Barocco è il mondo!

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Giovanni Battista Bracelli, ‘’Bizzarie di Varie Figure’’, 1624

Tomaso Montanari per il Festival di Spoleto 2016, “la Repubblica”, 8 luglio 2016

BAROCCO È IL MONDO – DA GUIDO RENI A GADDA FINO A TARANTINO, LA VERTIGINE DI UNO STILE PER SEMPRE CONTEMPORANEO – QUANDO LA POLITICA COINCIDE CON LA RETORICA, E LA VITA SOCIALE CON LA DISSIMULAZIONE, L’ARTE NON PUÒ CHE ESSERE INGANNO: PER QUESTO, OGGI COME NEL SEICENTO, L’ENIGMA È L’UNICO MODO DI PARLAR CHIARO –

Nel Barocco (come nella cultura occidentale di oggi) un corpo umano insieme titanico e imperfetto, diventa la dismisura narcisistica di tutte le cose – È da qua che sgorga una linea che corre diritta fino a Tarantino…

«Barocco è il mondo, e il Gadda ne ha percepito e ritratto la baroccaggine»: così sentenzia la mirabile appendice alla “Cognizione del dolore”. Scritto a ridosso delle «calamità catastrofizzanti che l’Europa conobbe dal 1939 al 1945», quel libro emblematico uscì solo nel 1963: esattamente nel momento in cui due studi fondativi di Giuliano Briganti (Pietro da Cortona, o della pittura barocca) e Francis Haskell (Mecenati e pittori. Studio sul rapporto tra arte e società nell’età barocca) chiarivano i limiti e l’utilità dell’uso storiografico della categoria di “barocco”.
Ma siccome – lo ha scritto proprio Haskell – «per conservare vivi e funzionanti i nostri rapporti con gli antichi maestri, in ultima analisi, è necessario forzarli», la crescente precisione con cui conosciamo il Barocco storico non ferma il gioco che pone la modernità di fronte allo specchio della cultura barocca.
Non si tratta di teorizzare un neo-barocco (come pure si è fatto a più riprese), né di istituire confronti formali (mai davvero funzionanti) tra opere d’arte del Seicento e di oggi: il punto è semmai provare ad afferrare i fili concettuali, morali, estetici che continuano ad innervare il nostro presente.
Uno dei più avvincenti riguarda il rapporto tra corpo e mondo. Rovesciando un motto greco che sta alla base del Rinascimento, si può dire che nel Barocco (come nella cultura occidentale di oggi) un corpo umano insieme titanico e imperfetto, fragile e dinamico diventa la dismisura narcisistica di tutte le cose, il parametro di una bellezza contraddittoria e ingannevole.
«In tutti gli altri paesi la bellezza era stimata bella, ma in quel regno era tenuta per bellezza la deformità: essendo ivi costume, non meno usato che infallibile, l’apprezzarsi solo tutto ciò ch’avea del raro, e dello stravagante»: l’altrove immaginato nei Giuochi di fortuna (un romanzo del genovese Luca Assarino pubblicato nel 1655) è il regno dell’estetica.
In una scena memorabile sei uomini nudi, così magri da sembrar scheletri vestiti di pelle, orridi per la lunga capigliatura, danzano con sei donne, così grasse «che, per esser circolari, hanno dell’infinito»: «il far ballar corpi nudi e deformati era più che troppo stravagante, perciò il re avea creduto non potersi mai fare la più bella festa di quella».
