Il fascino infinito della luna gigante

Qualche giorno fa, il 12 luglio, si è verificato il fenomeno della luna gigante o “superluna”  (plenilunio in coincidenza con il perigeo, ovvero la minima distanza tra la terra e il nostro satellite, 356.410 km) . L’evento  si ripeterà il 10 agosto e l’8 settembre 2014. Ecco qualche lettura e ascolto “in tema”…

Sed omnium admirationem vincit novissimum sidus, terris familiarissimum et in tenebrarum remedium ab natura repertum, lunae. Multiformis haec ambage torsit ingenia contemplantium et proximum ignorari maxime sidus indignantium, crescens semper aut senescens et modo curvata in cornua facie, modo aequa portione divisa, modo sinuata in orbem, maculosa eademque subito praenitens, inmensa orbe pleno ac repente nulla, alias pernox, alias sera et parte diei solis lucem adiuvans, deficiens et in defectu tamen conspicua— quae mensis exitu latet cum laborare non creditur—, iam vero humilis et excelsa, et ne id quidem uno modo, sed alias admota caelo, alias contigua montibus, nunc in aquilonem elata, nunc in austros deiecta. Quae singula in ea deprehendit hominum primus Endymion; ob id amor eius fama traditur.

Ma supera la meraviglia di tutti l’ultimo degli astri, il più familiare ai terrestri, rimedio alle tenebre escogitato dalla natura: la luna. Polimorfa, essa ha torturato col dubbio la mente dei suoi osservatori, incapaci di sopportare che proprio l’astro più vicino restasse sconosciuto; sempre in via di crescita o di senescenza, e ora incurvata a formare due corni, ora tagliata in due metà uguali, ora arrotondata in un disco; macchiata e, di colpo, sfolgorante di luce, sconfinata con il suo cerchio pieno e, d’un tratto, annientata; a volte veglia notti intere, altre volte appare sul tardi, e aiuta la luce del sole per una parte del giorno; in eclissi e tuttavia visibile – a fine mese è celata, ma non si creda a un’eclissi -; ora è bassa sulla terra, ora elevatissima, e neppure in modo costante, ma talora accostata alla volta celeste, talora prossima alle montagne, ora alzata verso il nord, ora discesa a sud. Queste sue peculiarità furono scoperte da Endimione, per primo fra gli uomini: perciò la leggenda del suo amore con la luna.

G. Plinio il Vecchio, Storia naturale, vol. I. Cosmologia e Geografia. Libri 1-6, Prefazione di I. Calvino. Saggio introduttivo di G.B. Conte. Traduzioni e note di A. Barchiesi, Torino, Einaudi, 1982, II 41-43

Maria Clara Eimmart (1676–1707), Micrographia stellarum phases lunae ultra 300

Giacomo Leopardi a quindici anni scrive una storia dell’astronomia di straordinaria erudizione, in cui tra l’altro compendia le teorie newtoniane. La contemplazione del cielo notturno che ispirerà a Leopardi i suoi versi più belli non era solo un motivo lirico; quando parlava della luna Leopardi sapeva esattamente di cosa parlava.
Leopardi, nel suo ininterrotto ragionamento sull’insostenibile peso del vivere, dà alla felicità irraggiungibile immagini di leggerezza: gli uccelli, una voce femminile che canta da una finestra, la trasparenza dell’aria, e soprattutto la luna. La luna, appena s’affaccia nei versi dei poeti, ha avuto sempre il potere di comunicare una sensazione di levità, di sospensione, di silenzioso e calmo incantesimo. In un primo momento volevo dedicare questa conferenza tutta alla luna: seguire le apparizioni della luna nelle letteratura d’ogni tempo e paese.
Poi ho deciso che la luna andava lasciata tutta a Leopardi. Perché il miracolo di Leopardi è stato di togliere al linguaggio ogni peso fino a farlo assomigliare alla luce lunare. Le numerose apparizioni della luna nelle sue poesie occupano pochi versi ma bastano a illuminare tutto il componimento di quella luce o a proiettarvi l’ombra della sua assenza.

