Rinaldo e Armida: giardini, specchi e labirinti

François Boucher, “Rinaldo e Armida”, 1734

T. Tasso, Gerusalemme Liberata, XVI, ott. 18-23

Ella dinanzi al petto ha il vel diviso,
e ‘l crin sparge incomposto al vento estivo;
langue per vezzo, e ‘l suo infiammato viso
fan biancheggiando i bei sudor più vivo:
qual raggio in onda, le scintilla un riso
ne gli umidi occhi tremulo e lascivo.
Sovra lui pende; ed ei nel grembo molle
le posa il capo, e ‘l volto al volto attolle,

e i famelici sguardi avidamente
in lei pascendo si consuma e strugge.
S’inchina, e i dolci baci ella sovente
liba or da gli occhi e da le labra or sugge,
ed in quel punto ei sospirar si sente
profondo sì che pensi: “Or l’alma fugge
e ‘n lei trapassa peregrina”. Ascosi
mirano i due guerrier gli atti amorosi.

Dal fianco de l’amante (estranio arnese)
un cristallo pendea lucido e netto.
Sorse, e quel fra le mani a lui sospese
a i misteri d’Amor ministro eletto.
Con luci ella ridenti, ei con accese,
mirano in vari oggetti un solo oggetto:
ella del vetro a sé fa specchio, ed egli
gli occhi di lei sereni a sé fa spegli.

L’uno di servitù, l’altra d’impero
si gloria, ella in se stessa ed egli in lei.
“Volgi, – dicea – deh volgi – il cavaliero –
a me quegli occhi onde beata bèi,
ché son, se tu no ‘l sai, ritratto vero
de le bellezze tue gli incendi miei;
la forma lor, la meraviglia a pieno
più che il cristallo tuo mostra il mio seno.

Deh! poi che sdegni me, com’egli è vago
mirar tu almen potessi il proprio volto;
ché il guardo tuo, ch’altrove non è pago,
gioirebbe felice in sé rivolto.
Non può specchio ritrar sì dolce imago,
né in picciol vetro è un paradiso accolto:
specchio t’è degno il cielo, e ne le stelle
puoi riguardar le tue sembianze belle”.

Ride Armida a quel dir, ma non che cesse
dal vagheggiarsi e da’ suoi bei lavori.
Poi che intrecciò le chiome e che ripresse
con ordin vago i lor lascivi errori,
torse in anella i crin minuti e in esse,
quasi smalto su l’or, cosparse i fiori;
e nel bel sen le peregrine rose
giunse a i nativi gigli, e ‘l vel compose.

Rinaldo e Armida. PERCORSO ICONOGRAFICO: CLICCA QUI.

Scuola del Tintoretto, Il giardino del piacere, 1579-84

Scuola del Tintoretto, Il giardino del piacere, 1579-84

Giardini e labirinti: vedi gli approfondimenti riportati QUI e, soprattutto per quanto riguarda l’ambito artistico, QUI.