Assarino non conosceva evidentemente le performance di Vanessa Beecroft né le coreografie di Virgilio Sieni o David St-Pierre, ma c’è da giurare che tenesse sulla scrivania una copia delle Bizzarie di diverse figure (1624), dove il misterioso incisore fiorentino Giovan Battista Bracelli fa danzare un popolo astratto e surreale, bello di una bellezza non umana: un libro strepitoso, rimasto quasi sconosciuto fino a quando Guillaume Apollinaire e Tristan Tzara non se ne innamorarono. Ma la radice più profonda della disturbante danza dei Giouchi di fortuna è la radice stessa del Barocco, e insieme della modernità: l’ossessione di Caravaggio per i corpi. Sporchi, lacerati, morenti: comunque belli.
Inquietantemente belli.«Spesso l’orror va col diletto», ammette lucidamente il massimo poeta italiano barocco, Giovan Battista Marino, commentando un quadro pulp di Guido Reni. Lì l’orrore era addirittura quello dei corpi massacrati degli Innocenti: ed è da qua che sgorga una linea che corre diritta fino al Kubrick di Arancia meccanica, o a Quentin Tarantino.
I corpi circolari di Assarino richiamano invece l’infinito: e la dismisura risucchia anche il rapporto con il corpo delle cose, cioè con il mondo. I più fini conoscitori di pittura (come Giulio Mancini, medico di Urbano VIII) vanno alla ricerca dei più incredibili scherzi di natura: «belli di bellezza mostruosa, ridicolosa ».
I confini stessi dell’estetica diventano smisurati. Guarino Guarini – il più geniale seguace di Borromini – ne sposta i confini verso un relativismo radicale, affermando che perfino l’aborrito stile gotico può apparire «meraviglioso, e degno di molta lode» a chi «con giusto occhio lo considera». E l’occhio giusto è quello che non resiste all’inganno.
D’altra parte, cosa sono le opere d’arte, se non «artificiosi inganni della nostra imaginativa », capaci di «somministrarci infiniti equivoci mirabili, e enigmatiche proposizioni»? Non è un manifesto dell’arte neoconcettuale di oggi, ma un passo del Cannocchiale aristotelico di Emanuele Tesauro (1654). «Inganno» è la parola d’ordine che rimbalza da un angolo all’altro dell’Europa barocca: e del mondo moderno.
L’ignoto poeta Bartolomeo Tortoletti, incurante di trovarsi sulla tomba di san Pietro, si strugge di fronte all’erotica Santa Veronica di Francesco Mochi: «Qui contemplo l’ignudo, ammiro i panni/ E nella nudità godo la vesta /Verace è l’arte e la natura onesta/ E fanno a gara altrui soavi inganni» (1641). In un gioco di specchi senza fine il sacro si trasforma in profano, e viceversa: e anche il più lucido teorico dell’arte dell’Italia secentesca, il severo cardinale gesuita Sforza Pallavicino, ammette senza reticenze che ogni artista «tanto è più lodevole, quanto più inganna».
Quando la politica coincide con la retorica, e la vita sociale con la dissimulazione, l’arte non può che essere inganno: per questo, oggi come nel Seicento, l’enigma è l’unico modo di parlar chiaro.

