Leopardi, “il giovane favoloso”

“Mi distoglieva sempre dal farlo  qualche cosa che adesso mi pare riconoscere come la furia  degli anni giovani. Il disinteresse supremo di questi  per un freddo marmo, nasconda esso pure  il corpo del poeta più amato.  Ma viene per tutti , ed è venuta anche per me, la mattina in cui la furia degli anni giovani sembra scomparsa all’orizzonte  come la nube di un bel temporale. Mattina di primavera, terribilmente vuota, in cui ci si sveglia e non c’è più un amico, una speranza, e si è simile al sasso, alla foglia caduta ieri.  La primavera batte  con dita verdi sui vetri tiepidi, azzurrini, e apre adii senza parola qualche  nuova strada. Allora si deve uscire, e si va volentieri, cercando, con l’aria, il vento di qualche immagine. Un po’ d’azzurro, due alberi, sono simili a mani che ti consolino.
Così ho pensato di andare in fondo alla grotta, in fondo alla quale, in un paese di luce, dorme da cento anni il giovane favoloso. Sono entrata in una piazza, poi in una strada, poi in altre strade e piazze. Tutto era infinitamente nuovo, lucente. Le facciate dei palazzi avevano un’aria di festa e di gioventù; la gente pur nelle rughe che pieghettavano sottilmente i volti, pur nel frusto degli abiti, camminava per i marciapiedi con la semplicità angelica , come incendiata  dal raggio di un mondo sovrumano. Provavo la sensazione  di scendere a un tratto nel mondo brillante della mia infanzia, dove tutto è benessere, luce, contemplazione.
Silvia, rimembri ancora…
Mi vengono a mente le sue parole, passano come uccelli in un cielo deserto, tutte, tutte le sue parole di luce, i vocativi affannosi e splendidi,  le esclamazioni accorate, quelle frasi ampie e luminose come giri concentrici del mare turbato da un sassolino…”
Anna Maria Ortese, Pellegrinaggio alla tomba di Leopardi, in  Da Moby Dick all’Orsa Bianca. Scritti sulla letteratura e sull’arte,  Adelphi 2001.
“Il giovane favoloso” è il titolo scelto dal regista  Mario Martone  per il suo film dedicato a Giacomo Leopardi, che verrà presentato in questi giorni alla Mostra del Cinema di Venezia. La sceneggiatura  è ispirata agli scritti del poeta ” e all’insieme del suo epistolario, lo scrigno attraverso cui è possibile seguire la breve vita di Leopardi dalla Recanati della biblioteca paterna fino alla Napoli del colera e del Vesuvio. […] Affrontare la vita di Leopardi significa [..] svelare un uomo libero di pensiero,  ironico e socialmente spregiudicato, un ribelle, per questa ragione spesso emarginato  dalla società ottocentesca nelle sue varie forme, un poeta che va sottratto una volta e  per tutte alla visione retorica che lo dipinge afflitto e triste perché malato” (M.  Martone). LEGGI TUTTO…
Il ruolo di Leopardi è interpretato da Elio Germano. Il film uscirà nelle sale il prossimo 16 ottobre.

LE RECENSIONI:

C. Maltese, Il sogno di filmare la poesia, “La Repubblica”, 2 settembre 2014

C. Piccino, Da Recanati alla scoperta del mondo, “Il Manifesto”, 2 settembre 201

Ironico, appassionato e rivoluzionario

Saviano racconta il Leopardi di Martone

“L’Espresso”, 15 ottobre 2014

Il poeta di Recanati ne ‘Il giovane favoloso’ è finalmente lontano 
dai luoghi comuni sulla bruttezza e l’infelicità.   Durante tutto il film, la sensazione di accompagnare davvero Giacomo nella sua breve ma intensa vita è fortissima.

Mario Martone si misura con la storia italiana. Lo fa ancora con “Il giovane favoloso”, dopo “Noi credevamo”, film colossale sul Risorgimento. Martone gira «mirando a ciò che è sotto la pelle della storia» e per farlo credo usi tutto il coraggio che ha. Lo stesso coraggio che ebbe Leopardi nell’ostinarsi a descrivere un’umanità disperata, di una disperazione che appartiene a tutti, quando il secolo e, aggiungerei, il mediocrissimo senso comune, vorrebbero insegnarci che la condizione umana si può migliorare con la preghiera o la ragione.

