L’istinto di narrare

E. Ferrero, Evolversi con le storie, “Il Sole 24 ore”, 30 marzo 2014

L’uomo è l’unico animale che non può vivere senza racconti, cioè senza produrre e consumare continuamente affabulazioni, invenzioni, fantasie. Elabora racconti persino quando dorme in quelle libere fiction autogestite che sono i sogni, di cui è più spettatore che regista. Sin da bambino si appassiona al gioco del «come se», si immedesima in personaggi di sua invenzione, adora i travestimenti, l’arte e la musica, è spontaneamente multiplo. E da adulto, anche a occhi aperti elabora una visione della realtà in cui la componente immaginativa ha una parte essenziale.
Questa che si configura come una vera e propria dipendenza non è un lusso, un simpatico optional per i momenti di relax. Se si trattasse soltanto di regalarci delle occasioni di piacevole intrattenimento, l’evoluzione si sarebbe già incaricata di eliminarla come un inutile spreco di energia. È stata proprio l’evoluzione a crearla, ad affinarla, a renderla indispensabile, quasi una componente dell’equipaggiamento genetico.
È questa la tesi di fondo del libro di Jonathan Gottschall, docente di inglese al Washington & Jefferson College di Pittsburgh, che si muove darwinianamente tra biologia, psicologia, neuroscienze e letteratura (The storytelling animal è il titolo originale, più suggestivo di quello italiano). Siamo dunque in presenza di un istinto fondativo, come già sapeva Sharazade, che riusciva a sospendere la sua condanna a morte incantando il sultano con le sue narrazioni. Sappiamo benissimo che i racconti che produciamo o ascoltiamo sono fittizi, eppure ne abbiamo un bisogno assoluto. È una narrazione anche la politica, quasi un talent dove i giudici sono i cittadini che votano (spesso preferendo inganni piuttosto evidenti a scelte razionali). Forse lo è persino la scienza, almeno fino a quando non sottopone le sue «narrazioni» a verifica; di sicuro la psicoterapia, dove il terapeuta diventa una sorta di editor del racconto che il paziente fa della propria vita, e cerca di metterlo in pulito.
Tuttavia l’uomo non sembra cercare storie a lieto fine. Al contrario, dimentica per un istante la sua quotidianità per immergersi in vicende complicate e spaventevoli: Edipo che si acceca per l’orrore, Medea che uccide i propri figli, i cadaveri di cui rigurgitano i drammi di Shakespeare, persino le truculente fiabe dei Grimm. La finzione narrativa si basa su problemi, conflitti, difficoltà d’ogni genere e sul loro superamento finale, come già aveva accertato Propp (curiosamente assente dal libro).
Esiste insomma una grammatica generazionale delle storie, ma perché il nero, la paura, l’orrore vi occupano una parte prevalente? Perché, sostiene Gottschall, le storie, a partire dai miti sono come dei simulatori di volo che, ponendoci di fronte a situazioni difficili, ci insegnano a elaborare i comportamenti adatti a gestirle. Sono lo spazio in cui sviluppiamo le competenze necessarie alla vita sociale. Esperimenti di laboratorio hanno dimostrato che anche gli animali sognano situazioni di pericolo o di paura, che rappresentano per loro come per gli umani un ottimo training.
La mente umana non è stata modellata per le storie, ma dalle storie, dice Gottschall. La finzione narrativa ci fornisce informazioni, precetti morali, emozioni: ci plasma. Quando ci immedesimiamo nelle storie che leggiamo o che vediamo al cinema o in tv, i nostri neuroni si comportano come se fossimo effettivamente lì. Le cellule attivate si legano insieme, e questo spiega i processi di apprendimento e il loro progressivo affinarsi: la ripetizione dei gesti corre lungo un network già stabilito. Non solo: sin da quando venivano trasmesse oralmente, le storie continuano ad adempiere la loro antica funzione di creare un legame sociale e di rafforzare una comune cultura. Sono una forza coesiva nella partita che si gioca contro il caos e la morte.
Per entrare nella mente umana, un messaggio ha bisogno di una storia che sappia creare un coinvolgimento emotivo, e in questo la narrativa funziona meglio della saggistica (difatti per sedurci l’autore ogni tanto si concede qualche inserto un po’ più raccontato). Gli uomini privilegiano l’irrazionalità dei miti e delle religioni perché non riescono a tollerare l’inspiegabile, perché devono conferire un ordine e un senso alla loro esistenza e rispondere alle grandi domande che li assillano. È una strategia di sopravvivenza anche questa. C’è chi, come Richard Dawkins, sostiene che il lato oscuro e violento di certe religioni rappresenta un tragico difetto del l’evoluzione. Altri biologi pensano invece che la religione faccia funzionare meglio le società umane, connoti i gruppi, favorisca la coesione, mantenga l’ordine, privilegi l’utilità collettiva.
Qualcuno ha detto che la verità avvelena la fantasia. La nostra disponibilità a immaginare al di fuori d’ogni logica non si estende per fortuna alla sfera morale. Anche quando parla di atrocità e orrori, la funzione narrativa sottintende un senso etico, un giudizio morale. La violenza non è (per lo più) presentata in modo neutro, anche se il discorso non vale per cinema e video, dove per via dei neuroni specchio i comportamenti violenti finiscono per creare assuefazione e produrre aggressività.
E oggi? Qualcuno teme per la conservazione delle forme finzionali, alte o basse che siano ma, come è stato scritto, il futuro è poco promettente per la realtà. Grazie alle potenzialità offerte dalle tecnologie digitali, vivremo immersi in mondi sempre più virtuali e sempre meno fisici. La vera migrazione che l’umanità sta compiendo non è e non sarà quella verso lontani pianeti, ma verso i continenti fittizi offerti da tablet e smartphones. In questa overdose di virtualità si annidano molti pericoli. Speriamo che l’evoluzione abbia previsto anche questo, o quanto meno si attrezzi per limitare i danni.

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