Molière: ”Il malato immaginario”

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ARGANTE: I medici non sanno dunque nulla, secondo voi?
BERALDO [fratello di Argante]: Oh, no, fratello mio. Essi possiedono tante nozioni di varia umanità, sanno parlare correttamente in latino, dare un nome greco alle malattie, definirle e catalogarle; ma guarirle no, questo non lo sanno assolutamente fare. […]
ARGANTE: Caro fratello, voi avete il dente avvelenato contro di lui. Ma insomma, veniamo al fatto. Che cosa si deve fare quando si è malati?
BERALDO: Niente, fratello. Bisogna stare in riposo, nient’altro. La natura, quando la lasciamo
fare, se la sbriga da sé e corregge a poco a poco il disordine in cui è caduta. È la nostra inquietudine, la nostra impazienza che rovina tutto; quasi tutti gli uomini muoiono dei loro rimedi, non delle loro malattie.
Molière, Il malato immaginario, III,3

LA VITA
”Molière (nome d’arte di Jean-Baptiste Poquelin) nacque a Parigi nel 1622 da una agiata famiglia borghese. Per volontà di suo padre, artigiano e valletto del re, ebbe un’educazione umanistica di buon livello presso il Collegio gesuita di Clermont. Diventato avvocato, abbandonò presto la professione per dedicarsi interamente al teatro. Forse introdotto all’arte teatrale da una giovane attrice, Madeleine Béjart, fondò nel 1643 l’Illustre Théâtre, una compagnia con una decina di attori. Abbandonata Parigi per difficoltà finanziarie, la coppia si inserì in una compagnia di provincia, della quale Molière divenne autore e capocomico, che rappresentava soprattutto farse e commedie a canovaccio.
Nel 1658 la compagnia tornò a Parigi, dove ottenne la protezione del fratello del re, Monsieur, da cui la nuova denominazione di Troupe de Monsieur. Invitata a corte, la Troupe rappresentò alla presenza di Luigi XIV il Nicomede di Corneille, seguito da una farsa di Molière intitolata Il dottore innamorato. L’anno seguente e quello dopo, nella sala del Petit-Bourbon, andarono in scena le commedie Le preziose ridicole e Sganarello o il cornuto immaginario, entrambe coronate da successo.
Nel 1661 la compagnia, ormai affermata, ottenne come sede il teatro del Palais-Royal; ma, con il successo, arrivarono gli attacchi di attori e commediografi invidiosi. Avendo intanto sposato la sorella minore di Madeleine, Armande, molto più giovane di lui, fu accusato di incesto (si era diffusa la voce che le due donne fossero in realtà madre e figlia). La fortunata commedia La scuola delle mogli aveva come soggetto proprio la pretesa di un uomo anziano di sposare una fanciulla: questo avallò le accuse di libertinaggio avanzate nei suoi confronti dagli avversari. Molière rispose alle critiche esponendo le sue idee sul teatro nelle opere La critica alla scuola delle mogli e L’improvvisazione di Versailles, entrambe del 1663.
Anche l’uscita del Tartufo, nel 1664, e del Don Giovanni, nel 1665, furono occasione di ulteriori polemiche, ma Molière poteva ancora godere della protezione del re, tanto che la sua compagnia si fregiava ora del titolo di Troupe du Roi. Il 1672 fu un anno cruciale per Molière: morì la sua antica amante Madeleine ed esplose il conflitto con il compositore di origine italiana Gian Battista Lulli. Con lui il commediografo aveva iniziato a collaborare nel 1670 per la messa in scena del Borghese gentiluomo (1670), dando vita a un nuovo genere, la comédie ballet, commedia in prosa con inserimenti musicali e di danza. Il conflitto annunciava una nuova politica culturale di Versailles a favore di Lulli, sostenuto dal potente ministro delle finanze Jean-Baptiste Colbert. Per Molière fu un duro scacco. Provato da queste vicissitudini, nel 1673, mentre recitava nel Malato immaginario, fu colto da malore e morì dopo poche ore.

