L’Italia e Napoleone

Giuseppe Pietro Bagetti, “Napoleone entra a Milano”, 15 maggio 1796

STENDHAL (Henri-Marie Beyle), LA CERTOSA DI PARMA (1838)

Capitolo I MILANO NEL 1796

Il 15 maggio 1796 il generale Bonaparte entrò in Milano alla testa di quel giovane esercito che aveva passato il ponte di Lodi e dimostrato al mondo che, dopo tanti secoli, Cesare e Alessandro avevano un successore. I miracoli di coraggio e di genialità di cui l’Italia fu testimone, in pochi mesi risvegliarono un popolo addormentato. Appena otto giorni prima dell’arrivo dei francesi, i milanesi li consideravano nient’altro che una banda di briganti, abituati a scappare regolarmente davanti alle truppe di Sua Maestà Imperiale e Reale: questo almeno era quanto continuava a ripetergli tre volte la settimana un certo giornaletto non più grande di un palmo, stampato su carta grigiastra. Nel medio evo i lombardi repubblicani avevano dato prova di un coraggio non inferiore a quello dei francesi, e si erano meritati la distruzione della loro città ad opera degli imperatori tedeschi. Una volta diventati fedeli sudditi, la loro grande occupazione fu di stampare sonetti su fazzolettini di taffetà rosa quando si sposava qualche ragazza nobile o ricca. Quanto a lei, la ragazza, due o tre anni dopo quel memorabile giorno si prendeva un cavalier servente: e certe volte il nome dei cicisbeo, scelto dalla famiglia del marito, aveva un posto d’onore nel contratto di matrimonio. Tra quei costumi effeminati e le emozioni profonde suscitate dall’arrivo imprevisto dell’esercito francese, c’era senza dubbio un abisso. La vita cambiò, le passioni si risvegliarono. Il 15 maggio 1796 tutto un popolo si rese conto di quanto fosse straordinariamente ridicolo, e in certi casi odioso, tutto ciò che aveva rispettato fino a quel giorno. La partenza dell’ultimo reggimento austriaco segnò la fine delle vecchie idee. Rischiare la vita diventò di moda. Si capì che per poter di nuovo essere felici, dopo secoli di torpide sensazioni degradanti, bisognava amare la patria d’un amore concreto e cercar di fare qualcosa di eroico. Il chiuso dispotismo di Carlo V e poi di Filippo II li avevano sprofondati nel buio: buttarono giù le loro statue e furono di colpo inondati dalla luce. Da una cinquantina d’anni, mentre in Francia esplodevano l’Enciclopedia e le idee di Voltaire, i preti continuavano a ripetere ai buoni milanesi che non valeva proprio la pena di imparare a leggere o altre cose del genere, che ci si poteva assicurare un bel posto in paradiso pagando regolarmente le decime e raccontando per bene al parroco tutti i propri peccatucci. Per avvilire fino in fondo quel popolo che in passato aveva dimostrato tale energia e tanta capacità di ragionare, l’Austria gli aveva venduto a buon mercato il privilegio di non dover fornire reclute al suo esercito. Nel 1796 l’esercito milanese era composto di ventiquattro poveracci vestiti di rosso, i quali presidiavano la città in collaborazione con quattro splendidi reggimenti di granatieri ungheresi. C’era una grande libertà di costumi, ma la passione era cosa rara. D’altra parte, oltre alla noia di dover raccontare tutto al prevosto, se non volevano rischiare di finir male anche in questo mondo, i buoni milanesi dovevano sottomettersi a certe piccole imposizioni monarchiche decisamente fastidiose. All’arciduca, per esempio, che risiedeva in Milano e governava in nome dell’Imperatore suo cugino, era venuta la vantaggiosa idea di darsi al commercio del grano. Divieto quindi ai contadini di vendere il loro grano prima che Sua Altezza avesse riempito i suoi depositi. STENDHAL,certosa_di_parma_1cap Il video: Philippe Daverio, Passepartout, Napoleone in Italia. CLICCA QUI.

 Napoleone e Venezia

Venezia, Piazza san Marco, Ala Napoleonica

“Il 2 dicembre 1805 la terza coalizione antinapoleonica fu definitivamente sconfitta dalle truppe francesi nella battaglia di Austerlitz.  Poco tempo dopo, il giorno 26 dello stesso mese, Napoleone e l’imperatore Francesco I d’Austria firmarono la Pace di Presburgo: rientrando nell’orbita francese, Venezia e il Veneto diventarono parte integrante del Regno d’Italia. Sotto la potestà del vicerè Eugenio di Beauharnais, Venezia si apprestava così ad affrontare uno dei periodi chiave della propria storia politica e urbana: contraltare dinamico dell’immobilismo austriaco degli anni precedenti, l’arrivo dei francesi scosse nel profondo il clima di torpore che avvolgeva la città. Per la prima volta dalla caduta della Serenissima, Venezia si accingeva a confrontarsi con il resto dell’Italia e dell’Europa e a far dialogare la propria peculiare struttura con la razionalità operativa delle nuove istituzioni. Con la sua posizione invidiabile – e militarmente utile – e con l’enorme carico di storia e di arte che possedeva, la città lagunare divenne, infatti, uno dei fulcri sui quali si impostò l’attività riformatrice francese. Assunta al ruolo di moderno centro europeo, l’antica città lagunare non sarebbe riuscita ad evitare di confrontarsi con il cambiamento, nonostante fosse, per sua stessa natura, assolutamente unica nel suo genere”. Emma Filipponi, Venezia e l’urbanistica napoleonica: confisca e riuso degli edifici ecclesiastici tra il 1805 e il 1807, 11 novembre 2013, in http://www.engramma.it. LEGGI TUTTO…

Giuseppe Borsato, “Visita di Napoleone a Venezia nel 1807”, 65 x 90 cm; 1807; Versailles, Châteaux de Versailles et de Trianon

Napoleone a Venezia: cronaca di un amore mai nato. CLICCA QUI per approfondire. … e  i cavalli di san Marco… Dal sito della Basilica: “Nel dicembre del 1797, per la prima volta dopo oltre cinque secoli, i quattro cavalli abbandonano la facciata di San Marco per volere di Napoleone che li fa trasferire a Parigi. La quadriga, destinata a decorare il coronamento dell’arco trionfale del Carrousel, subisce varie aggiunte. Con la caduta di Napoleone, Antonio Canova viene incaricato del recupero e del trasporto in Italia delle opere trafugate. Il 13 dicembre 1815, alla presenza di Francesco I d’Austria, nuovo sovrano di Venezia, i cavalli vengono restituiti alla facciata di San Marco. La preziosa quadriga in bronzo dorato, l’unica pervenuta dall’antichità, ha però subito notevoli danni, quindi prima della ricollocazione viene portata in Arsenale per essere restaurata. Altri interventi saranno necessari negli anni successivi, ed ancora la quadriga per due volte viene calata dall’arcone marciano per trovare riparo in un rifugio sicuro nel corso delle due ultime guerre mondiali”.

I Francesi, entrati a Venezia nel 1797, rimuovono i cavalli di S. Marco e ne predispongono il trasporto in Francia, Parigi, Bibliothèque des Arts Décoratifs

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