Martone è attratto dall’Italia che poteva essere e non è stata. Dal patrimonio di sogni, di analisi e di ribellione che siamo stati e che lascia atterriti al confronto con ciò che siamo ora: compromissione, imbroglio, adeguamento al peggio. Martone, forse, progetta una ricostruzione di ciò che potevamo essere, di ciò che ci portiamo addosso o meglio dentro, da qualche parte. Ora ci riprova con Leopardi. Ci riprova a raccontare l’Italia tradita, la grande parte di questa nazione che sperava in un epilogo diverso.

Per i primi dieci minuti del film “Il giovane favoloso” non fiata. Giacomo Leopardi/Elio Germano è lì a mostrare come i pensieri rimbalzino dentro di lui, sullo sfondo Recanati dolce, amabile, terribile, mortifera. È notte e il giovane Leopardi non prende sonno. Inizia a recitare. Potrebbe sembrare forzato, guardo il film con paura: Leopardi, complicatissimo raccontarlo proprio perché a tutti sembra esser già stata raccontata la sua storia, tutti l’abbiamo visto stuprato dalle nostre scuole o, in casi rari, l’abbiamo amato per grande regalo di professoresse e professori appassionati. Giacomo è lì, e con lui la mia paura che in quella scena potesse esserci troppo teatro, potesse trovare spazio il mimare la vita più che la vita stessa. E invece no. E invece il miracolo.{}

I versi cantano veri, recitati così con l’ironia e il dolore dell’innamorato. Il contrario della contrazione. E quei versi, con quelle parole insopportabili per un adolescente che le studia, vengono a tradursi invece in uno strumento d’amore e sentimento potente che nessun innamorato potrebbe disconoscere. E quelle parole capisci che sono come suonate su un clavicembalo, non è postura. Ed è subito pronto questo film a liberare Giacomo Leopardi delle cazzate dette su di lui e ripetute purtroppo ancora in decenni e decenni di studi, di scuola, di programmi troppo spesso interpretati senza amore. Il suo dolore è vita, la sua malinconia è fame di bellezza, ma Giacomo non è ammorbato, non è depresso, la sua tragica tristezza non è sfortuna. Ma è la voglia di essere amato che muove tutto. E il desiderio di riuscire a dirlo con la potenza dello scrittore che porta in sé i silenzi degli animi più semplici, spesso costretti a solo un grido represso.

Il film è lungo.  Come tutti i film di Martone. Verrebbe voglia di consigliare al regista dei tagli, poi invece comprendi che anche la durata è una scelta di coraggio. Anche la durata è un dono al protagonista cui va restituita una vita intera, affidata a semplificazioni crudeli per troppo tempo. 

Delicato e intenso il rapporto dapprima epistolare con Pietro Giordani, non semplicemente un letterato, ma uno dei primi intellettuali italiani ad aver sperato che i classici potessero essere rilegati in libri con un prezzo accessibile, perché fossero alla portata non solo di nobili, ma anche di artigiani, piccoli commercianti e autodidatti. Giordani voleva svecchiare l’Italia dalle posture e dalle affettazioni. E non è un caso che sia lui il vero primo scopritore del talento di Giacomo.

Leopardi gli scrive speranzoso, come qualsiasi esordiente spera nel giudizio di colui che ha scelto come proprio “maestro”. Ed è proprio nell’epistolario del “contino” con Giordani che emerge un Leopardi pieno di passione per la vita, che detesta lo status quo dello Stato della Chiesa, che fa vivere in quiete i suoi sudditi, preservandoli da battaglie ed eccessi, ma che tiene tutto nell’ombra, tutto fermo, tutto immobile. Questa è la casa paterna e Giacomo così non riesce a vivere, mortificato nel corpo dai dolori e nella voglia di vedere il mondo, di conoscere. Leopardi non ha vergogna e timore di dire: «Io ho grandissimo, forse smodato e insolente desiderio di gloria…»
Recanati per lui ormai è una prigione, e da Recanati si sente disprezzato: «saccentuzzo», «filosofo», «eremita» lo chiamano per il suo aspetto, specchio di uno studio matto e disperato. «Non mi parli di Recanati», scrive a Giordani, «m’è tanto cara da somministrarmi idee per un trattato d’odio per la patria».