P. ROCCHI, MAGHE E MAGIA  NELLA TRADIZIONE. EPICO-CAVALLERESCA ITALIANA TRA RINASCIMENTO E BAROCCO

La grazia fisica di Armida, ma ancor di più il suo sapersi comportare, è ciò che conquista realmente i crociati, non la magia di per sé, che anzi sembra quasi un’allegoria della bellezza femminile, una metafora. Un altro ruolo che gioca a favore della maga è la curiosità che ella provoca nei guerrieri; è ciò che spinge loro ad andare oltre, a scoprire cosa c’è dietro quell’ apparente armonia. Tra tutte le sue vittime ce ne è una che costituirà il motivo scatenante della sua metamorfosi: il giovane Rinaldo. L’inizio del suo cambiamento avviene infatti quando si trova a contemplare il guerriero dormiente, portatore di una bellezza quasi incantatrice, che fa immediatamente trasformare la maga in amante (colpo di fulmine descritto dal Tasso nelle ottave 66-67).
A questo punto ci inoltriamo all’interno del suo mondo di illusioni, un mondo frutto di opere di magia, della sua arte, un artificio che appare però solamente natura.
Armida infatti decide di rapire Rinaldo e di portarlo nell’isoletta dell’Oronte all’isola Felice, dove userà tutte le sue arti non per inganno ma esclusivamente per piacere amoroso, cercando di ricreare un luogo idilliaco perso nel mondo terrestre. Il giardino di Armida appare agli occhi del lettore come un palcoscenico teatrale: è una sorta di ricostruzione dell’originario Eden, però con un significato fortemente negativo dal momento che non si tratta di una creazione divina, ma altro non è che frutto dell’arte magica di Armida e perciò, come tale, finzione. L’arte si fa imitatrice della natura, ma non si svela o per lo meno non immediatamente, ed è questo ciò che la rende così meravigliosa (“e quel che ‘l bello e ‘l caro accresce a l’opre, / l’arte, che tutto fa, nulla si scopre.” “Di natura arte par, che per diletto / l’imitatrice sua scherzando imiti”).
In questo giardino vive un’eterna primavera e i fiori, così come i frutti, contemporaneamente fioriscono e appassiscono sullo stesso ramo dell’albero: è una natura eterna certo, ma così perfetta da risultare quasi mostruosa. Tutto ciò che è presente in questo giardino, che sviluppa anche uno dei tópoi più ricorrenti della cultura classica, quello del locus amoenus, rimanda all’edonismo, invita gli uomini al piacere dei sensi, alla gioia della vita in una così breve, ma preziosa giovinezza (motivo ben espresso dal discorso del pappagallo parlante, nell’ottava 14, che rievoca il tema catulliano della “vergine rosa”, il fiore bellissimo eppure minato dalla prefigurazione della caducità). Ma nel giardino incantato della maga si può scorgere anche il riflesso della mitica età dell’oro, età mai dimenticata dallo scrittore e spesso ora rimpianta ora condannata.
Tra erotismo ed eroismo, tra universo femminile e maschile, tra il sublime e l’infimo, è impostato il tema della devianza e dell’errore, della tentazione amorosa e dell’artificio.
È un luogo di effetti bizzarri, imprevisti ed invenzioni ingannevoli, ed anche il linguaggio del Tasso si adegua al paesaggio: molte sono le figure di raddoppiamento, atte ad anticipare il tema dell’inganno; vari i termini appartenenti alla sfera della sensualità, che ricorrono e si ripetono in modo ostentato. Il linguaggio è caratterizzato dalla varietà e dalla molteplicità, in contrapposizione all’unità e uniformità del Bene.
La magia però in fin dei conti è utilizzata da Armida in funzione dell’amore ed è per questo che diventa essa stessa sinonimo del piacere dei sensi, della natura, contrapposta e in alternativa alla gloria e alla virtù, che appaiono sotto questa prospettiva come artifici, dal momento che sono creazioni della mente degli uomini, non leggi della natura.
