François Rabelais, Gargantua e Pantagruel

Calligramma della Divina Bottiglia,Rabelais Le Cinquiesme Livre (posthume) : édition princeps de 1564 (BNF, Rés. Y2 2168). Bibliothèque municipale de Lyon, éd. Jean Martin, 1567)

Un potente movimento verso il basso, verso le profondità della terra e del corpo umano, pervade, dall’inizio alla fine, tutto il mondo rabelaisiano. Tutte le immagini, tutti gli episodi principali, tutte le metafore e i paragoni, sono segnati da questo movimento verso il basso. Tutto il mondo rabelaisianio nel suo insieme e in ogni dettaglio, è diretto verso l’inferno, corporeo e terrestre […]. L’orientamento verso il basso è proprio di tutte le forme di allegria festiva e popolare e del realismo grottesco. In basso, alla rovescia, all’incontrario: tale è il movimento che caratterizza tutte queste forme, che fanno precipitare tutto verso il basso, capovolgono, mettono a testa in giù, trasferiscono l’alto al posto del basso, il didietro al posto del davanti, sia sul piano dello spazio che su quello metaforico […] l’abbassamento, infine, è il principio artistico fondamentale anche del realismo grottesco: tutte le cose sacre e alte sono reinterpretate sul piano del “basso” materiale e corporeo, o messe in correlazione e mescolate alle immagini di questo “basso”.
M. Bachtin,  L’opera di Rabelais e la cultura popolare, Einaudi, Torino, 1979

“Scrivendo, meglio trattar del riso che delle lacrime, giacché solo dell’uomo è proprio il ridere”.

Ecco una lettera che Rabelais spedì al suo famoso collega Giovanni Mainardi, nella quale confessa di essere stato indotto a scrivere i suoi libri per assecondare l’opera salutare della pratica medica:

“…io ho l’abitudine di rispondere che nel comporre questi miei libri delle mitologie pantagrueliche, non ho mai preteso gloria né lode alcuna, ma ho avuto soltanto l’intenzione di dare con questi scritti un po’ di conforto, per quanto io potevo, a quei sofferenti e malati lontani ai quali ben volentieri quando è necessario e possibile io do in persona l’aiuto della mia arte e del mio servizio la pratica medica è giustamente paragonata a un combattimento e a una commedia a tre personaggi, il malato, il medico e la malattia. Così, se io appaio un medico travestito e mutato nella faccia e negli abiti, non lo faccio per vantarmi e per fare pompa, ma soltanto per il piacere del malato che io visito, al quale solo io voglio piacere evitando di offenderlo in qualsiasi modo…
I medici studiano e si affannano, e si dice che il loro volto, malcontento, severo e noioso, rattristi il malato, mentre la faccia giuliva, serena, graziosa, aperta e piacevole lo rallegra: questi sentimenti derivano dall’apprensione del malato che contempla quelle qualità del medico e da quelle deduce il catastrofico andamento della sua malattia, e lo stesso vale al contrario per l’effetto gioioso e sereno dell’espressione allegra del medico: avviene una specie di trasfusione dello spirito sereno o tenebroso, gaio o melanconico dalla persona del medico alla persona del malato”.

Dal sito RAILibro.

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Archiviato in Letteratura del Cinquecento, Quarta F

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