Leopardi, come tutti i talenti italici fu deriso, insultato, isolato e soprattutto schernito dagli intellettuali medi, con medi incarichi, mediocri libri, insulsi successi. Eppure la sua vita è vita rivoluzionaria, alla costante ricerca di liberazione. Dalla biblioteca del padre Monaldo prima, utero in cui Leopardi è cresciuto dopo i nove mesi di gestazione. Utero paterno, perché la madre ha sempre mostrato un algido distacco. Non per cattiveria, ma per «vile prudenza». Madre che è la Natura nel Dialogo della Natura e di un Islandese, e nel film Natura e Madre condividono la stessa voce. Dall’utero paterno all’idiozia accademica, che lo dipinge, e in fondo lo vuole, intellettuale nobile e triste, dallo stile supremo e aulico ma dai temi invariati. Quanta pigrizia in questi giudizi.

Anche da questa seconda prigione Giacomo si libererà, alla volta di Napoli. Lì, ancora giovane ma deformato dalla (pare) tubercolosi ossea che gli piega la spina dorsale e gli porta dolori infiniti. A Napoli con la sofferenza estrema, quella degli occhi che amano la luce ma da essa vengono al contempo feriti. A Napoli dove l’intellighenzia lo accoglie, lo lusinga per poi provarne invidia, timore e infine disprezzo. Napoli di cui ama il clima, la schiettezza, il cibo, i gelati, la frutta. Ma Napoli che desidererà lasciare: «Ora il mio principale pensiero è di disporre le cose in modo, ch’io possa sradicarmi di qua al più presto. Partirò per Recanati, essendo impazientissimo di rivederla, oltre il bisogno che ho di fuggire da questi lazzaroni e pulcinelli nobili e plebei, tutti ladri e bifolchi, degnissimi di spagnuoli e di forche!». Nobili e plebei napoletani tutti ladri e degni delle forche. Sono certo che qualcuno ora denuncerà Leopardi per diffamazione, o me per averlo citato. Napoli città in cui morirà.

Leopardi per tutta la sua vita sogna un’Italia unita. La sua arte non la immagina che all’interno di uno spirito di lotta. E il rapporto con Antonio Ranieri, complesso, amico ma anche rivale. Lui può fisicamente avere le donne e la felicità che lui non riesce a raggiungere. Alter ego da cui non si separerà fino alla morte.

“Il giovane favoloso” è un film con una vera e propria ossessione per i luoghi. Durante tutto il film, la sensazione di accompagnare davvero Giacomo nella sua breve ma intensa vita è fortissima. Mai per un attimo sembra di essere in una bella finzione. E così la biblioteca di Monaldo Leopardi, luogo protettivo e aguzzino al contempo: migliaia di volumi pronti ad aprire visioni, ma anche a giustificare l’ingiustificabile. E poi c’è la colonna sonora che ti tiene in questo secolo con le sue note. Che rende Leopardi sensibilità attuale.

Ed Elio Germano, – la cui bravura in questo film è definitivamente esplosa – è riuscito nell’impresa di non mostrare un Leopardi filosofo del dolore, perché il suo corpo era pieno di dolore. Ma era l’esperienza del dolore corporeo a dargli accesso a una riflessione sul dolore. Sembra questione di dettaglio ma non lo è affatto. Perché il dolore non è soggettivo, ma universale.

Ecco, con queste mie parole rendo onore a Mario Martone, Elio Germano Michele Riondino e Massimo Popolizio perché con il loro sguardo, le loro voci e i loro corpi hanno liberato un uomo grandioso da quasi due secoli di superficialità dando luce a Giacomo Leopardi cercatore di felicità, di verità e di libertà.

