Cari ragazzi, ecco il bello di avere torto

David McCullough Jr., insegnante di letteratura inglese e  figlio del premio Pulitzer David McCullough, il 12 giugno 2012 pronunciò un discorso per la cerimonia di consegna dei diplomi nella sua scuola, la Wellesley High SchoolMassachusetts.  “Il video di questa straordinaria lettera d’amore agli studenti finisce su YouTube, fa il giro del mondo e viene visualizzato da oltre due milioni di persone. Quelle parole diventano così il manifesto controcorrente per una vita in cui la felicità valga più del successo ottenuto a ogni costo, un’esortazione a cercare di raggiungere i propri obiettivi e non quelli imposti dalla società, un invito ad affrontare la vita seguendo i propri sogni e le proprie passioni”.

Quel discorso è divenuto un libro, You Are Not Special and Other Encouragements  (Ragazzi, non siete speciali!), ora pubblicato in Italia da Garzanti.  Il 30 agosto McCullough terrà una lectio (parzialmente anticipata dal quotidiano “La Repubblica”) al Festival della Mente di Sarzana.

David McCullough Jr.,  “La Repubblica”, 22 agosto 2014

QUAL è la metà di otto? Certo, si tratta di matematica. La chiarezza, l’assolutezza, la squisita precisione della matematica. Il teorema di Pitagora. La media aurea. I coefficienti binomiali. E i geni dell’antichità: Euclide, Archimede, Tolomeo, Tiberio. E naturalmente è così au current, la matematica, nell’economia globale del XXI secolo. Allora mettiamoci a masticare — per così dire — i numeri. La metà di otto… la metà di otto è… lasciatemi pensare… quattro! Dico bene, sì? La metà di otto è quattro, senza dubbio quattro. Uno, due, tre, quattro. Cinque, sei, sette, otto. Sì, la metà di otto è quattro. Il problema è — il grosso pericolo è — che troppi di noi si fermano lì. Forse l’avete fatto anche voi. La metà di otto è quattro. Punto.
E dopo aver dato la risposta giusta — la risposta riduttivamente giusta — ci rilassiamo, incrociamo le braccia e aspettiamo una pacca sulla spalla. Un encomio. Il voto massimo sul registro. Dunque avere la risposta riduttivamente giusta è la fine. Le menti tirano giù la saracinesca. L’esplorazione, e conseguentemente anche l’educazione e la crescita, finiscono. La metà di otto è quattro, non ci sono dubbi.
Ma la metà di otto è anche OT, non è vero? La metà di otto è anche zero, la metà inferiore o la metà superiore. La metà di otto è anche tre, la metà destra, oppure una “E” maiuscola, la metà sinistra. Staccate l’otto dalla pagina e tagliatelo a fette longitudinali sottili, come fanno con il prosciutto al bancone della gastronomia, e la metà di otto è un altro otto, ma più sottile del 50%. E si potrebbe continuare così all’infinito.
Ma il punto è proprio questo. La mente è, o dovrebbe essere, libera di vagare, agile, spontanea, incapace di star ferma, sempre alla ricerca di prospettive originali, di scoperte eccitanti. In particolare la mente adolescente, per la quale tutto è nuovo. Al liceo le menti adolescenti incontrano, o dovrebbero incontrare, la complessità, l’enormità, l’originalità, l’ambiguità, l’ironia, l’erudizione, la profondità. Territori inesplorati. Nuovi mondi da scoprire. Dovrebbero affinare le virtù della perizia e della concentrazione, e accrescere sensibilmente il loro patrimonio di conoscenze. Dovrebbero incontrare delle sfide spaventose e stimolanti al tempo stesso, delle difficoltà e ogni tanto anche delle frustrazioni e sì, persino degli insuccessi. Poi dovrebbero essere messe nella condizione di capire come risollevarsi. Ma soprattutto, al liceo le giovani menti dovrebbero essere, semplicemente, eccitate, elettrizzate da tutto quello che c’è da imparare.
«Chiamatemi Ismaele», dice la voce narrante del Moby Dick di Herman Melville. Dobbiamo dedurne perciò che si chiama Ismaele? O invece intende dire che quel nome, pur non essendo il suo, sarebbe appropriato perché lui condivide alcune caratteristiche importanti con il biblico Ismaele, il che infonde al suo racconto una serietà mitica e mistica?
