. Rumori nella notte. Rimaneva inspiegato quale lezione ci fosse da imparare in quel messaggio muto di inattaccabile indifferenza. Se il verdetto dell’irrilevanza umana, o l’eco di una resa definitiva all’umana follia.
– E piantala lì -, ripeté Cabiria.
– È un tedesco —, disse il piccolo, come se fosse una scusante. Ma aveva ragione. La divisa si vedeva bene, e quello non era un morto austriaco.
Cabiria disse che non c’erano tedeschi da quelle parti, ma lo disse senza convinzione. Guardò meglio, e la divisa era proprio quella dei tedeschi. Ogni tanto una delle scarpe affiorava, e poi se ne tornava sotto.
– Ehi, Ultimo, quello è un tedesco.
Ultimo neanche si voltò. Però fece un gesto che voleva dire Fate silenzio. Gli altri due alzarono gli occhi verso il cielo. Con la mano contro il sole, socchiudevano gli occhi e cercavano.
L’aereo arrivò da dietro il Monte Nero. Sfiorò la cima e scese di quota, imboccando la valle. Era poco più che un ronzio – una mosca lontana.
– Chi si gioca la razione? —, chiese il piccolo.
Cabiria disse che a lui stava bene.
– Austriaco -, disse il piccolo.
– Italiano -, disse Cabiria.
Solitario, là in aria, poteva essere effettivamente l’uno o l’altro. Gli veniva proprio dritto in bocca, e c’era solo da aspettare.
Quando si abbassò ancora di quota, il piccolo si tolse dal greto e fece qualche passo verso gli alberi. Aveva ancora addosso il sorriso della scommessa, ma l’occhio guardava vigile in aria, e controllava distanza e intenzioni.
– Ti pisci addosso, eh, piccolo? -, disse Cabiria. E rise grasso.
Il piccolo gli fece un gesto che non voleva dire niente. Si fermò a metà strada tra il fiume e gli alberi.
E che la paura degli aerei non la conoscevano ancora. Erano gli occhi dal cielo, per spiare trincee e postazioni di artiglieria.
Erano astuzia, ma ancora non erano forza. Non portavano morte, se mai presagi. Insetti svolazzanti intorno alla carogna poco più che un fastidio.
Un colpo di vento scosse il trabiccolo di legno e lo fece un po’ sghembare. Nello sghembare mostrò il fianco, e allora si lesse la croce nera dell’imperial-regio esercito nemico.
– Molla la razione -, disse il piccolo.
Cabiria sputò per terra. Poi imbracciò il moschetto.
Per capire: solo nel 1915 i tedeschi avevano messo a punto un sistema per sincronizzare lo sparo di una mitragliatrice, sistemata a prua, e l’elica che le ruotava davanti. Il marchingegno aveva del miracoloso. I proiettili invece di sforacchiare l’elica e far precipitare tutto quanto, sgusciavano in mezzo a quel gran roteare e andavano a colpire lontano. Avresti detto che era la pala di legno, a sparare, in un qualche modo che non sapevi. E invece c’era il trucco. Francesi e inglesi ci misero un po’ a impararlo.
Sincronizzare mitragliatrice ed elica: a voler evitare guai, si dovrebbe avere una cosa del genere per tenere insieme uccello e cuore, dissero. Perché la guerra ancora non li aveva ammutoliti.
Quando l’aereo gli passò sopra, a bassa quota, Cabiria sollevò il moschetto e sparò due volte, e poi una terza, quando ormai se n’era andato.
– Crepa! -, gli gridò dietro. E si immaginò i due proiettili entrare nel legno secco della fiancata, come viti luccicanti nella nervatura di una cassa di violino. E il terzo perdere spinta nell’aria blu dell’alta quota, fino a diventare leggero come un respiro, e infine immobile, per una frazione di secondo, stupefatto dalla perdita di qualsiasi peso.
L’aereo piegò a sinistra e iniziò a disegnare senza fretta una larga virata di ritorno.
— Che diavolo fa? —, disse Cabiria.
— Quello torna -, disse il piccolo, che non rideva più.
L’aereo si lasciò scivolare sotto la pancia il fianco della montagna e si raddrizzò solo quando li ebbe giusto davanti a sé, come un bersaglio. Il vento lo scuoteva, ma erano aggiustamenti di una calma senza rimedio. Iniziò ad abbassarsi.
