Malattia, follia e invenzione letteraria

Gustave Moreau (1826–1898), Hésiode et la Muse, 1891, Museo d'Orsay

Ripropongo qui l’articolo che già è contenuto nel Dossier Tasso, con qualche link e approfondimento o suggerimento ulteriore.

PER APPROFONDIRE: Nati sotto Saturno. Poesia e malinconia.

Matteo Persivale, La musa crudele. Esiodo, Rossini, Franzen: le nevrosi favoriscono l’arte, “Corriere della Sera”, 22 agosto 2011

C’è un quadro di Gustave Moreau al museo d’Orsay di Parigi nel quale la Musa, con le ali di un angelo, abbraccia Esiodo e gli fa dono della staffa del poeta, posandogli sul capo una corona d’alloro. Una scena descritta nel proemio della Teogonia, all’alba della letteratura occidentale: ma nel momento stesso dell’investitura – il dono di cantare le imprese degli dèi – i poeti hanno ricevuto anche un altro dono. Invisibile, oscuro e terribile, che da allora li ha accompagnati attraverso i secoli. Ippocrate gli trovò un nome: melancolia, il male provocato secondo il padre della medicina da un eccesso di bile scura – «l’umore autunnale». E impressiona leggere con quale precisione ne abbia già allora definito i confini («Se paura o tristezza durano per molto tempo, allora questo è un fenomeno melancolico», Aforismi) e catalogato i sintomi («Diminuzione dell’appetito, abulia, insonnia, stato di agitazione», Epidemie).
Senza bisogno di essere un medico, Seneca quattro secoli più tardi ha descritto ne La tranquillità dell’anima il male di colui il quale si trova «senza forze per affrontare le contrarietà, incapace di tollerare il dolore come di godere delle cose piacevoli». Perché da quando è nata la letteratura […] gli scrittori, e in generale gli artisti, sembrano averne sofferto in maniera più massiccia del resto della popolazione.
L’aveva teorizzato Robert Burton, autore nel 1621 (vent’anni dopo Amleto e soli cinque dopo la morte di Shakespeare) di una monumentale Anatomia della melancolia recentemente riscoperta dopo secoli di oscurità (fu utilizzata da Borges per l’epigrafe de La biblioteca di Babele): Burton scrive che «sono le Muse stesse a soffrire di melancolia», unendo alla radice la creazione artistica con la depressione.
Artisti e scrittori prigionieri del proprio talento e della propria disperazione come Tasso nell’ospedale di Sant’Anna, ritratto nel quadro di Delacroix celebrato da Baudelaire ne I fiori del male («…la scala di vertigine dove l’anima sprofonda»). Il Pantheon degli scrittori, dei musicisti, degli artisti come una prigione di uomini e donne assaliti da quella che Byron, sempre riferendosi al Tasso, definì «la piaga della mente nel suo umore più selvaggio». Lo «spleen» reso celebre da Baudelaire e centrale nel Romanticismo non è un’affettazione da dandy ma un male devastante come nel caso da manuale di Gioachino Rossini, «quel pover’uomo di genio» lo definì Stendhal, che si ritira dopo il Guglielmo Tell a soli 37 anni. Devastato dalla depressione, obeso, impotente, con la seconda moglie trasformata in infermiera, e la gloria lontana dei suoi anni da re della commedia, compositore del frenetico Barbiere di Siviglia (tratto da Beaumarchais).
Scrittori, compositori, pittori: uno dei temi centrali delle lettere di Vincent Van Gogh al fratello Theo è il senso di solitudine del pittore e le sue frequenti crisi di «melancolia». Un esempio: «Fu allora che sentii un senso insopprimibile di melancolia dentro di me, tanto intenso da non poter neppure descriverlo. So che pensai, come mi capita spesso di fare, alle parole di padre Millet: “Mi è sempre parso che il suicidio fosse l’atto degli uomini disonesti”. Il senso di vuoto, la tristezza indicibile dentro di me mi fecero pensare che sì, potevo capire le persone che decidono di affogarsi».