Qualche anno fa, nel 2009, al museo MADRE di Napoli, la mostra BAROCK – Arte, Scienza, Fede e Tecnologia nell’Età Contemporanea ha esplorato ” le affinità elettive tra Seicento e terzo millennio”:

LAURA LARCAN, Tra sensazionalismo, bizzarria e giochi scenici, sfilano 28 grandi artisti contemporanei“La Repubblica”, 11 dicembre 2009:

Se per barocco si intende il fine gioco scenico tra verità e finzione, dove la bizzarria, il capriccio e l’ambiguità dell’artista diventano le mosse strategiche per raccontare tutta l’inquietudine del nostro tempo, le gravi contraddizioni della società post-industriale, l’enigma del progresso scientifico e tecnologico, l’eterna sublimazione di decadenza e morte, allora sono tutti profondamente e intimamente barocchi.

La mostra a cura di Eduardo Cicelyn e Mario Codognato si pone l’obiettivo di approfondire le similitudini tra le tematiche culturali che sembrano caratterizzare il nuovo inizio di secolo e quelle che resero grandioso e potente l’immaginario visivo dell’epoca barocca. Scopo di Barock è l’individuazione di questioni e di problematiche che siano state preponderanti nel XVII secolo e che caratterizzino anche il nostro tempo, dimostrando come e attraverso quali artisti contemporanei siano oggi nuovamente funzionanti e riconoscibili i temi caratteristici della cultura seicentesca barocca. Le rivoluzionarie scoperte scientifiche e tecnologiche, che mettono giorno dopo giorno in discussione le certezze e le abitudine acquisite; il grande fervore religioso sfociato nel fondamentalismo, nell’oscurantismo e in scontri tra civiltà con massacri inauditi: come si vede, lo spaesamento dell’immaginario contemporaneo sembra essere determinato da conflitti ideologici ed esperienze tragiche per questioni non troppo diverse da quelle che definirono il secolo di Galileo e della Controriforma. Ciò che accomuna a colpo d’occhio gli artisti presenti nella mostra ai maestri del barocco è il fatto che operano tutti attraverso immagini “sensazionali”, che puntano a colpire i sensi, ad essere estreme nella loro violenza, nella loro sensualità, nella loro franchezza, sovvertendo ogni categoria e sconfinando da ogni definizione. Come se l’arte, oggi come nel XVII secolo, dovesse osare sempre di più per reinventare un mondo divenuto più incerto sulle sue varie e contraddittorie e spesso terribili rappresentazioni.
Da un lato Barock propone di interpretare la situazione attuale delle arti visive nella prospettiva di un nuovo “sensazionalismo” di cui si possono scorgere profonde radici formali e concettuali nel codice seicentesco; dall’altro avanza il dubbio, attraverso l’ipotesi opposta –in puro spirito barocco! – che non sia più né utile né possibile credere di poter fare esperienza di quella cosa che è l’opera d’arte in quanto oggetto offerto ai nostri sensi e di conseguenza alla nostra capacità di ragionare anche in modo morale o sentimentale. Si vuole cioè far emergere una linea concettuale lungo la quale gli artisti entrano in competizione con il realismo artificiale delle tecnologie per proporre un altro tipo di realismo ricco di prospettive immaginifiche, attraverso congegni e dispositivi allegorici costruiti per smascherare l’impotenza delle forme culturali convenzionali e per affermare la possibilità (barocca) di comprendere e cambiare il mondo allargandone i confini sensoriali e percettivi. FONTE: Catalogo Electa.

Damien Hirst, ”For the love of God”, 2007

 

“For the Love of God” è un calco di platino di un teschio umano in scala reale tempestato di 8.601 diamanti al massimo grado di purezza, per un totale di 1.106,18 carati. Si pensa dovesse contenere il cervello di un uomo, un europeo di circa 35 anni vissuto tra il 1720 e il 1810. I denti sono stati ricavati da un cranio vero del Settecento acquistato da Hirst a Londra. Un’opera molto discussa, espressione, e insieme contestazione iperbolica, del dominio del denaro nell’arte, gioco di contrasti fra angoscia della morte e potere illusorio della vanità.  Video RAI-Arte. Clicca QUI.

Barocco e PopArt? Cornelius Norbertus Gijsbrechts:

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Cornelis Norbertus Gysbrechts, The Reverse of a Framed Painting (1670, olio su tela, 66,6 x 86,5, Copenhagen, Statens Museum)

Roy Lichtenstein, Stretcher frame, 1968

Roy Lichtenstein, Stretcher frame, 1968

 Eppur si muove…

Nel Barocco ogni cosa è in movimento, dalle facciate delle chiese e dei palazzi alle colonne tortili, dalle statue  agli zampilli delle fontane.  Il  mondo  stesso, come scrive Michel de Montaigne nei suoi Essais, ”non è che una continua altalena. Tutte le cose vi oscillano senza posa: la terra, le rocce del Caucaso, le piramidi d’Egitto, e per il movimento generale e per il loro proprio. La stessa costanza non è che un movimento più debole. Io non posso fissare il mio oggetto. Esso procede incerto e vacillante, per una naturale ebbrezza. Io lo prendo in questo punto, com’è, nell’istante in cui mi interesso a lui. Non descrivo l’essere. Descrivo il passaggio… ”.