Cabiria e il piccolo presero a bestemmiare e corsero verso gli alberi.
– Ultimo! vieni via da lì! Ma Ultimo se ne stava in piedi, immobile, con gli occhi fissi all’aereo. Continuava a masticare, e intanto riepilogava a bassa voce: — Fokker Eindecker E. 1, motorizzato con un nove cilindri da 100 cavalli.
– Ultimo! la madonna, vieni via! Quando volano in pattuglia sono in genere armati di piccola bocca da fuoco a prua. Ma l’aereo solitario indica fuori da ogni dubbio un volo di ricognizione. Probabilmente equipaggiato con un apparecchio Kodak per fotografìe da alta quota. Poi alzò un po’  la voce: – Datti una pettinata, Cabiria, che c’è il fotografo.
Cabiria aveva gli occhi buoni, guardò verso l’aereo e vide uscire un braccio dalla carlinga. Poi vide spuntare la testa del pilota. Sporgersi di fianco, per mirare. Alla fine vide anche la pistola, stretta in pugno.
Corse allo scoperto, e si gettò su Ultimo. Finirono a terra e lui se lo tenne sotto mentre il motore dell’aereo, a volo radente, gli raschiava l’aria sopra la schiena. Aveva gli occhi chiusi quando gli parve di sentire gli scatti metallici di tre spari, e forse il sibilo di un proiettile, a una spanna dalla testa.
Rimasero un po’ così. Poi Cabiria aprì gli occhi. L’aereo ronzava lontano. Ultimo stava ridendo.
– Non farlo più, stronzo -, disse Cabiria senza muoversi.
Ultimo continuava a ridere.
– Stronzo -, disse Cabiria.
Se ne andarono quasi subito, perché la storia dell’aereo gli aveva rovinato il gusto per il fiume, la luce, e tutto quanto.
Camminavano uno dietro l’altro, con il piccolo che faceva strada. Il morto era ancora là, impigliato tra la corrente e quel groviglio di rami e pietre. Continuava a cercare sott’acqua qualcosa, ma proprio non c’era verso. Non era giornata, per il tedesco.
– Che ci fa da ‘ste parti? -, chiese a un certo punto Ultimo.
– Un tedesco non dovrebbe essere qui.
– Neanch’io dovrei essere qui -, disse Cabiria.
Ma quella fratellanza di uomini in guerra non l’avrebbero trovata mai più. Era come se remote ragioni del cuore si fossero schiuse per loro sotto la cova della sofferenza, scoprendoli capaci di sentimenti miracolosi. Senza dirlo, si amavano, e questa gli sembrava, semplicemente, la parte migliore di sé: la guerra l’aveva liberata. Era d’altronde proprio ciò che erano andati a cercarsi, ognuno a modo suo, compiendo quel gesto oggi incomprensibile che era stato volere la guerra, e, in molti casi, andare volontariamente alla guerra. Tutti avevano risposto, d’istinto, a una precisa volontà di fuga dall’anemia della loro gioventù volevano che gli si restituisse la parte migliore di sé. Erano convinti che esistesse, ma che fosse ostaggio di tempi senza poesia.
Tempi di mercanti, di capitalismo, di burocrazia – alcuni iniziavano già a dire: di giudei. Loro avevano in mente qualcosa di eroico, e comunque di intenso, e in ogni caso di speciale: ma seduti pigramente al caffè vedevano passare i giorni senza altro obbligo che quello di essere disciplinate macchine tra le nuove macchine, in vista di un comune progresso economico e civile.
Per questo noi oggi possiamo guardare increduli le foto di quegli uomini che si alzano dal tavolino e abbandonando bicchierini di blandi alcolici corrono all’ufficio di leva, sorridendo all’obbiettivo, con la sigaretta ai labbri, e nelle mani, sventolata, la prima pagina di giornali che annunciavano la guerra – una guerra che poi li avrebbe maciullati, nel più orribile e metodico dei modi, con una pazienza che nessuna ferocia bellica, prima, aveva uguagliato. In un certo senso, cercavano l’infinito. Volendo riassumere la tragedia di quegli anni, si potrebbe dire che fu la mancanza di fantasia a distruggerli – non si era immaginato niente di meglio che la guerra, per accelerare il battito dei cuori.
Era tutto quel che c’era. […]

