Maledetto sia Copernico! Nuova scienza e barocco

“Copernico, Copernico, don Eligio mio, ha rovinato l’umanità, irrimediabilmente. Ormai noi tutti ci siamo a poco a poco adattati alla nuova concezione dell’infinita nostra piccolezza, a considerarci anzi men che niente nell’Universo… Storie di vermucci ormai, le nostre”. L. PIRANDELLO, Il Fu Mattia Pascal, 1904

Il Sidereus Nuncius notificava la fine del vecchio ordine del mondo e la conseguente instaurazione di un disordine che minacciava di investire anche il mondo dei valori morali e religiosi.
A turbare gli animi era la malinconica sensazione che la terra venisse spodestata della sua antica centralità, sperduta negli spazi infiniti privi ormai di sicuri punti di riferimento una volta che non esisteva più nulla di immobile nell’universo. Se si volesse spiegare meglio questo disegno con la scrittura novecentesca di Pirandello, calato ormai in ambito einsteiniano, è la sindrome di chi si trova a vivere, per dirla con le parole di Mattia Pascal su «un’invisibile trottolina, cui fa da ferza un fil di sole, su un granellino di sabbia impazzito che gira e gira e gira senza sapere il perché, senza pervenire mai a un destino».
Andrea Battistini, Galileo e i Gesuiti. Miti letterari e retorica della scienza, Vita e Pensiero, Milano 2000

Adam Elsheimer (Frankfurt am Main, 1578 – Roma, 1610), “Fuga in Egitto”, Monaco, Alte Pinakothek, olio su rame, 31 x´ 41 cm.

L’iscrizione nella parte posteriore del quadro: “Adam Elsheimer fecit Romae 1609”, ci informa sul luogo e la data in cui venne eseguita l’opera. In un articolo del “Suddeutsche Zeitung Magazin” si sostiene che la rappresentazione del cielo sia esattamente quella visibile a Roma il 16 giugno 1609 e che l’autore abbia fatto uso di un telescopio. Il particolare più impressionante è, dopo la luna, la Via lattea. […]Elsheimer ha dipinto uno sciame di piccoli astri non visibili al naturale, richiamando alla mente lo stupore provato dallo stesso Galileo per la via lattea quando la osservò al telescopio e la fissò come un’immensa formazione di stelle, tanto piccole e vicine l’una all’altra, da essere visibili solo con un telescopio. L’orsa maggiore è la costellazione meglio visibile nel cielo di Elsheimer, in alto a destra del quadro. CFR. www.liceoagnoletti.it/documenti_pdf/Elsheimer%20e%20Galileo.pdf

John Donne (1572-1631), An Anatomy of the World: the First Anniversary, 1611, vv. 209-213:
E liberamente gli uomini confessano
che questo mondo è consumato,
mentre nei pianeti e nel firmamento
cercano tante cose nuove; vedono che esso
è nuovamente sbriciolato nei suoi atomi.
È tutto in pezzi, svanita ogni coerenza.

“L’elemento del fuoco è spento, l’aria non è che acqua rarefatta, la terra, hanno scoperto, si muove e non è più il centro dell’universo, è diventata un magnete. Le stelle non sono fisse, ma nuotano negli spazi eterei, le comete sono issate sopra i pianeti. Alcuni dicono che c’è un altro mondo di uomini e animali sulla luna, con città e palazzi. Il sole è smarrito, poiché non è altro che una luce prodotta dalla congiunzione di molti corpi splendenti, una fessura nei cieli inferiori attraverso cui si diffondono i raggi di quelli più alti; e si è osservato che ha delle macchie. Così, per i moti svariati di questo globo ch’è il cervello dell’uomo, le scienze son diventate opinioni, anzi errori e lasciano l’immaginazione in mille labirinti. Che cos’è tutto ciò che sappiamo a confronto di ciò che non sappiamo?”.

William Drummond [1585-1649], A Cypress Grove [Il bosco dei cipressi], 1623

LE PENSÉES DI BLAISE PASCAL: IL “PENSIERO FRAMMENTARIO”
Vastità, molteplicità e mutevolezza del reale mettono in crisi la possibilità stessa di raggiungere la verità e di accedere quindi alla conoscenza. Questo tratto, già presente in Montaigne, raggiunge le estreme conseguenze, in pieno Seicento, con il pensiero di Blaise Pascal (1623-62), nel quale si fa vivida la sensazione di dispersione che investe l’essere umano, “sporporzionato” alla vastità dell’universo in espansione. Già convertito al giansenismo, nel 1646, e prima di entrare nel convento di Port-Royal (1654), Pascal si dedicò intensamente agli studi scientifici, che non entrarono mai, per lui, in conflitto con gli aspetti religiosi. Per questa via egli approfondì le scoperte di Torricelli e giunse alla conclusione dell’esistenza del vuoto, con cui si sovvertiva la secolare credenza dell’horror vacui (“terrore del vuoto”) della natura. E anche con la consapevolezza dello scienziato, quindi, ch’egli comunicò la vertigine dell’uomo, il quale, senza il soccorso divino, si trova solo davanti all’abisso, smarrito in un spazio infinito dove la moltiplicazione dei centri determina la perdita dei punti di riferimento.
Il Barocco: forma fluens l’instabilità del reale, in C. Bologna – P. Rocchi, Rosa fresca aulentissima, vol. 3 (dal Barocco all’Età dei Lumi)

 “Noi vaghiamo in un vasto mare, sospinti da un estremo all’altro, sempre incerti e fluttuanti. Ogni termine a cui pensiamo di ormeggiarci e di fissarci, vacilla e ci lascia; e, se lo seguiamo, ci elude, scivola via e fugge in un’eterna fuga. Nulla si ferma per noi. È questo lo stato che ci è naturale, e che tuttavia è il più contrario alle nostre inclinazioni. Noi bruciamo dal desiderio di trovare alcunché di stabile, e un’ultima base costante per edificarci una torre che s’innalzi all’infinito; ma ogni nostro fondamento vien meno, e la terra si apre sino agli abissi.” Blaise Pascal (1623-62), Pensieri, 72

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“Dapprima, all’inizio delle sue indagini, l’uomo riteneva che la sua sede, la terra, se ne stesse immobile al centro dell’universo, mentre il sole, la luna e i suoi pianeti si muovevano attorno ad essa con traiettorie circolari. L’uomo seguiva in ciò, in maniera ingenua, l’impressione ricavata dalle sue percezioni sensoriali: non avvertiva infatti un movimento della terra, e dovunque volgesse liberamente lo sguardo, si trovava sempre al centro di un cerchio che racchiudeva il mondo esterno. La posizione centrale della terra era comunque una garanzia per il ruolo dominante che egli esercitava nell’universo, e gli appariva ben concordare con la sua propensione a sentirsi il signore di questo mondo. La distruzione di questa illusione narcisistica si collega per noi al nome e all’opera di Niccolò Copernico nel sedicesimo secolo. […] Quando essa fu universalmente riconosciuta, l’amor proprio umano subì la sua prima umiliazione, quella cosmologica.
Sigmund Freud, Una difficoltà della psicoanalisi (1916)

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