I. CALVINO, Lezioni americane, Milano, Garzanti, 1993

Armando Torno, Leopardi studiò astronomia e se ne innamoròCorriere della Sera”, 14 luglio 2014

“La luna attira. Non fece in tempo ad accorgersene Beethoven perché il nome della composizione per pianoforte numero 14 in Do diesis minore, da lui chiamata Sonata. Quasi una fantasia, diventò Al chiaro di luna dopo la sua morte. Fu Ludwig Rellstab negli anni ’30 dell’Ottocento a denominarla in tal modo, scorgendo nell’Adagio sostenuto di apertura un idilliaco panorama notturno addolcito da luce lunare. D’altra parte, Giacomo Leopardi in quegli anni si innamorò dell’astro. Nel Canto notturno le pone domande: «Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,/ Silenziosa luna?»; nei versi ad essa titolati la chiama in causa quale testimone esistenziale: «O graziosa luna, io mi rammento/ Che, or volge l’anno, sovra questo colle/ Io venia pien d’angoscia a rimirarti:/ E tu pendevi allor su quella selva/ Siccome or fai, che tutta la rischiari». Ne La sera del dì di festa la descrive, anzi la dipinge: «Dolce e chiara è la notte e senza vento,/ E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti/ Posa la luna, e di lontan rivela/ Serena ogni montagna». 
Leopardi era arrivato ad amarla dopo averne studiato interpretazioni e calcoli, esaminato Galileo e le teorie delle maree in un’opera giovanile: la Storia della astronomia dalla sua origine fino all’anno MDCCCXIII (ora ripubblicata da La Vita Felice, ché Mondadori l’ha esclusa dai «Meridiani» con poesie e prose). Impossibile riprendere tutte le sue citazioni ma, come dirà Thomas Mann in Nobiltà dello spirito, la luna è emblema dell’arte: entrambe consentono un abbraccio tra mondo materiale e spirituale; rivolgere lo sguardo alla luna significa elevarsi nel cosmo senza dimenticare la terra. D’altra parte, nel 1657 Cyrano de Bergerac aveva pubblicato un ardito romanzo dal titolo L’altro mondo o Gli Stati e gli Imperi della Luna, nel quale espose teorie filosofiche e scientifiche allora non gradite ai benpensanti, quali l’eternità e infinità dei mondi, la costituzione atomica dei corpi et similia. Il francese era già stato anticipato da Ariosto. «Tutta la sfera varcano del fuoco,/ et indi vanno al regno della luna»: con questi versi inizia il canto XXXIV dell’Orlando Furioso, in cui il paladino Astolfo è condotto sulla luna da Giovanni evangelista per recuperare il senno di Orlando, smarritosi per amore.
D’Annunzio nell’Alcyone scioglierà un’immagine alla «Nascente luna, in cielo esigua come/ il sopracciglio della giovinetta», mentre Samuel Beckett in Molloy perderà la pazienza: «Com’è difficile parlare della luna con discrezione! È così scema, la luna. Dev’essere proprio il culo quello che ci fa sempre vedere». Supererà il suo romanticismo Alfred de Musset, nella Ballata alla luna: «C’était dans la nuit brune,/ sur le clocher jauni,/ la lune/ comme un point sur un i» («Era nella notte bruna/ sul campanile ingiallito/ la luna/ come un punto su una i». Un’altra immagine giunge da Sergej Esenin che troverà anche il tempo di innamorarsi di Isadora Duncan, ma ne L’acero antico non si scorderà di lasciare un simbolo: «La luna, rana d’oro del cielo».
Tra i malati guariti da Gesù presso il lago di Tiberiade c’erano dei lunatici (Matteo 4,24): così allora erano detti i colpiti da epilessia, attribuita a influssi lunari. Presso i babilonesi l’astro prendeva la forma di uomo ed era il dio Sin (qualcuno lo vedrà nell’etimo del Sinai); maschile resterà anche in Egitto, dove sarà il dio Thout, detto anche Chonsu: a lui verrà attribuita l’arte della scrittura e la sapienza, per questo i Greci lo identificheranno con Ermete. Già, i Greci: finalmente la luna diventa donna. È Selene”.

Hay tanta soledad en ese oro.
La luna de las noches no es la luna
que vio el primer Adán. Los largos siglos
de la vigilia humana la han colmado
de antiguo llanto. Mírala. Es tu espejo.

C’è tanta solitudine in quell’oro.
La luna delle notti non è la luna
che vide il primo Adamo. I lunghi secoli
della veglia umana l’hanno colmata
di antico pianto. Guardala. È il tuo specchio.        J. L. Borges

PER APPROFONDIRE

Numero tematico dedicato alla luna di Griseldaonline, portale di letteratura. CLICCA QUI.

Engrammi. La luna di Galileo e le arti. CLICCA QUI.

Il disco di Nebra, Germania, Età del bronzo, 1600 a.C. (?)

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