Grande guerra. Scrittori sotto le bombe.

Mario Isnenghi, Viaggio nella letteratura di guerra. Cronaca, inquietudini e aneddotica da D’Annunzio a Gadda, passando per Ungaretti e Comisso, “Corriere della Sera”, 28 giugno 2014

Pesiamo la letteratura di guerra. Dimostriamoci volonterosi, rispettosi della leggerezza dell’essere. Dunque, in termini di categorie, quali e quanti pesi massimi? Pochi dubbi: per la prosa, due: Gabriele D’Annunzio per il Notturno (non tutto D’Annunzio, il Notturno, scritto nel 1916 e pubblicato nel ’21) e Carlo Emilio Gadda, per Il Castello di Udine (1934) e il Giornale di guerra e di prigionia, più tardo. Resisto alla voglia – faziosa , troppo personale – di metterci anche Un anno sull’Altipiano, di Emilio Lussu (1938), ma è un capolavoro anche questo, diciamo da medio-massimo, continuando a sfumare e a scherzare. Qui sul confine piazzerei anche l’arioso e diversissimo Giorni di guerra, del trevisano Giovanni Comisso, coevo di Gadda, Stuparich, Alvaro. Ma dove rubricare Rubé e Guerra del ’15? Sono opere di spicco il romanzo del siciliano G. A. Borgese (1921) e il diario del triestino Giani Stuparich, irredento volontario di guerra e medaglia d’oro (1931). Non vorrei precipitare fra i pesi leggeri, mettiamo fra i medi il mio amato Con me e con gli alpini, del «valdese» Piero Jahier.

È buttato giù, fra pamphlet e denuncia, l’instant book Viva Caporetto! di Kurt Suckert, poi Curzio Malaparte, come anche il libro s’è furbescamente ridenominato La rivolta dei santi maledetti, al suono delle vetrine di libraio infrante dai nazionalisti incapaci di andare al di là dei titoli, benché l’autore sia stato un volontario giovanissimo (e del resto, fascistone lui pure, e di quelli tosti: perché far fuori solo Matteotti e non anche Benedetto Croce, visto che ci siamo?). Anche Ardengo Soffici, con Kobilek –il monte attorno a cui incentra il suo Giornale di una battaglia (1918)– non meriterebbe di finire confuso nel gruppone;  Soffici è un «dono» – proclama Renato Serra, che di stile se ne intende; e che ha dato – prima di morire sul Podgora, già nel ’15 – un capolavoro di introspezione psicologica dell’andare in guerra, fra inquietudini e dilemmi esistenziali, con l’Esame di coscienza di un letterato, uscito su La Voce, la rivista fiorentina di Giuseppe Prezzolini a cui rimandano tanti dei nomi (perché lì son nati sia i futuri fascisti che i futuri antifascisti – si gloria Prezzolini – da Amendola allo stesso Mussolini). Ma la voglia di dar forma alla grande esperienza della guerra non viene solo dagli ambienti dei giovani intellettuali vociani – che sono in effetti un cantiere diaristico, dove si apprende a dire «io», guardarsi attorno e giudicare di uomini e cose -, ma anche da altri ambienti di scrittura più andante. Un piccolo classico è per esempio Le scarpe al sole, il prontuario narrativo di vita degli Alpini – tipizzati, immessi nella aneddotica e nella affabulazione di una affettuosa ed umile epica popolare – procurato nel 1921 dal giornalista Paolo Monelli. È lui – con il più appartato Jahier di Con me e con gli alpini e con il «barba Piero», ancora Jahier, su L’Astico. Giornale delle trincee diffuso nel 1918 nella Prima Armata – uno degli inventori e propagatori della «alpinità»: il tipo di soldato, l’Alpino, che è maggiormente presente nel canone grigio-verde sia della prima che della seconda guerra, dove eccelle con Rigoni Stern e Nuto Revelli.

