Autori e Storie

Venerdì 28 febbraio 2014, alle ore 18.00, presso la Sala conferenze del Centro Culturale “Leonardo da Vinci”, si terrà un incontro con Andrea Molesini, autore del libro “Non tutti i bastardi sono di Vienna”, premio Campiello 2011, per riflettere sulla Grande Guerra in occasione del suo centesimo anniversario.

L’inizio del romanzo:  Preludio

Venerdì 9 novembre 1917

Si staccò dalla notte. E dalla notte, per qualche istante, niente lo distinse. Poi una scintilla, riflesso della lanterna che la donna teneva alta davanti al muso del cavallo, rivelò un monocolo. L’uomo si rivolse alla donna in un italiano impeccabile, appena incrinato da dissonanze metalliche, spie della madrelingua tedesca. C’era qualcosa di splendido e di truce in quella faccia unta dalla luce oscillante, come se le stelle e la polvere lì si fossero date appuntamento.
«Ciàmo la paróna» disse Teresa, nascondendo la paura nel suo animo avvezzo al fare dei signori. Abbassò la lanterna, e il buio si riprese il capitano e il cavallo del capitano.
Una, due, tre torce gettarono ombre sotto le volte del portico. Teresa si chiuse lo scialle sul petto per scacciare un brivido. Sulla strada davanti al cancello altre torce, cigolare di carri, vocio di soldati, il faro di un camion, e il duro silenzio dei muli nel piovischio ghiacciato. Richiudendo il battente di quercia dietro di sé, Teresa si accorse che la spiavo, appollaiato accanto alla finestra dell’androne. Si portò il dito alle labbra e mi grugnì in faccia il suo disappunto.
Zia Maria era ancora in piedi, vestita di nero, il colletto sigillato da una spilla d’avorio. Dalla finestra scrutava l’esercito che andava riempiendo la piazza, dove la luce dei fuochi inghiottiva quella dei fari. Quando entrammo si girò verso la porta. «Paróna, paróna, pa…».
«Calma, Teresa, calma, ci penso io. Va’ a dire a quello sul cavallo che scendo subito».
La cuoca uscì con gli occhi bassi, la lanterna accanto al ginocchio, i piedi pesanti. Con un cenno degli occhi la zia mi comandò di seguirla. Saldo in sella, il capitano osservava il fluire dei soldati senza muovere una palpebra, attento a tenere il cavallo sotto la pietra del portico: la sua distante immobilità emanava ordini muti che tutti – ufficiali, muli, soldati – sembravano intendere senza incertezza.
«La paróna» un colpo di tosse «la paróna gà dito che vién». Teresa fece un passo indietro per scansare il puzzo del cavallo. I soldati scaricavano i muli e mettevano le mitragliatrici al riparo delle arcate, prendendo a calci i badili e i rastrelli appoggiati al muro. La cuoca emise un rantolo a cui affidò il suo disprezzo: quegli strumenti erano umili e cari, cani fedeli scacciati dai lupi. Le vanghette militari aprivano una porta dopo l’altra e i soldati entravano con gli zaini pesanti, svuotavano mobili, rompevano cose, e le loro voci erano sguaiate, un impasto di sillabe secche. Uno, con l’elmo coperto di foglie fradicie, entrò nella sala con la motocicletta scoppiettante e inchiodò a un passo dal tavolo di rovere.
Zia Maria uscì.
«Herr Capitan».
Il capitano salutò da soldato, senza un sorriso. «Capitan Korpium» disse. «Siamo diciotto fra ufficiali e attendenti, ci sistemiamo qui». Sfilò il monocolo dal taschino. «Se credete di non poterci accogliere» aggiunse, incastrando la lente fra il sopracciglio e lo zigomo, «dovrete sloggiare dalla casa». La sua voce era calma, fredda. Ogni sillaba suonava staccata dall’altra, come se il pensiero avesse bisogno di tutte quelle minuscole pause per organizzarsi.
Una mezza dozzina di biciclette varcò il cancello. Il cavallo del capitano scosse la testa.
«Sarete anche un grande guerriero» disse la zia «ma certo non siete un gentiluomo».
«I miei sottufficiali dormiranno nella locanda della piazza, gli ufficiali nella villa, i soldati nelle case qui intorno. Alzeremo tende nel vostro parco, e la cucina da campo». Riassestò il monocolo fra l’arco del sopracciglio e lo zigomo marcato. «Forse domani passeremo il Piave e niente, qui, sarà più come prima».
«Forse» disse la zia. «O forse la guerra vi strapperà la carne di dosso» aggiunse, piano, per non essere udita.
Il capitano piantò i talloni nella pancia del cavallo, si girò verso i muli che continuavano a entrare, verso i soldati illuminati dalle lanterne dei sottufficiali, che sbraitavano.
Sentii l’abbaiare di un cane, distante. E di un secondo dalla voce cava. Poi un colpo di fucile, un altro, e più lontano un altro ancora. Il tanfo dei muli era entrato nella sala. I soldati facevano a pezzi tavoli e sedie per accendere i camini. Si scansarono, però, al passare delle due donne che camminavano ritte davanti a me e uno di loro, biondo fieno, con gli occhi in fuori di un rospo, si mise sull’attenti.
«In questa tragedia» mormorò la zia «c’è qualcosa di ridicolo».
«Il cul d’un mus gà più creanza de lori» disse Teresa. «La mare, sti tosi, gnanca la gà».
«Domani se li riprende la guerra. Di’ a Renato di fare buona guardia. Tu e Loretta dormite su da me, due stramazzi per terra, ci barrichiamo in camera. Tu Paolo stai col nonno». Guardò la cuoca negli occhi: «Hai nascosto il rame?».
«Come gavé ordina, paróna».
«Bene». Non c’era traccia di emozione nella voce della zia, era salda di nervi e di mente: la cuoca doveva sapere a chi obbedire. «Le armi sono poca cosa, ma questa marmaglia non lo sa». Tacque un momento, per dare a Teresa il tempo di decifrare e digerire. «La spunteremo noi».
La cuoca alzò la lanterna sui gradini consunti.

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