Carlo Fruttero e Massimo Gramellini, LA PATRIA, BENE O MALE. Almanacco essenziale dell’Italia Unita (in 150 date), Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 2010

24 ottobre 1917

Una caporetto

Il maresciallo Erwin Rommel, che nella seconda guerra mondiale sarà la «Volpe del deserto», nella prima è il giovane capitano di un battaglione di alpini tedeschi incaricato di attraversare la linea del fronte e penetrare il più possibile nelle retrovie nemiche. I suoi uomini affondano per trenta chilometri in territorio italiano e si ritrovano a Caporetto, alle spalle di un esercito in fuga. Il nostro. Sono testimoni di uno spettacolo imbarazzante persino per loro: soldati che intasano le strade, che gettano le armi, che si arrendono al primo tedesco di passaggio. Lo stesso Rommel viene portato in trionfo da chi avrebbe dovuto sparargli addosso, al grido di «Viva l’Austria e la Germania!». Più che una ritirata, sembra una sfilata pacifista.
Il fascismo se ne servirà per avvalorare una delle dietrologie in cui siamo maestri: Caporetto andrebbe imputata ai «disfattisti» cattolici e socialisti, che hanno contaminato il morale delle truppe, altrimenti eroiche fino al fanatismo. Secondo questa teoria assai ardita, lo spirito della trincea sarebbe fedelmente illustrato dalle gesta di Enrico Toti, il bersagliere ciclista che nella patria degli imboscati è riuscito a farsi mandare in guerra nonostante avesse una gamba sola ed è morto in un assalto al monte Sei Busi, lanciando la sua stampella contro il nemico. Per fortuna il tempo farà giustizia di certe ricostruzioni di comodo. Se Caporetto è una caporetto, lo si deve anzitutto ai comandi militari, che non credono a un’offensiva austrotedesca nemmeno quando ne vengono a conoscenza dagli interrogatori di alcuni prigionieri. E non vi credono perché l’idea di uno sfondamento concentrico in uno spazio ristretto cozza con la loro visione elefantiaca della guerra, fatta di trincee disseminate lungo un fronte sterminato (settecento chilometri dalle Dolomiti alla foce dell’Isonzo!) e di assedi estenuanti alle cime dei monti, quelle pietraie che ricopriamo per anni con centinaia di migliaia di cadaveri.
La breccia in cui si infilano gli alpini di Rommel è anche e soprattutto una breccia
morale. Ma a crearla non è il «disfattismo» della politica, bensì quello della trincea. Con l’eccezione degli alpini, i soldati italiani non sono abituati ai ritmi sfiancanti della guerra di posizione. L’unico generale capace di portarli alla vittoria era stato Garibaldi, che andava all’assalto di slancio come un pirata. Il fante della prima guerra mondiale ha visto spegnere il suo entusiasmo iniziale nei lunghi inverni di guerra e nelle dodici inutili carneficine dell’Isonzo (dal Carso a Sabotino, fino all’ultima sulla Bainsizza, costata centomila vite) in cui lo ha scaraventato il generalissimo Cadorna, piemontese tutto d’un pezzo col culto della disciplina e l’elasticità di un obelisco.
È, il nostro, un soldato-contadino, annoiato dalla vita di trincea e gonfio di rancore verso l’operaio rimasto in fabbrica per produrre armi, che a lui sembra più che altro un imboscato. Quando arriva Caporetto, non pensa sia una caporetto, ma una licenza-premio per tornare finalmente a casa.

Battle_of_Caporetto


Per non dimenticare. E perché non accada mai più

Ungaretti&Rommel. I due sentieri


È il centenario del primo conflitto mondiale e il 24 ottobre la ricorrenza della sconfitta di Caporetto
Il Friuli Venezia Giulia offre visite nei luoghi dello scontro e itinerari sulle tracce dei personaggi che hanno combattuto, anche su fronti opposti

Andrea Selva, “La Repubblica”,  7 ottobre 2014

Il tenente Erwin Rommel e il fante Giuseppe Ungaretti. Avevano 26 e 29 anni nel 1917, quando furono protagonisti senza mai incontrarsi – delle battaglie sul fronte italo-austriaco della Grande Guerra. Rommel cercava la gloria, Ungaretti la patria a cui – nato in Egitto – voleva dimostrare di appartenere. Quella di Rommel è una storia di azione: 150 chilometri in due settimane, combattendo dai confini italiani fino a Longarone, attraverso il Friuli. Quella di Ungaretti fu una lunga attesa nelle trincee del Carso.
Era l’autunno di Caporetto. In Germania lo chiamano “il miracolo” e lo studiano sui libri di scuola, in Italia si chiama “la disfatta” e per anni nessuno ne ha parlato volentieri. Ci ha pensato Alessandro Baricco a raccontare nel Memoriale di Caporetto questa storia che dice molto dell’Italia e degli italiani. È la storia di migliaia di soldati come Ungaretti che fronteggiarono il nemico per anni e quando lo videro arrivare alle spalle (Rommel) gettarono il fucile pensando che la guerra fosse finita. Può capitare – di gettare il fucile – quando combatti una guerra che non senti tua, perché sei nato in Sicilia (e l’Austria nemmeno sai dov’è) e sei agli ordini di superiori a cui non riconosci (più) autorità.
Una storia che si può leggere sul territorio, paesi, corsi d’acqua, strade e sentieri. Oppure partecipando alle iniziative del Friuli per i cent’anni e scoprire l’archeologia di guerra a Redipuglia, la galleria dei cannoni nel monte Brestovec, le trincee di Monfalcone e sul monte San Michele. In inverno partiranno le escursioni storiche notturne. Oppure si possono utilizzare le memorie di Rommel come guida. Si parte dalla Slovenia, dove Caporetto si chiama Kobarid. Si sale sul monte Mrzli Vrh, vicino al Matajur, dove il tenente tedesco ricorda: “Dal nemico ci separano ormai solo centocinquanta metri. I soldati (italiani) si precipitano verso di me sul pendio trascinando con loro gli ufficiali che vorrebbero opporsi. Gettano quasi tutti le armi. In un baleno sono circondato e issato sulle spalle italiane. “Viva la Germania”, gridano mille bocche. Un ufficiale italiano che esita ad arrendersi viene ucciso a fucilate dalla propria truppa. Per gli italiani la guerra è finita”.

