“Mi è sembrato di vedere un ippogrifo”

“Non finzion d’incanto, ma vero e natural”, cantava Ariosto. Impossibile eppure razionale, attraversa l’Orlando furioso superbamente indenne dall’inizio alla fine

Alberto Manguel, “La Stampa”, 5 ottobre  2014

Nella roboante folla composta da “le donne, i cavalier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese”, tra i re, le regine, i nobiluomini, i pirati, i domestici, i maghi, le incarnazioni allegoriche e le belve mitologiche che popolano i quarantasei canti del capolavoro ariostesco, uno in particolare attraversa, superbamente indenne, l’intero poema dall’inizio alla fine.

Appare per la prima volta, senza nome e in pieno volo, nel secondo canto, descritto in maniera incompleta da Pinabello come “cavallo alato” e montato dal mago Atlante (anch’egli, per il momento, innominato), per scomparire, reso glorioso dalle imprese sue e dei suoi cavalieri, in uno degli ultimi canti del poema, liberato da Astolfo su ordine niente meno che di san Giovanni Evangelista in persona. Nella sua eminente carriera, l’ippogrifo compie diverse azioni illustri e intraprende molti viaggi pericolosi, sulla terra e persino sulla luna.

Alla fine, nessuno può fare a meno di sentire che la sua libertà è più che meritata e tutti noi facciamo il tifo per lui. Pensiamo di sapere cos’è un ippogrifo. In ogni caso, per impedire che la nobile creatura corra il rischio di essere liquidata come immaginaria, nel quarto canto Ariosto ci dice chiaro e tondo: «Non è finto il destrier, ma naturale, / ch’una giumenta generò d’un grifo. / Simile al padre avea la piuma e l’ale, / li piedi anteriori, il capo e il grifo; / in tutte l’altre membra parea quale / era la madre, e chiamasi Ippogrifo; / che nei monti Rifei vengon, ma rari / molto di là dagli agghiacciati mari». […]

Ariosto si rendeva conto che, sebbene fenomeni così straordinari non potessero essere frequenti, un solo esemplare sarebbe stato sufficiente per l’intima verità del suo racconto. “Non finzion d’incanto, come il resto” – liquida altre invenzioni magiche –, “ma vero e natural si vedea questo”. Come possiamo dubitare di una testimonianza così appassionata?

I nostri antenati avevano più fede. Un’antica raffigurazione di un ippogrifo (o forse di un semplice grifone) fu trovata nel 1117 da alcuni soldati pisani partiti alla conquista delle isole Baleari; la portarono a casa e la misero in cima alla guglia orientale del loro duomo. I testimoni riferiscono che le zampe posteriori erano più da mastino che da cavallo. Molto tempo prima, i bestiari greci e persiani comprendevano creature quadrupedi e alate dalla testa d’aquila, che i sasanidi chiamavano Simurgh e gli arabi, in seguito, Roc. È facile confondere un ippogrifo con un semplice grifone, poiché il grifone stesso è già una combinazione di aquila e leone. Presso i romani, l’ubiquo Plinio il Vecchio, fonte di gran parte della conoscenza scientifica divulgativa praticamente fino all’illuminismo, fornì un erudito vivaio di questo genere di prodigi. Nella sua descrizione dell’Africa, citando Erodoto, Plinio nota che il popolo degli Arimaspi, che hanno un solo occhio al centro della fronte, combatte continuamente contro i grifoni, “una specie di fiera alata”, i quali custodiscono l’oro che gli Arimaspi tentano di estrarre. Il padre dell’ippogrifo, che come il figlio è qualcosa di più della somma delle parti, discende da un’antica stirpe. […]

A dispetto della sua rarità, l’ippogrifo appartiene al bestiario di creature ammissibili. Tanto forte è la sua verisimiglianza immaginaria che, lungi dall’essere unico come la fenice, nella fantasia è diventato quasi un luogo comune e, dopo il suo volo verso la libertà alla fine del poema di Ariosto, ha trovato nuovi lidi per le sue nuove avventure. Poiché un cavallo draghesco e non semplicemente alato appare più adatto a combattere un mostro marino, l’ippogrifo ha sostituito suo cugino, il semplice Pegaso, nelle raffigurazioni di Perseo e Andromeda, i quali sono a loro volta diventati Ruggiero e Angelica, come nel famoso dipinto di Ingres. Dal momento che un cavallo scatenato non è sufficientemente portentoso per l’instabile regno de La vita è sogno di Calderón, i primi versi del dramma non si rivolgono a un semplice ronzino, ma a un “ippogrifo violento” che ha “galoppato in gara con il vento” e ha disarcionato la principessa Rosaura nel mondo dei sogni. Poiché, essendo molto meno comune di un unicorno o di un lupo mannaro, nell’ultimo secolo l’ippogrifo ha acquisito un prestigio aristocratico, gli scrittori fantasy hanno introdotto nei loro regni questa specie a rischio di estinzione: da E.R. Eddison nel suo Il serpente Ouroboros a J.K. Rowling nella saga di Harry Potter.

Ma non è finita qui. Commentando il suo dipinto Le affinità elettive, René Magritte sottolineava che, pur sapendo che in genere una gabbia ospita un uccello, l’immagine diventa più interessante se invece di un uccello vediamo in gabbia un pesce o una scarpa. Continua Magritte:

Ma per quanto queste immagini siano curiose, sono infelicemente accidentali, arbitrarie. È possibile ottenere una nuova immagine che supererà l’esame per ciò che racchiude di definitivo, di giusto: è l’immagine che mostra un uovo in una gabbia.

Qualcosa di juste, dice Magritte: è questa la qualità dell’ippogrifo di Ariosto. L’immenso guazzabuglio narrativo che è l’Orlando furioso, costruito sulle rovine delle fatiche di Boiardo, con le sue fughe e i suoi incontri e le sue amicizie e le sue faide e le sue imprese appassionate è, più di ogni altra cosa, juste. Tutto, in quest’epopea allucinatoria, più popolosa di quasi tutte le opere di narrativa presenti nelle nostre biblioteche e sicuramente tra le più godibili, fa risuonare nella perspicace mente del lettore una nota coerentemente giusta. A ogni passo Ariosto avrebbe potuto imprimere una svolta diversa, una torsione diversa, permettendo a una scena di prolungarsi e a un’altra di essere abbreviata. A tenere insieme la storia non è una coerenza psicologica o storica e neppure narrativa, e ancora meno qualsiasi nozione aristotelica di un’unica scena e un unico luogo alla volta. Pur accompagnando il lettore da colline a vallate, da castelli a mari, dalla terra alla luna e ritorno, i frammenti rimati che costituiscono i quarantasei canti del poema non appaiono mai “infelicemente accidentali, arbitrari”. A governare le avventure è invece una sfrenata logica poetica, una logica fedelmente conforme alla furiosa pazzia del suo eroe. Emblema di questo è l’ippogrifo, un’impossibilità scaturita da un’impossibilità, razionale come un sogno dentro un sogno.

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