Orfeo ed Euridice: l’origine del canto

Copia romana di Ermes, Orfeo ed Euridice, Napoli, Museo Archeologico Nazionale

Ovunque, quando la voce canta, è Orfeo.
R. M. Rilke, 1923

Rainer Maria Rilke [1875-1926], Orfeo. Euridice. Ermete [1904]

Era il luogo del mistero
la miniera arcana delle anime.
Nel buio scorrevano in silenzio
come vene d’argento.
Sgorgava tra radici il sangue
che sale al mondo dei vivi,
pesante come porfido, in quel buio.
Null’altro c’era, di rosso.
C’erano rocce,
e foreste trasparenti come spettri,
ponti sul vuoto
e quello stagno
immenso grigio cieco
sospeso sul fondale
come cielo piovoso su un paesaggio.
In mezzo ai prati,
pieno di promesse,
correva un unico sentiero,
la tenue traccia di una via,
bianca come una bianca tela stesa.
Lungo quel sentiero, essi venivano.
L’uomo snello per primo,
avvolto nel suo manto azzurro
guardava avanti a sé impaziente e muto.
A passi grandi come grandi morsi
divorava la strada; tra le pieghe del mantello
le sue mani erano tese e serrate,
immemori di quella cetra lieve
che era cresciuta sulla sua sinistra
come tralcio di rosa sull’olivo.
Divisi, in lui, i sensi: l’occhio
correva avanti, come un cane,
roteava all’intorno e poi ancora avanti
fino alla prima svolta,
dove si fermava ad aspettare –
restava indietro l’udito,
come un alito.
Gli sembrava, talvolta, di sentire
il passo di quei due
che dovevano seguirlo fino in alto,
in cima alla salita.
Ma poi di nuovo era soltanto
l’eco del suo passo, dietro a lui,
e il vento del mantello.
Vengono, diceva allora a se stesso,
vengono, diceva a voce alta,
e l’eco della voce si spegneva.
E tuttavia venivano, quei due,
ma il loro piede era così leggero!
Se avesse potuto voltarsi per un attimo
(ma un solo sguardo e l’opera sua
che ormai era alla fine,
sarebbe andata in pezzi), li avrebbe visti,
quei due, che muti lo seguivano
col loro passo lieve:
il dio dei viandanti e dei messaggi,
sui chiari occhi il pétaso calato,
la verga sottile tesa avanti a sé,
le ali fruscianti alle caviglie;
e, affidata alla sua mano sinistra,
come in pegno: lei.
Lei – così amata – che una sola cetra
la pianse più di mille donne in lutto;
e tutto il mondo fu in pianto, boschi e valli,
strade e paesi e campi e fiumi e animali;
intorno a questo mondo di pianto
come intorno a un’altra terra
volgevano in silenzio il sole
e il cielo pieno di stelle,
cielo di pianto e di stelle sfigurate -:
lei, così amata.
Stretta alla mano di quel dio,
mite e paziente lei andava,
il passo incerto per la lunga
tunica di morte.

Giorgio De Chirico, “Orfeo solitario”, 1973

C. Pavese, L’inconsolabile, da Dialoghi con Leucò, 1947

ORFEO: È andata così. Salivamo il sentiero tra il bosco delle ombre. Erano già lontani Cocito, lo Stige, la barca, i lamenti. S’intravvedeva sulle foglie il barlume del cielo. Mi sentivo alle spalle il fruscìo del suo passo. Ma io ero ancora laggiù e avevo addosso quel freddo. Pensavo che un giorno avrei dovuto tornarci, che ciò ch’è stato sarà ancora. Pensavo alla vita con lei, com’era prima; che un’altra volta sarebbe finita. Ciò ch’è stato sarà. Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue. Valeva la pena di rivivere ancora? Ci pensai, e intravvidi il barlume del giorno. Allora dissi “Sia finita” e mi voltai. Euridice scomparve come si spegne una candela.

Auguste Rodin, “Orfeo e Euridice “, Metropolitan Museum of Art, New York

S. Quasimodo, Dialogo, da La vita non è sogno, 1949

 Czeslaw MiloszOrfeo ed Euridice
In piedi sui lastroni del marciapiede all’ingresso dell’Ade… LEGGI TUTTO.

Odilon Redon, La morte di Orfeo

Odilon Redon, La morte di Orfeo

Nel romanzo La terra sotto i suoi piedi (1999) Salman Rushdie  rilegge in chiave moderna il mito di Orfeo ed Euridice: “si racconta la storia di Ormus e Vina, due rockstar degli anni Ottanta, il loro ripetuto perdersi e ritrovarsi, la loro storia d’amore che oltrepassa il confine tra vita e morte. A narrare dei due amanti è Rai, fotografo, amico d’infanzia di Ormus e amante, per un certo periodo, di Vina. Il romanzo si apre proprio con la morte di Vina in Messico durante un violento terremoto, per ritornare, poi, indietro nel tempo e ripercorrere tutta la vita dei due innamorati.
Rai descrive le straordinarie doti musicali di Ormus, proprio un Orfeo in versione pop-rock”(cap. 4, p. 114):

Se dico che Ormus Cama è stato il cantante pop più grande di tutti, quello il cui genio superava tutti gli altri, quello che non fu mai raggiunto dal gruppo degli inseguitori, spero che anche il mio lettore più smaliziato mi darà prontamente ragione. Era un mago della musica le cui melodie potevano far ballare le vie della città e ondeggiare i palazzi al loro ritmo, un aureo trovatore con la vibrante poesia delle parole delle sue canzoni poteva spalancare le porte dell’Inferno; incarnava il cantante e l’autore di canzoni come sciamano e portavoce, e diventò il non-santo non-buffone del suo tempo. Ma, stando a quello che diceva di lui, Ormus era qualcosa di più; perché affermava di essere nientemeno che il segreto autore, il primo e principale innovatore, della musica che ci scorre nel sangue, che ci possiede e ci muove, ovunque siamo, della musica che parla la lingua segreta di tutta l’umanità, nostro comune retaggio, qualunque sia la madrelingua che parliamo, quali che siano i balli che abbiamo imparato a ballare per primi.

Vina è sparita, ma Ormus non riesce ad accettare l’idea di averla persa, vuole ritrovarla a tutti i costi (cap. 6, pp. 222 s.):

Ormus Cama e io, a quei tempi, fummo più vicini di quanto eravamo o saremmo mai stati, a causa della perdita comune. Potevamo tollerare, credo, il reciproco bisogno di Vina solo perché lei non era più né con l’uno né con l’altro. Non c’era giorno in cui non passassimo quasi tutto il nostro tempo pensando a lei, e nei nostri cuori abitavano le stesse domande. Perché ci aveva abbandonato? Non era nostra, non l’avevamo amata? Ormus ne aveva, come sempre, più diritto di me. L’aveva vinta in una scommessa, se l’era guadagnata in lunghi anni di attesa e di rinuncia. E ora Vina se n’era andata, era sparita in quell’immenso aldilà fatto di tutte le cose e di tutti i luoghi e di tutte le persone che non conoscevamo. «La troverò» giurò ripetutamente Ormus. «Non c’è limite a dove mi spingerò. Fino ai confini della terra, Rai. E oltre.» Sì, sì, pensavo io, ma se lei non ti vuole? […] Era pronto, Ormus, a tuffarsi anche in questo inferno, l’aldilà del dubbio? chiesi; e poiché ero giovane, mi ci volle molto tempo per capire che le fiamme infernali dell’incertezza già gli stavano arrostendo le carni.

cocteau_orfeo

J. Cocteau, Orfeo

 

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