Armida in sostanza possiede tutti i caratteri pertinenti dell’incantatrice, accomunata per molti versi all’omerica ninfa Calipso. Ma in Armida nel canto XVI si intravede anche la figura della maga Circe: narcisistica ammira la propria immagine in un “cristallo lucido e netto” (ottava 20). Lo specchio, strumento di inganno che moltiplica l’immagine di Armida e la mostra agli occhi del guerriero attraverso “un doppio filtro” (un gioco di immagini, tra apparenze e realtà), è sì segno della degradazione di Rinaldo, ma al tempo stesso rimanda ad una condizione di fragilità, condizione in cui si trova la maga dal momento che, se da una parte conferma il potente fascino esercitato sull’uomo, dall’altra è un elemento indispensabile per il mantenimento dell’identità della seduttrice.
Durante tutta la descrizione del giardino è infine presente, velata, nascosta, una sottile malinconia che anticipa quasi il travagliato sentimento del quale sarà vittima la maga. […]
Alla fine del canto XVI la maga deve far i conti con un potere di gran lunga più forte del suo, il potere del Bene che, servendosi dei paladini Carlo e Ubaldo, riesce a far rinsavire Rinaldo e a farlo fuggire tempestivamente dal giardino stregato:  si conclude la metamorfosi di Armida, che recede dal proprio ruolo di esperta manipolatrice di diaboliche arte magiche e si avvicina all’universo degli affetti e dei sentimenti.
Il volto di Armida muta completamente espressione, lo sguardo, squisitamente umano, di una ingannatrice ha gli occhi velati di una donna innamorata, la bocca si contorce nella sofferente realtà di un’amante abbandonata: promesse, maledizioni, implorazioni e pianti; il mutamento di Armida è radicale. Mette da parte la magia e tenta realisticamente con le sue naturali doti di donna (“Lascia gli incanti, e vuol provar se vaga / e supplice beltà sia miglior maga”, ottava 37), ma anche così fallisce.
La fuga di Rinaldo è accompagnata dalla scomparsa del mondo fantastico della maga, la seconda distruzione dell’Eden, la seconda fine dell’età dell’oro: è la morte della magia, ma anche dell’amore, del piacere dei sensi, della bellezza femminile; il sogno della natura edenica è sacrificato in virtù di una concreta realtà, che ha scopi ben più alti da perseguire, che non si consuma in frivoli godimenti, ma che verte sull’onore, sulla gloria, sul dovere di un crociato.
A questo punto Armida si trasforma nuovamente, questa volta in una guerriera, sperando di trovare nell’uccisione di Rinaldo una vendetta che sia commisurata al suo dolore. Ma anche nella battaglia è costretta alla sconfitta e, priva di speranza e possibilità di salvezza, tenta tragicamente il suicidio. È Rinaldo che con parole di pace riesce a distogliere la maga dal suo intento. La maga a questo punto abbandona definitivamente la sua magia e, dichiaratasi amante, è pronta a far propria la fede dell’amato: la storia di Armida termina con la conversione al cristianesimo e la sua purificazione per opera dell’amore.
Armida nel suo percorso all’interno del poema presenta le caratteristiche e le valenze dell’eroina classica (molto vicina in particolare alla figura di Didone, in quanto da ammaliatrice passa a sedotta e successivamente ad abbandonata) […].
Armida è una donna che conosce lo strazio della passione e l’odio della vita; una maga che finisce per perdere sé stessa insieme alla sua magia; un’ingannatrice che conosce la realtà dei sentimenti, una vincente che viene soggiogata dall’amore.
L’amore è ancora una volta tragico e diventa l’unico strumento in grado di allontanare gli uomini dal Bene. È l’amore che Tasso colpisce ma che non riesce a condannare; l’amore che, “incarnazione” di un dissidio interiore rimasto irrisoluto nello scrittore, trova la sua bellezza nella drammaticità, nella tragica passione, ma che pur accompagna l’intero tessuto poetico tassiano.