Allora, qual è la metà di otto?
«Sono felicissima di rivederti», dice la conturbante Daisy Buchanan al povero malato d’amore Jay Gatsby ne Il grande Gatsby di Scott Fitzgerald. È la prima volta che si rivedono da quando si erano amati a Louisville cinque anni prima, il momento del loro ritrovarsi. Incontrare Gatsby nel bungalow del cugino è una grandissima sorpresa per Daisy, e queste sono le prime parole che pronuncia dopo che lui le ha dedicato ogni suo respiro, ha costruito palazzi di zucchero filato per lei. «Sono felicissima di rivederti ». Ma cosa intende dire in realtà? Come dobbiamo interpretare questa piatta banalità, questa formula di cortesia, questa orribile doccia fredda? E come la prenderà Gatsby?
Nick, la voce narrante, ci fa notare l’artificiosità del tono di Daisy. Dunque quella frase, pronunciata davanti a Nick, è un abile trucco per nascondere una gioia incontenibile e la passione che si è riaccesa dentro di lei alla vista del suo unico vero amore? O serve a nascondere educatamente il disagio, o l’angoscia, che prova trovandosi improvvisamente di fronte uno stalker proletario in abito di lino? Oppure serve a tenere Gatsby a distanza di sicurezza mentre si inventa qualcosa per trarre vantaggio dalla situazione?
Allora, qual è la metà di otto?
«Il resto è silenzio», dice Amleto, il più loquace di tutti i personaggi di Shakespeare. Sono le sue ultime parole, quelle che pronuncia in punto di morte. «Il resto è silenzio». Ma cosa intende dire? Il principe malinconico — e aggiungerei anche adolescente — ha vagato per cinque atti all’interno del castello tentando con verbosità magniloquente di riconciliarsi con la mortalità: la sua, la mia, la vostra. «Cos’è questa quintessenza della polvere?» dice. «Essere o non essere?» si domanda. «Ahimè, povero Yorick», si lamenta. Infine è giunto sulla proverbiale soglia della morte. Sulla soglia? Ha già varcato la soglia e si sta togliendo il cappotto. «Il resto è silenzio». Vuol dire che d’ora in poi lo attende il silenzio dell’eterno oblio, ossia del nulla? Vuol dire che potete dimenticarvi tutte quelle belle idee sul Paradiso? O vuol dire che sarà bello giacere nel silenzio, avere finalmente risposta a quei tormentosi interrogativi, liberarsi una volta per tutte di questo corpo mortale con le sue debolezze e godersi in eterno il sollievo, il riposo e la pace dello spirito?
Allora, qual è la metà di otto?
Ponete la stessa domanda in un’aula piena di teenager, come faccio anch’io di tanto in tanto, e quando avranno capito l’antifona, i loro volti si illumineranno. Insieme salteremo un muro, con questo nuovo approccio mentale correremo in tutte le direzioni in cerca di un terreno fertile, e chissà cosa scopriranno.
E gli inni di Whitman alla comunanza dell’esperienza umana, la rassicurazione di Crane per cui siamo tutti nella stessa barca, o l’affermazione di Hemingway per cui il coraggio è ciò che ci permette di affrontare l’oscurità dell’esistenza; queste non sono più arzigogolate conclusioni dell’insegnante scodellate bell’e pronte a una classe di studenti poco ricettivi che stanno attenti solo per il voto. Sono diventate invece nuove prospettive, pepite d’oro che avevamo sotto gli occhi senza vederle. E scrittori morti da tempo tornano in vita con tutta la loro saggezza. Le loro opere non sono più polverosi testi da digerire e da citare correttamente nelle interrogazioni. La lettura diventa un’antologia vitale di parabole. E le risposte esatte non sono la fine dell’apprendimento. In effetti l’apprendimento, come vedremo, non consiste quasi mai nel conoscere le risposte giuste. E l’intelletto non è semplicemente uno strumento da usare a proprio vantaggio, ma un portento straordinario.

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