Tralasciamo i termini da palestra, dopo aver constatato la fatica di stipare in categorie gerarchiche una tipologia di testi che hanno moventi e intenti vari, e anche extra-letterari. Perché, in effetti, si scrive alla guerra? Mica scrivono solo gli scrittori o gli aspiranti scrittori, anzi i non -scrittori – gli autori di un solo libro, o neppure quello perché rimane manoscritto – sono la costante di una mobilitazione scrittoria dell’uomo comune propiziata dalla rottura della normalità in cui consiste lo stare alla guerra. Si scrivono – lettere, tutti, ma anche diari, in molti – per non morire, per non perder pezzi di sé, per campare e sopravvivere come «io» nella macchina spersonalizzatrice della guerra e nel tedio infinito della trincea. L’arte? L’arte è un optional, ce la vedranno dopo – o non ce la vedranno – i critici. Per ora la parola scritta ha funzioni pratiche, tiene insieme l’io di chi scrive, ma prova anche a dare un «morale» ai reparti, visto che molte parole – scritte o parlate – nascono dagli ufficiali del Servizio «P», che si sforzano di comunicare la volontà di resistere e di vincere ai contadini soldati.

G. D’Annunzio a Grado

Per ogni testo giunto alla stampa, infiniti altri rimangono affidati a fogli compilati a matita o a penna, chi ce l’aveva, e ora riemergono, all’insegna di quella che trent’anni fa è stata chiamata la scrittura popolare, comprensiva di uomini e donne, la figura del combattente e i civili che lo circondano. Dicono gli studiosi di sociologia militare che, per ogni soldato che combatte armi alla mano, servano non meno di altre sette persone che lo mettano in condizione di combattere. Aggiungiamo allora l’humus, il passato e l’indotto civile che tiene su il combattente: le donne di casa, magari il parroco o il cappellano militare, le crocerossine incontrate negli ospedaletti che ha frequentato da ferito, le madrine di guerra che gli hanno scritto mandandogli parole di conforto e indumenti di lana. Di una di queste è stato appena ricuperato un buon romanzo:Vigilie (1914- 1918) (1919) della trevisana-roveretana Antonietta Giacomelli, personaggio di autonomo spessore, già vicina al modernismo e alla prima democrazia cristiana, per la disperazione di Pio X. Non è detto che il relazionarsi di questo mondo variegato della guerra non possa anche offrire contenuti in una dimensione d’arte, ma certo prevale la dimensione esistenziale o civile. Ecco perché – reso omaggio ai grandi testi letterari, in prosa o in versi, da D’Annunzio e Gadda a Ungaretti e Rebora – sottolineiamo, nel brulicante repertorio di cioè che chiamiamo letteratura e memorialistica di guerra, le virtù terapeutiche della scrittura: e sia nel senso, primario, di arginare il rischio dell’io di franare nel non-io, sia nel senso utilitario di fare «assistenza» alle truppe, in quel Servizio «P» in cui lavorano nell’ultimo anno della guerra i professionisti della parola, scritta e parlata. È proprio un’altra stagione, perché gli intellettuali di riferimento di Cadorna, nella prima stagione della guerra, sono i cappellani, fra cui p. Agostino Gemelli – medico – frate – psicologo – teorizza una terapia contraria: i suoi studi sul contadino-soldato lo portano infatti ad argomentare che, meno si è in grado di pensare, e più si sopravvive nella vita degradata della trincea: l’analfabetismo sarebbe paradossalmente un bene, l’apatia, lo spossessamento di sé, l’alienazione il frutto naturale dello stato in guerra; e quelli che meno vi si adeguano sono i più acculturati e consapevoli fra i militari. L’incoscienza è risorsa. Questa cruda visione da Ancien Régime nega in radice le ragioni per cui, invece, in tanti – neo-illuministi – cercano invece di opporre un senso al non-senso. Come il doverista Jahier, in servizio di istruzione non solo militare, e persuaso di imparare, da questi uomini della montagna, almeno quanto gli sta insegnando lui.

