Clizia: “che il non mutato amor mutata serbi”…

“Perque novem luces  expers undaeque cibique / rore mero lacrimisque suis ieiunia pavit / nec se movit humo: tanctum spectabat euntis / ora dei, vultusque suos flectebat ad illum. / Membra ferunt haesisse solo, partemque coloris luridus exangues pallor convertit
in herbas; / est in parte rubor, violaeque simillimus ora / flos tegit. Illa suum, quamvis radice tenetur / vertitur ad Solem, mutataque servat amorem”. OVIDIO, Metamorfosi, IV, v 262 sgg.

Per nove giorni, senza toccare né acqua né cibo, digiuna, si nutrì solo di rugiada e di lacrime e mai si staccò da quel posto: non faceva che fissare il volto del dio che passava, seguendo il giro con lo sguardo. Le sue membra, si racconta, finirono con l’aderire al suolo, e per il livido pallore assunto si convertirono in parte in erba esangue; una parte è rossastra, e un fiore viola ricopre il viso. Benché trattenuta dalla radice, essa si volge sempre verso il suo Sole, e anche così trasformata gli serba amore.

A l’aura il crin ch’a l’aura il pregio ha tolto,
sorgendo il mio bel Sol del suo oriente,
per doppiar forse luce al dì nascente,
da’ suoi biondi volumi avea disciolto.

Parte scherzando in ricco nembo e folto
piovea sovra i begli omeri cadente,
parte con globi d’or sen gia serpente
tra’ fiori or del bel seno or del bel volto.

Amor vid’io, che fra i lucenti rami
de l’aurea selva sua, pur come sòle
tendea mille al mio cor lacciuoli ed ami;

e nel sol de le luci uniche e sole
intento e preso dagli aurati stami,
volgersi quasi un girasole il sole.

G.B. MARINO, Sonetto dedicato  ai biondi capelli della sua donna, dalla Lira, 1614

Clizia trasformata in girasole

”Clizia era una ninfa innamorata di Apollo: quando si accorse che il dio la trascurava per recarsi da Leucòtoe, figlia di Orcamo, re degli Achemenidi, gelosa della fanciulla, decise di rivelare al padre l’unione di sua figlia con il dio del Sole, e questo la fece seppellire viva. Apollo, però, perduta l’amata Leucòtoe, non volle più vedere Clizia, la quale, perciò, cominciò a deperire, rifiutando di nutrirsi e bevendo solamente la brina e le sue lacrime. La ninfa trascorse il resto dei suoi giorni seduta a terra ad osservare il dio che conduceva il carro del Sole in cielo senza rivolgerle neppure uno sguardo, finché, consumata dall’amore, si trasformò in un fiore, che cambia inclinazione durante il giorno secondo lo spostamento dell’astro nel cielo, e perciò è detto girasole”. FONTE:  ICONOS.

”Tra i fiori il girasole è senz’altro uno dei più curiosi: l’eliotropismo è cosa troppo straordinaria – al punto che all’occhio umano sembra travalicare i confini del mondo vegetale per sfociare nell’antropomorfismo – per non stimolare la fantasia mitica. E il linguaggio stesso, luogo per eccellenza del mito, ne porta segno: girasole,tournesolSonnenblumesunflower – nomi tutti che evidenziano un’affinità essenziale con la solarità. Niente da stupirsi dunque se, in combinazione con altri tratti peculiari del fiore, quello che è un fenomeno dei più naturali (il tropismo che garantisce a moltissime specie vegetali di ottenere l’irraggiamento necessario alla fotosintesi) è all’origine della creazione di un personaggio che del volgersi fa il suo destino. E allora, ancora una volta, nomen omen: Clizia, colei che (si) inclina (gr.klitòs) ovvero, secondo la polisemia del verbo latino, colei che si piega, si muta e ha dedizione verso qualcosa”. G. LOCATELLI. LEGGI TUTTO…

E. MONTALE, Portami il girasole…, da Ossi di seppia, 1925

E. MONTALE, La primavera hitleriana, da  La bufera e altro,  1956 

[…] Guarda ancora
in alto, Clizia, è la tua sorte, tu
che il non mutato amor mutata serbi,
fino a che il cieco sole che in te porti
si abbàcini nell’Altro e si distrugga
in Lui, per tutti.

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