E nel Novecento freudiano Virginia Woolf si chiede nei suoi diari se la tristezza non faccia addirittura parte integrante dello «sguardo moderno» sulla realtà. Woolf che sapeva bene quanto la depressione fosse sempre in agguato nella sua vita, aveva scritto in Orlando che «la linea di separazione tra la felicità e la malinconia non è più spessa della lama di un coltello».
Proprio il Novecento, grazie alla psicoanalisi e al progresso scientifico – soprattutto della chimica – non ha soltanto cambiato il nome alla melancolia ribattezzandola depressione ma ha anche cercato di trovare una spiegazione al suo frequente legame con la creatività. Lo psichiatra Arnold Ludwig studiò le biografie e le lettere di un campione di mille artisti e concluse che il 77 per cento dei poeti, il 54 per cento dei romanzieri, il 50 per cento dei pittori/scultori e il 46 per cento dei compositori ha sofferto nel corso della sua vita di almeno un significativo episodio depressivo. Fa contrasto con il 16 per cento degli sportivi, il 5 per cento dei militari e lo zero per cento degli esploratori (un altro studio, dello psichiatra della Sorbona Philippe Brenot, colloca al 70 per cento la quota di artisti che soffrono nel corso della vita di una qualche forma di depressione).
La ragione di un’incidenza così alta? Lo psicoterapeuta Anthony Storr (La dinamica della creatività) dedicò la carriera al tentativo di individuare quale processo sia al centro del legame tra creatività e depressione (scrisse anche un libro sulla depressione dell’inglese più famoso del Novecento: Winston Churchill). Secondo Storr l’adattamento a circostanze ambientali, sociali e fisiche in frequente cambiamento è una costante della vita umana e dalla «dissonanza» tra realtà e percezione nascerebbe la creatività: con l’evidente conseguenza che i più creativi sono così necessariamente anche coloro che più si trovano psicologicamente distanti dal mondo che li circonda, con tutte le conseguenze (un mondo che, come scrisse David FosterWallace nel primo racconto della sua carriera breve e straordinaria, a volte può sembrare a chi è costretto a viverci semplicemente un altro pianeta. Wallace lo chiamò «il pianeta Trillaphon» nel racconto Il pianeta Trillaphon e la sua relazione con la Cosa Cattiva pubblicato nel 1984 sulla rivista letteraria della sua università, l’Amherst College).  E l’amico fraterno di Wallace, Jonathan Franzen, dopo la pubblicazione de Le correzioni raccontò che aveva rinunciato a prendere antidepressivi perché non credeva di poter scrivere allo stesso modo sotto l’effetto degli psicofarmaci.
Ne I Guermantes Proust fa pronunciare al dottor du Boulbon un’appassionata difesa della nevrosi e dei nevrotici, «la splendida e penosa famiglia che è il sale della terra… tutte le cose più belle ci sono arrivate dai nevrotici… loro e soltanto loro hanno creato religioni e le grandi opere d’arte». Per poi concludere, parlando con la nonna del narratore, che «noi possiamo apprezzare la bella musica, i bei quadri, migliaia di splendide cose senza però sapere quanto sono costate in termini d’insonnia, lacrime, risate spasmodiche, eczemi, asma, epilessia e un terrore della morte ben peggiore di ogni altra cosa».
Ma se il baratto tra una grande opera d’arte in cambio della «disperazione oltre la disperazione» (così William Styron descrisse la depressione che lo accompagnò per gran parte della vita nel capolavoro autobiografico Un’oscurità trasparente) può essere a volte una consolazione: la figlia di Richard Yates, autore di Revolutionary Road, racconta che il padre poco prima di morire rilesse il primo capitolo del suo capolavoro sorridendo sereno, «sapeva di lasciarsi indietro un’opera che sarebbe rimasta».

https://illuminationschool.wordpress.com/2013/03/19/ma-tra-malinconia-e-spleen-quanti-poeti-nati-sotto-saturno/

Follemente artisti: clicca QUI per approfondire.

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