Gli italiani parlano (anche) in dialetto

Incontro con Tullio De Mauro che ha aggiornato la Storia linguistica
Quasi la metà di noi alterna l’uso dell’idioma nazionale con quello locale
Solo una percentuale di poco superiore al 20 è in grado di comprendere frasi neanche tanto difficili e di fare operazioni poco più che elementari
I dati sono in peggioramento, ma il progetto di Renzi non li prende in considerazione
Molte famiglie non hanno neanche un libro in casa e sono ormai tanti gli studi che attestano una relazione fra il rendimento scolastico dei ragazzi e il numero di libri posseduti dai genitori
Colloquio con Francesco Erbani, 
“La Repubblica”,  29 settembre 2014

È stato il multilinguismo a favorire un codice comune
Le donne più degli uomini si esprimono correttamente

L’ITALIANO , la lingua italiana, non sta così male. Messi male sono molti, troppi italiani che quella lingua parlano ormai correntemente, ma incontrano grandi difficoltà a comprendere un testo scritto o a risolvere un calcolo. Insomma, a orientarsi nel mondo d’oggi. È un paese bifronte quello che da anni scandaglia il linguista Tullio De Mauro, per un verso slanciato in avanti, per il verso opposto appesantito da vecchie e nuove tare. Ma un altro accertamento proietta l’immagine di un paese a due facce: l’italiano è diventato ora la lingua di quasi tutti, senza che ciò abbia però provocato la morte dei dialetti. Se il 90 per cento di noi parla una lingua comune (ancora nel 1974 era appena il 25 per cento), una buona metà di questa massa, il 44,1, alterna abbondantemente l’italiano al dialetto. E ciò, sottolinea De Mauro, non è affatto negativo.
De Mauro sistema studi che conduce da anni, studi che non riguardano tanto il codice al quale tutti facciamo riferimento, quanto proprio noi parlanti. Esce in questi giorni il suo Storia linguistica dell’Italia repubblicana ( Laterza) che fin dal titolo aggiorna la Storia linguistica dell’Italia unita, pubblicato nel 1963, un testo indispensabile per capire, attraverso il modo in cui ci esprimevamo cent’anni dopo l’unificazione, che italiani eravamo. La procedura è ora identica: storia linguistica e non storia della lingua. Si ragiona di assetti demografici e non di congiuntivi, di rapporto città/campagna, città grande/ città piccola e non di sintassi. E poi della scuola e di ciò che c’è fuori e oltre la scuola. Di giornali, di televisione e di web. Dei dislivelli culturali, vere fratture che incidono il corpo della società italiana.
Che cos’è una storia linguistica?
«È la storia di una comunità che può anche parlare diverse lingue. Tanto più di una comunità come quella italiana dove, a differenza di altri paesi, c’è un marcato multilinguismo. È la masse parlante di cui scrive Ferdinand de Saussure».
È una storia d’Italia sub specie linguistica?
«Possiamo dire così. Non riesco a capire perché gli storici italiani trascurino quest’aspetto. Accade in prevalenza da noi, dove pure è impossibile ignorare il modo in cui le persone si capivano o non si capivano. In fondo uno dei motivi alla base della richiesta di unificazione del paese era proprio la comunanza di lingua. Che poi la comunanza fosse una chimera è un problema sul quale gli storici dovrebbero soffermarsi».
E tanto più dovrebbero soffermarsi sulla formidabile convergenza degli italiani verso l’italiano avvenuta negli ultimi quarant’anni.
«È un fenomeno vistoso che induce a rivedere, almeno su questo versante, un certo pessimismo nelle ricostruzioni della nostra storia recente. Il bisogno di trovare un terreno d’intesa, da Nord a Sud, ha avuto un esito indubbio. E il bisogno l’ha avvertito più la popolazione italiana che non le classi dirigenti. Questo va sottolineato senza populismi».
E però, lei aggiunge, chi diagnosticava la morte dei dialetti deve ricredersi.
«Posso inondarla di cifre?».
Certamente.