Dai monti, il percorso di Rommel scende in pianura, lungo la valle del Natisone fino a Cividale, quindi attraverso i torrenti friulani che visti d’estate sembrano larghissime pietraie, ma in quell’autunno piovoso erano ribollenti d’acqua e difficili da attraversare. Il torrente Torre e il fiume Tagliamento. E poi Ragogna, il Ponte di Cornino, Travesio e Meduno. Di nuovo in montagna in quello che ora è il parco naturale delle Dolomiti friulane, lungo la strada costruita dagli alpini attraverso forcella Clautana, Erto e infine giù in discesa, correndo sulle biciclette pieghevoli abbandonate dai bersaglieri, fino a Longarone.
Nella gola del Vajont c’era il ponte più alto d’Italia: 134 metri d’altezza, il ponte di Colomber. Ora non c’è più, venne sommerso dall’acqua del grande bacino che il 9 ottobre del 1963 precipitò a valle seminando la morte. Ma questa è un’altra storia. Rommel passò su quel ponte con i suoi uomini per scendere a Longarone e fermare le truppe italiane che scendevano dal Cadore: “Pochi soldati”, si legge nel suo diario, “si sono visti offrire durante la Guerra mondiale quanto ora a noi si offre nella valle del Piave: migliaia di nemici che si ritirano in una valle non troppo larga, ignari del pericolo che li minaccia sul fianco. I nostri fucilieri non stanno nella pelle”. Ecco la guerra.
La stessa che Ungaretti, stanziale nelle trincee del Monte di San Michele, nel Carso, più a sud, descriveva così: “Un’intera nottata / buttato vicino / a un compagno / massacrato / con la sua bocca / digrignata / volta al plenilunio / con la congestione / delle sue mani / penetrata / nel mio silenzio / ho scritto / lettere piene d’amore / non sono mai stato / tanto /attaccato alla vita”.
Ecco cosa pensava il fante-poeta dell’esercito italiano: “Arrivato al mio 19° Fanteria m’accorsi che nell’esercito non c’era coesione: tra i diversi gradi della gerarchia e soprattutto fra truppa e ufficiali c’era un abisso”. Arriverà la riscossa del Piave a restituire l’onore agli italiani.

I luoghi. Udine, dove nel 1916 fu stampato Il porto sepolto: 80 copie di una raccolta dei versi di Ungaretti, oggi rarissima. Il Carso, questo altopiano roccioso spazzato dalla Bora d’inverno e arso dal sole in estate. Il poeta ci tornò una volta sola, nel 1966. Aveva 78 anni e scrisse: “Ho ripercorso qualche luogo del Carso, quella pietraia a quei tempi resa, dalle spalmature bavose di fanga colore del sangue già spento, infida a chi, tra l’incrocio fitto delle pallottole, l’attraversa smarrito nella notte. Oggi il rigoglio dei fogliami la riveste. È incredibile, oggi il Carso appare quasi ridente. Pensavo: il Carso non è più un inferno, è il verde della speranza”.

ALTRE LETTURE e APPROFONDIMENTI:

Antonio Franchini, Gli ultimi due italiani di Kobarid, in La storia siamo noi, Neri Pozza, 2008

P. RUMIZ, Il nemico a passo di valzer, “La Repubblica”, 13 agosto 2013

“Il tempo e la storia”, un programma a cura di RAISTORIA: Caporetto. CLICCA QUI.

Caporetto e l’Isonzo, Reparto fotocinematografico dell’Esercito

 

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