Valerio Magrelli, Se Leopardi al cinema diventa un supereroe, “La Repubblica”, 31 ottobre 2014

Il successo di Mario Martone sta nell’aver ridato vita a un archetipo romantico trovandolo, però, dentro i compiti in classe dei ragazzi

LA NOTIZIA è di quelle da non credersi: Il giovane favoloso supera i 3 milioni di euro al box office ed è già diventato il film italiano più visto della stagione. Se all’inizio si era parlato di un possibile duello con il Pasolini di Abel Ferrara, adesso le sue ambizioni sono cresciute. Altro che scontro fra poeti.
LEOPARDI mira assai più in alto, fino a insidiare l’Empireo dei Supereroi. Siamo di fronte a cifre da blockbuster, che consentono all’opera di Martone di confrontarsi con corazzate internazionali. Basti dire che ieri il numero dei suoi spettatori è stato superiore a quello di chi ha seguito i Guardiani della galassia, basato sui personaggi della Marvel Comics (che fra l’altro poteva contare su un numero di copie più che doppio, oltre allo sfruttamento di una sola settimana).
Come non stupirsi, scoprendo che Rocket, procione geneticamente modificato,  Groot, alieno simile a un albero umanoide, e Groot, creatura rinata da un ramoscello e tenuta in un vasetto, si scontrano contro l’autore della Ginestra? Sono bastate le prime due settimane di programmazione perché la pellicola, interpretata da un grande Elio Germano, superasse il mezzo milione di spettatori. Registrando una media sala che è sempre stata e continua ad essere la più alta dal giorno di uscita, Leopardi mostra un trend di crescita che ha visto aumentare gli incassi del secondo week-end rispetto a quelli del primo, segno di un clamoroso effetto tam-tam. Fra chi? E qui arriviamo alla seconda sorpresa: soprattutto fra i giovani.
Aneddoto: trascinato al cinema da mia figlia ventiduenne, sono rimasto stupefatto nel trovare solo due posti in prima fila, circondato da un pubblico undertrenta. Non c’è molto da aggiungere: sbarazzatosi di Pasolini, liberatosi dei guardiani di ogni galassia possibile, Il giovane favoloso aspetta ormai di battersi giusto con L’uomo ragno.
L’accostamento, si badi, non è casuale, e chiama in causa le ragioni di un simile, benemerito successo (perché è superfluo dire quanto dobbiamo esultare per l’arrivo di un paladino italiano e poeta). Infatti, Spiderman è “uno scolaro attento e studioso, ma anche timido ed impacciato” (Wikipedia dixit), trasformato in imbattibile paladino della giustizia dalla puntura di un animale velenoso. E chi è Leopardi, se non un tranquillo bambino che diventa gobbo per la sua dannosissima passione della lettura? La forza nel primo, l’intelligenza nell’altro, appaiono entrambi prodotti di una mutazione e insieme di un dolore. Inutile spiegare quanto la malinconia della New York a fumetti o ripresa nei film, somigli a quella Recanati illustrata da Martone. Il punto focale, tuttavia, sta altrove, ossia nel celibato cui si votano questi due autentici cavalieri templari. Né cambia molto il fatto che la ragione dipenda ora dalla necessità dell’anonimato, ora dalla calamità della bruttezza. Ciò che più conta è l’atroce solitudine, sentimentale e erotica, di entrambi. Solitudine che, del resto, fa tutt’uno con la loro rivolta verso il conformismo della società. Nel suo feroce odio per l’ipocrisia cattolica e progressista, Leopardi (peraltro esperto nel tradurre La guerra dei topi e delle rane) va incontro all’Uomo Ragno e alle sue battaglie in difesa dei deboli, degli oppressi, degli irregolari. Ora, però, bisogna svelare l’arcano di questa alquanto bizzarra congiunzione. Per farlo, occorre convocare un terzo personaggio, avvicinando il poeta deforme al Gobbo di Notre Dame. Ciò che li unisce (e unisce Spiderman al Cavaliere della Valle Solitaria, a tanti vendicatori senza donna, a Superman o a Batman, per non dire del Corvo, addirittura tratto da E. A. Poe), sono elementi comuni a ogni eroe romantico, primi fra tutti proprio quelli esaltati da Victor Hugo.
In breve, Leopardi è semplicemente L’uomo che ride (altro romanzo di Hugo), il bambino prodigio, nobile e sensibilissimo, rapito dagli zingari e sfigurato, per diventare un fenomeno da baraccone. Vogliamo aggiungere Elephant man? Il gioco è chiaro. Il meritato successo di Martone sta nell’aver ridato vita a un secolare archetipo romantico, trovandolo, però, dove nessuno l’aveva mai cercato: dentro i compiti in classe di ragazzi i quali, rifiutando un Paese prostrato, sperano nella voce di uno storpio favoloso e ribelle.

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