«Fino al 1974 la maggioranza degli italiani, il 51,3 per cento, parlava sempre in dialetto. Ora chi parla sempre in dialetto è sceso al 5,4. Ma, regredendo l’uso esclusivo, è andato crescendo quello alternante di italiano e dialetto: nel 1955 era il 18 per cento, oggi è il 44,1. Quelli che adoperano solo l’italiano sono il 45,5 per cento. È vero che i toscani, i liguri e gli emiliano-romagnoli parlano solo in italiano fra l’80 e il 60 per cento e che i lucani, i campani e i calabresi vanno dal 27 al 20 per cento. Ma è vero anche che chi usa solo il dialetto in queste regioni del Sud non supera il 12-13 per cento».
E quest’alternanza quanto incide sulla capacità di comprendersi l’un l’altro?
«In una conversazione, non sempre in maniera programmata, si passa dall’italiano al dialetto e viceversa molto facilmente. Ovviamente rivolgendosi a un interlocutore che il dialetto possa capirlo. Gli inglesi lo chiamano code switching o code mixing. È uno strumento prezioso per arricchire il parlato, migliorando l’espressività».
Lei sostiene che l’acquisizione dell’italiano comune sia stata favorita dalla mescolanza di tanti idiomi.
«Quante più lingue si confrontano tanto più cresce l’esigenza di una lingua comune. L’importante è che l’ambiente sia unitario. È un fenomeno verificabile fin dal Cinquecento a Roma, per esempio, dove affluiscono popolazioni da molte regioni dopo il sacco dei lanzichenecchi. La classe dirigente, cioè la curia, era pan-italiana».
Le donne convergono verso l’italiano prima e più degli uomini.
«Questo accade sia nei contesti familiari, dove le donne rivolgendosi ai bambini prediligono l’italiano, sia fuori da quest’ambiente: lo attestano i dati sulla lettura o quelli sui rendimenti scolastici».
E oltre al multilinguismo cos’è che ha diffuso l’italiano?
«Sono tanti i fattori: l’emigrazione interna, l’affluenza nelle grandi città, radio e televisione. Ma va sottolineato l’alto livello di scolarizzazione che ha portato al diploma secondario il 75 per cento dei ragazzi. Purtroppo questa richiesta di più alta formazione si è arrestata negli ultimi anni».
In che senso?
«Il numero dei laureati in Italia resta basso rispetto alla media europea e ormai si diffonde la sfiduciata convinzione che una laurea serva a poco, perché molte imprese sembra non abbiano bisogno di alti livelli d’istruzione».
E invece la scuola resta essenziale in questo processo.
«L’italiano ha un congegno più complicato dell’inglese o del francese, richiede un controllo che la scuola può offrire. Ancora oggi una consapevolezza piena la si acquisisce alle superiori, quando queste funzionano bene. Il che non è sempre vero: soprattutto il triennio finale è rimasto molto indietro. I programmi non sono stati aggiornati e l’impianto è troppo segmentato in discipline e poco attento alle competenze trasversali».
Come giudica il progetto di riforma del governo Renzi?
«Non la chiamerei riforma. Sono provvedimenti collaterali che non toccano l’impianto complessivo. È positivo che sia un presidente del consiglio a parlare di scuola. Prima di lui l’ha fatto solo Giovanni Giolitti» Fuori dalla scuola si continuano a registrare indici di drammatica dealfabetizzazione. Tutte le indagini sulle competenze reali degli italiani indicano che solo una percentuale di poco superiore al 20 è in grado di comprendere frasi neanche tanto difficili e di fare operazioni poco più che elementari.
«Questi dati circolano da oltre un decennio. Vengono aggiornati e risultano peggiorati. Ma il progetto di Renzi non li prende in considerazione. Si fa appello alle famiglie, ma molte famiglie non hanno neanche un libro in casa e sono ormai tanti gli studi che attestano una relazione fra il rendimento scolastico dei ragazzi e il numero di libri posseduti dai genitori. Non c’è il minimo accenno all’educazione degli adulti, una delle condizioni perché i figli apprendano di più e meglio».
Lei dedica il libro a suo fratello Mauro, ucciso dalla mafia nel 1970. Perché?
«Volevo che questo pezzo di storia che non ha vissuto in qualche modo gli appartenesse».

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