L’immaginario barocco: videolezioni a c. di C. Bologna (Loescher Ed.). CLICCA QUI.

Fabrizio Ravelli, I palchi delle meraviglie, “La Repubblica”, 12 marzo 2017

Può essere una sorpresa (o forse no) scoprire che papa Francesco e Vasco Rossi hanno qualcosa in comune. Ma d’altra parte, contenuti del loro proselitismo a parte, entrambi hanno bisogno di un allestimento speciale per catturare l’attenzione dei fan, nei grandi raduni che organizzano. Il palco, anzi il megapalco come ormai si dice. La struttura alta abbastanza per farsi vedere da quelli là in fondo, i grandi schermi video, le luci, le gradinate, il suono, le decorazioni. E dietro questa nuova industria, che si potrebbe chiamare architettura dell’effimero, o anche barocco postmoderno, ci sono in Italia — anzi, in Europa — sempre tre quarantenni dall’aria di ragazzi, e il loro studio che si chiama Giò Forma. Occupa il primo piano di una vecchia palazzina di Milano sud — soffitti di legno délabré, tavoli tutti uguali, computer, sedici ragazzi oltre ai titolari, due cani che si aggirano — e sforna un’ottantina di progetti all’anno. Una realtà che si sono inventati, incrociando per caso o per destino le loro passioni, e che in una quindicina d’anni è diventata un punto di riferimento, transitando dal rock all’Expo, dagli studi televisivi alla lirica, per arrivare (ma è solo un passaggio) al palco da cui papa Francesco saluterà mezzo milione di persone al Parco di Monza, il 25 marzo.

I tre sono un architetto livornese, un’artista milanese, un designer tedesco. Claudio Santucci, toscano laureato a Firenze.

Cristiana Picco, diplomata a Brera ed ex-scenografa alla Scala. Florian Boje, che da Amburgo calò a Milano «perché mio padre mi disse che se volevo fare seriamente il designer dovevo venire qui». Cristiana e Florian sono anche moglie e marito, e hanno una figlia di quindici anni. Tutti e tre pazzi per la musica. La prima impresa di Cristiana e Florian, quando si conobbero da studenti a Brera, fu metter su un gruppo punk: lui chitarrista, lei cantante. E Claudio, che avrebbero incontrato solo nel ’98, era un bassista: «Io e Florian abbiamo scoperto di essere stati come fulminati dal palco di un concerto dei Pink Floyd, lui a Hannover e io in Italia, e abbiamo deciso che quello sarebbe stato il nostro mestiere». La svolta fu Vasco Rossi: il suo manager passò davanti a una vetrina allestita per la Virgin da Cristiana e Florian, e li ingaggiò per progettare il palco della tournée. Claudio, che era riuscito a lavorare a Londra con Paul Staples, lo scenografo dei Pink Floyd, si trasferì a Milano dove aveva saputo che c’erano due con la sua stessa passione.

Lui e Florian, poi, prima di conoscersi avevano presentato la stessa tesi sui palchi rock.

E il nome Giò Forma da dove viene?

«Eravamo tre ragazzi che nessuno conosceva», risponde Florian, «e abbiamo deciso di inventarci un nome. C’erano parecchi Giò fra i nostri idoli: Giò Ponti, Giò Pomodoro, Joe Colombo. Faceva anche comodo: qualche cliente pensava che dietro a questi tre sconosciuti ci fosse un più autorevole e anziano signor Giò Forma”. Da metà anni Novanta comincia quella che chiamano “la gavetta”: «Abbiamo progettato i palchi di centocinquanta studi per Mtv in tutta Europa, e i palchi per molti musicisti italiani». Per dire: Laura Pausini, Tiziano Ferro, Marco Mengoni, Giorgia, Renato Zero, e poi Vasco. Progettare un palco vuol dire questo: ci sono aziende che noleggiano la struttura, e loro tre che la allestiscono.

«Ora, visto che il lavoro è andato evolvendosi, non è più solo disegno. Bisogna inventarsi una storia, trovare un’idea. E usare mezzi diversi che vanno al di là della scenografia».