Le opere
Il nome di Molière si impose nel 1659 con Le preziose ridicole, una satira delle intellettuali per moda, ma la consacrazione avvenne dopo l’ottenimento del Palais-Royal e la rappresentazione nel 1662 della commedia La scuola delle mogli. A essa seguirono i due atti unici scritti per rispondere ai suoi detrattori, La critica alla scuola delle mogli e L’improvvisazione di Versailles (1663); si tratta di due esempi di “teatro nel teatro”: in particolare nel secondo, la compagnia di Molière interpreta se stessa durante l’allestimento di uno spettacolo, esplicitando il concetto che il teatro ha come finalità principale quella di divertire gli spettatori.
Nel 1664, in occasione dei festeggiamenti per l’inaugurazione della reggia di Versailles, Molière mise in scena Tartufo; protagonista è un uomo apparentemente bigotto, che però trama per condurre alla rovina un ingenuo, autentico devoto. L’opera non fu gradita agli ambienti ecclesiastici, che ne proibirono la rappresentazione. Stessa sorte toccò al Don Giovanni o il convitato di pietra (1665), nonostante il protagonista, un miscredente libertino, venisse fatto morire tra le fiamme dell’inferno. Seguirono poi Il misantropo (1666), in cui Molière prende di mira gli ipocriti e i moralisti intransigenti, Il medico per forza (1667), e le due commedie di ispirazione plautina Anfitrione (il tema: è legittimo tradire il proprio marito se l’amante è un re) e L’avaro, entrambe rappresentate nel 1668. Sono di questi anni anche diverse commedie-balletto, come Gli amanti magnifici e Il borghese gentiluomo, musicate da Lulli e messe in scena nel 1670, e una tragedia di argomento mitologico nata dalla collaborazione tra Molière e Corneille, Psiche (1671). Dopo la rottura con Lulli, Molière ritornò alla commedia di costume con Le donne saccenti (1672), in cui prende di mira le donne che si interessano di scienza e di filosofia. Con la commedia-balletto Il malato immaginario si chiude nel 1673 la sua parabola artistica ed esistenziale.

Le debolezze umane tra farsa e tragedia

Nelle sue commedie Molière prende di mira principalmente la stoltezza dell’uomo, e lo fa attraverso il mezzo più limpido e diretto del teatro: il riso. Un riso spesso amaro, perché pone in evidenza quanto vi è di patetico e anche di tragico nelle debolezze umane. La sua satira è diretta in particolare ai cortigiani, ai falsi religiosi, ai devoti, agli ipocriti, agli egoisti. Non a caso Molière mostra di prediligere le donne e i giovani innamorati, per la loro spontanea vitalità, contrapponendo loro i vecchi viziosi, che cercano di soffocare la libertà e la felicità di chi sta loro accanto. C’è spesso in Molière anche il personaggio del furbo che cerca di raggirare il giovane ingenuo: si tratta in genere di una figura triste, esposta spesso al ridicolo per l’estremo egocentrismo, che gli impedisce di osservarsi dall’esterno.
Altra “debolezza” presa di mira da questo commediografo, vicino per certi versi ai libertini francesi [appartenenti a un movimento filosofico e culturale che si caratterizzava per l’opposizione sia alla Chiesa cattolica sia a quella riformata. I libertini sostenevano che le religioni si fondano sulla paura degli uomini e sono poi sfruttate da chi detiene il potere per mantenerlo e rafforzarlo, e che l’uomo è per natura orientato a ricercare il piacere e la felicità. Con il tempo diventerà sinonimo della ricerca di un piacere fine a se stesso e che spesso conduce i protagonisti alla rovina o alla morte.], è la religiosità bigotta e ipocrita, che lo renderà inviso alla Chiesa, allora dominata dai gesuiti, mentre gli garantirà la protezione del re in persona, che aveva nel clero un potente nemico al suo progetto politico di assolutismo.
In conclusione, la sola religione in cui Molière sembra credere è la fedeltà che ogni uomo deve mantenere nei confronti delle proprie autentiche aspirazioni; per questo l’ipocrisia è centrale nelle sue commedie, e per questo si è voluto ravvisare nel protagonista del Misantropo, Alceste (uomo onesto e limpido, disgustato dal comportamento cinico e ipocrita degli uomini che lo circondano), un autoritratto dello stesso autore.