I singoli autori possono scrivere in qualunque data; ma è fra Caporetto e Vittorio Veneto che la scrittura si moltiplica e trova spinte e concause sociali. Intanto, c’è da capire che cosa sia veramente avvenuto; nessuno lo sa, ma in molti si provano a raccontarlo costruendo scenari ideologici e sociali (fra i più intuitivi Comisso, con le sue pagine su Caporetto vacanza in Giorni di guerra); e poi parte integrante di ciò che accompagna la resistenza al Piave è la ripresa di protagonismo dei professionisti della parola, della pedagogia, del giornalismo, della storia. L’esercito di Diaz vive una rinnovata stagione di «pensiero e azione». Ecco perché – tirando le fila del discorso – si può ritenere che un punto alto della letteratura di guerra sia un volume a molte voci allestito da Prezzolini già alla fine del ‘17 – guerra durante – e alimentato sino alla conclusione per uscirne immediatamente a ridosso, nel ’19. È un diario collettivo, il diario del popolo italiano alla guerra . L’ex-factotum della Voce si sentiva mezzo imboscato nel compiere il suo servizio militare –a poco più di trent’anni, che è l’età dei Vociani – in una preziosa struttura di servizio, che è lo «Storiografico»: si trattava di fare storia dell’immediato lavorando a futura memoria, raccogliendo subito, dal vivo, con intraprendenza e fantasia, i documenti più vari dell’essere in guerra. Anche il grande storico nazional-fascista Gioacchino Volpe ci lavora e quei materiali gli consentiranno poi di scrivere i suoi libri sul popolo italiano in guerra, in chiave di storia sociale e culturale. Moderno ci appare anche il rispecchiamento messo insieme da Prezzolini: ci sono , con documenti e testimonianze, i soggetti più vari, molti intellettuali, certo, ma anche qualche voce meno acculturata, le donne oltre che gli uomini, i civili oltre che i militari, le prose, i versi, i canti, la propaganda.

Bambini giocano ai soldati

E’ «letteratura di guerra» anche questa, se accettiamo che le siano connaturate spinte e valenze extra-artistiche. Non è «letteratura pura», anzi è «impura» per definizione. Gadda, che rimugina e scrive e riscrive i suoi verbalmente calcolatissimi testi, manda fuori il primo in piena prosa d’arte, quando domina la scena il formalismo del frammento ben tornito. Il gusto dell’epoca c’è anche per lui, ma gli sta stretto , vuole esprimere le sue nevrosi e frenesie di interventista intervenuto e profondamente deluso dall’ambiente, tanto inferiore alle attese del suo rigorismo,che aspirerebbe a vedere tutto e tutti in tensione. Nel Giornale di guerra e di prigionia la feconda infelicità dell’ingegnere si sposa alla amarezza di essere finito tra i vinti di Caporetto: lui amante della patria, lui intemerato uomo d’ordine, confuso e svilito fra gli accidiosi e ambigui figuri sospettati di aver gettato le armi senza opporre resistenza, nell’ora suprema della prova, quando la tensione di tutto l’essere dovrebbe innalzare l’uomo dabbene al di sopra di se stesso. Anche il vitalissimo D’Annunzio – l’altro polo rispetto all’abulia che insidia a tratti Gadda – è spento e recluso, prigioniero non degli Austriaci, ma dei medici, che lo inchiodano al suo letto-bara nell’intento di salvargli almeno un occhio, dopo che uno lo ha perso in un incidente aereo. Notturno è questo: un diario scritto al buio, sulle strisce di carta preparate, srotolate e rese decifrabili da Renata, affettuosa e silente presenza filiale. Siamo nella Casetta Rossa sul Canal Grande. La vita piena è prima e – noi lo sappiamo – dopo quella sosta angosciosa popolata di fantasmi e di gesta.

 

Il modo d’essere del mio sistema cerebro-spinale durante e dentro la guerra fu cosa a tal segno lontana dalle comuni, che credo possa giustificare il tentativo d’un breve resoconto materiato di fatti, i quali appariranno essere verità strane ed orride: e cionondimeno verità.

C. E. Gadda, Impossibilità di un diario di guerra, in Il castello di Udine, 1934

PER APPROFONDIRE: http://www.itinerarigrandeguerra.it/

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