L’Albero della Vita, che ha avuto un enorme successo a Expo, realizzato con la direzione artistica di Marco Balich e costruito da un consorzio di aziende bresciane, era una struttura parecchio complicata: «Nata», spiega Florian, «dal motivo che Michelangelo usò per la pavimentazione di piazza del Campidoglio». I tre sono molto affascinati e ispirati da modelli michelangioleschi e leonardeschi, anche se davanti ai loro progetti vien da pensare al barocco di Giambattista Marino: “È del poeta il fin la meraviglia…”. C’è qualcosa delle feste di corte del barocco negli allestimenti dei grandi concerti rock: una rappresentazione effimera perfettamente concepita e calibrata per generare stupore. «E di sicuro c’è una continuità con la storia sociale dell’arte», commenta Tomaso Montanari, storico dell’arte e docente universitario. «Nel Barocco ci fu un’enorme esplosione. Le città erano mobili, smontabili. Per la cosiddetta Cavalcata del possesso, all’elezione del Papa, si allestivano archi, facciate colorate, piazze e cortili a geometria variabile».

Quindi di questa industria dell’effimero rock, televisivo, teatrale e financo papale non c’è da stupirsi. «Perfino del colonnato di San Pietro», continua Montanari, «si disse nel Seicento che era un teatro. L’arco centrale doveva lasciar passare una carrozza, da ogni lato si doveva vedere la finestra. Una sorta di teatro apostolico che Bernini prima disegnò, poi ne costruì un modello in scala, e poi addirittura uno a grandezza naturale, con tutte le colonne, per verificare l’effetto».

Dal punto di vista del popolo, poi, pure poco è cambiato. Il pubblico oggi vuole essere partecipe dell’unicità del momento, tuffarcisi dentro, testimoniare la propria presenza corporea, come appunto a teatro.

Florian lo chiama il senso del deep dive, del tuffo in profondità. Quella cosa che spinge migliaia di persone, insieme, ad alzare il telefonino: ci sono foto impressionanti di concerti così. «Per noi, si può dire, ogni cosa è un palco. Una scatola che va riempita e vestita di emozioni». Era un palco, in qualche modo, anche il Palazzo Italia progettato a Expo, dove i visitatori entravano letteralmente nelle immagini delle città italiane. O rimiravano un plastico d’Europa dove l’Italia non c’era: «E i bambini erano i più bravi a fantasticare su quella mancanza».

Poi, dall’effimero roboante rock, Giò Forma ha allargato i confini. «Stiamo disegnando due musei, mostre permanenti», dice Florian. «Ci siamo così allenati a raccontare storie, che adesso possiamo anche fare cose che rimangono». Quindi una villa sul lago, degli uffici, un parco, perfino una macchina del caffé, una specie di Rolls Royce della categoria. E la prossima impresa, dicono, è «espugnare la lirica». Saranno loro le scenografie del Tamerlano alla Scala, della Manon al San Carlo, dell’Adriana Lecouvreur a Montecarlo, dell’opera di Sidney e di quella di Muscat, in Oman. A settembre allestiranno un concerto di Bocelli al Colosseo. «Possiamo dire di lavorare come pazzi, circa ottanta progetti all’anno. I giovani che lavorano con noi, alcuni da quindici anni, sono iperspecializzati. Siamo cresciuti insieme, e ora siamo lo studio più grande d’Europa nel nostro settore». Questa macchina dell’effimero, insomma, è più che mai oliata ed efficiente: «Anche se», ammette Florian, «siamo una macchina che cerca una sua definizione. Usiamo la modernità, ma stiamo anche tornando a disegnare a mano.

Ci piacerebbe mettere quel che abbiamo imparato nella riprogettazione di spazi pubblici. Spazi da rendere attraenti, non dico spettacolari».

Risultati immagini per L'Expo. Sala degli Specchi, Palazzo Italia, Expo 2015

L’Expo. Sala degli Specchi, Palazzo Italia, Expo 2015

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