Tartufo: un impostore
Protagonista di questa commedia del 1664 è un personaggio ipocrita e malvagio, un falso devoto, che cerca di ingannare un uomo credulone. La commedia fu aspramente osteggiata dalla Chiesa; provocò addirittura l’intervento dell’arcivescovo di Parigi, che la fece ritirare dalle scene. Molière ne scrisse una versione più attenuata (Panulfo o l’impostore) l’anno successivo, ma fu ugualmente vietata. Solo per l’intervento di Luigi XIV la commedia poté essere rappresentata nel 1669.
Tartufo, spacciandosi per un uomo devoto, riesce a ingraziarsi l’ingenuo Orgone, uomo altrettanto devoto e pio, e a introdursi nella sua casa, dove incomincia a dettare legge. L’intera famiglia – la moglie di Orgone, Elmira, i figli Marianna e Damide, la cameriera Dorina, il fratello di Elmira, Cleante – è in subbuglio, perché si rende conto che Tartufo è un ipocrita, ma non riesce a convincere Orgone del plagio di cui è vittima. Questi, anzi, reputando Tartufo il suo migliore amico, decide di dargli in moglie la figlia, che invece ama Valerio. Interviene Elmira che invita a un colloquio Tartufo, testimone il figlio Damide nascosto in uno stanzino. In tale occasione Tartufo si abbandona a una vera e propria dichiarazione d’amore nei confronti della donna e si propone come amante. Elmira lo ascolta poi gli consiglia, se non vuole che lei riferisca quella conversazione al marito, di rinunciare al matrimonio con Marianna.
Ma Damide non è dello stesso avviso; si precipita infuriato dal padre e gli racconta l’accaduto. Orgone si lascia però convincere da Tartufo, che sostiene d’essere stato frainteso e che è suo triste destino venire umiliato. Il risultato è la cacciata di casa di Damide, accusato d’essere un bugiardo, la riconferma delle nozze, e in aggiunta la firma di un documento in cui Orgone gli fa un atto formale di donazione di tutto il suo patrimonio. Soltanto quando Elmira farà assistere il marito ai tentativi di seduzione del perfido Tartufo, Orgone si ravvederà. Ma a quel punto c’è il problema di avergli ceduto tutti i beni. Sarà il re, informato dei fatti, a sventare l’impostura e a fare arrestare Tartufo. La commedia si chiude con un lungo elogio della giustizia del re.


Il malato immaginario
Il vecchio Argante, pur godendo di ottima salute, è un ipocondriaco: è cioè convinto di avere i sintomi di ogni possibile malattia, perciò si sottopone a continue visite da parte del dottor Purgone e alle costose pozioni del farmacista Centodori. Caprina, la giovane moglie di Argante, asseconda le manie del marito e con studiata dolcezza tenta di farsi nominare sua erede universale, prima che finisca i suoi giorni “vittima” dei medici e degli intrugli del farmacista.
Intanto Argante medita di far sposare la figlia Angelica con il nipote del dottor Purgone, Tommaso Percacus, così da avere un medico in famiglia e risparmiare anche un pochino. Ma la ragazza, anche se sinceramente affezionata al padre, rifiuta perché ama il giovane Cleante. Sia il fratello di Argante, Beraldo, sia la cameriera Tonina si adoperano per far rinsavire il malato immaginario. Per dimostrargli che i medici, i farmacisti e la stessa Caprina cercano solo di derubarlo, l’astuta cameriera, fingendosi un medico famoso chiamato per un consulto, mette in discussione le diagnosi e le cure di Purgone. Poi, per fugare ogni dubbio, avanzato da Beraldo, sull’onestà della moglie Caprina, propone al suo padrone di fingersi morto, così da sentire con le sue orecchie quanto la moglie lo ama. Argante si presta al gioco e alle grida della cameriera accorre Caprina, che subito la rincuora e la sprona a smettere di piangere, giacché quell’uomo era solo un peso per tutti, oltre che disgustoso con tutti quei clisteri, e le propone di aspettare a dare la notizia fino a che lei non avrà sistemato alcune cosette. Al che Argante resuscita e smaschera la moglie, che esce di scena. Si decide di ripetere la recita davanti alla figlia Angelica, che al contrario si abbandona a un sincero dolore dinanzi al padre morto. Argante si leva allora commosso e la commedia si conclude con il consenso alle nozze di Angelica con Cleante, a patto che quest’ultimo diventi dottore. Interviene allora Beraldo, suggerendo che sia lo stesso Argante a farsi medico.
Il sipario cala su un gruppo di attori vestiti chi da medico, chi da chirurgo, chi da farmacista, che inscena in latino, lingua dei dotti, una cerimonia di conferimento per burla del titolo di medico ad Argante: è l’ultima satira di Molière alla prosopopea della “scienza” medica dell’epoca”.
B. Panebianco, M. Gineprini, S. Seminara, LETTERAUTORI – edizione verde © Zanichelli 2012

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