Tiziano, Venere allo specchio, 1555 circa

F. BARDI, Lo specchio e il difficile confronto
Strumento di indagine alla ricerca di verità o espediente per architettare menzogne, l’oggetto del desiderio che ha sedotto generazioni di artisti
http://www.fondazione-menarini.it, n° 349 – marzo 2011

L’incontro con lo specchio è stato per l’uomo l’occasione per prendere atto della propria individualità ed esistenza.
La prima superficie riflettente incontrata, probabilmente quella dell’acqua ferma, dello stagno, del pozzo, gli ha permesso di ammirare le propria immagine, prendere confidenza con le parti del corpo altrimenti invisibili e stabilire l’identità dell’essere uomo.
A causa delle loro caratteristiche intrinseche è venuto spontaneo emancipare queste superfici dalla loro primaria funzione per chiamarle ad assolvere ben più complesse simbologie e investirle di poteri soprannaturali; non esiste al mondo, infatti, una cultura che non possieda un mito legato allo specchio, connesso ad aspetti simbolici o divinatori.
La capacità di restituire un visibile altrimenti invisibile gli ha infatti attribuito poteri magici: un’antica tradizione, per esempio, vuole che abbia la capacità di trattenere l’anima di chi vi si riflette ed è per questo motivo che i demoni e le creature malvagie, che ne sono prive, svelano la loro natura diabolica nella mancanza di un’immagine riflessa o, come il basilisco, trovano la morte nell’incrociare la propria sembianza.
Nel momento in cui ci confrontiamo con uno specchio esso ci rimanda una fedele, ancorché rovesciata, immagine di cui possiamo prendere visione, ecco perciò che diventa un importante mezzo e simbolo di conoscenza e di Veritas e poiché permette la comprensione di se stessi invita ad essere virtuosi e, in particolare, autocritici e prudenti. Veritas e Prudentia sono infatti radizionalmente raffigurate nell’atto di tenere in mano questo oggetto.
Ma se dall’osservare il proprio aspetto si cede all’autocontemplazione, ecco che la valenza simbolica vira verso la Vanitas e da qui la nascita del mito più rappresentativo: quello di da sopra in Narciso innamorato della propria bellezza. Lo specchio, così, diventa uno strumento immorale che conduce al vizio, alla Lussuria e come tale è di nuovo chiamato a rappresentarla nell’iconografia.
Le arti figurative hanno sempre sfruttato questa straordinaria capacità di incarnare valenze contrastanti e contrapposte: virtuoso strumento di conoscenza o indispensabile corredo della Bellezza che ingegnosamente moltiplica nel gioco dei riflessi, spesso però la rappresentazione di peccati, depravazioni e vizi capitali insiti nell’atto di specchiarsi è tutt’altro che sgradevole, ma anzi manifestamente sensuale fino a stuzzicare l’erotismo. Rinascimento e Barocco hanno insistito su queste caratteristiche e di tale gioco di contrapposizioni è certamente rappresentativa l’opera, “allegoria delle allegorie”, di Hans Baldung Grien, ne Le tre età della vita con la Morte lo specchio è contemporaneamente emblema di Prudenza, Verità e Vanità, è il mezzo infatti, con cui la Morte mostra alla giovane fanciulla la transitorietà e corruttibilità della bellezza e la invita al giudizio.
In questo panorama artistico sono frequenti le rappresentazioni di figure femminili esposte all’osservatore nell’intento di ammirare la propria nuda bellezza, generalmente legittimate dal velo pretestuoso dell’allegoria mitologica e lo specchio di volta in volta, è usato per svelare, confondere, intrigare.
Dalla pacata esibizione del nudo nell’opera di Giovanni Bellini alla più ardita seduttività della Venere di Tiziano, dalla carica erotica della dea dipinta da Rubens, che, proprio grazie allo specchio, si permette di volgerci parzialmente le spalle per rivelarsi addirittura in un doppio sguardo, alla Venere di Velázquez, ormai definitivamente girata che ci osserva solo attraverso il riflesso che, lievemente appannato, la rende reale e irreale allo stesso tempo.
È stata la scienza e il pensiero razionale del Settecento illuminato che ha liberato l’erotismo dalla maschera mitologica per arrivare a sbirciare liberamente le toilette delle giovani donne impegnate davanti allo specchio. La leggerezza lentamente sostituisce il fasto denso e corposo del Barocco per avvicinarsi al divertimento, tanto che anche nell’arredamento gli specchi contribuiscono alla realizzazione di ambienti dove l’ambiguità dei rimandi estende gli spazi all’infinito invitando al giocoso disorientamento.
Con l’Ottocento invece, si esaurisce la contrapposizione tra vizio e virtù, lo specchio ritorna nei luoghi deputati, luoghi privati della cura personale, dove, da strumento di pruriginoso voyeurismo, tenta di spingersi verso una ricerca più intimistica e psicologica. LEGGI TUTTO…

La storia dello specchio nell’arte. CLICCA QUI.

Lo specchio nelle opere letterarie. Progetto interdisciplinare. CLICCA QUI

T. Tasso, Rime

Donna, il bel vetro tondo
che ti mostra le perle e gli ostri e gli ori
in cui tu di te stessa t’innamori,
è l’effigie del mondo,
chè quanto in lui riluce 
raggio ed imago è sol de la tua luce.
Or chi de l’universo
può i pregi annoverar sì vari e tanti,
quegli audace si vanti
di stringer le tue lodi in prosa e in verso.
… e ancora: su anamorfosi e riflessi d’arte CLICCA QUI.

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