Parlamento de Ruzante che iera vegnù de campo

Padova, la Loggia e l'Odeo Cornaro

Padova, la Loggia e l’Odeo Cornaro

Oh, compare, s’a’ fossé stò on’ son stato io mi, aessé fatto an pì de quatro de g’invò. Che criu che sìpia a esser in quel paese? Che te no cognussi negun, te no sé don’ andare, e che te vi’ tanta zente che dise: «Amaza, amaza! Daghe, daghe!». Trelarì, schiopitti, balestre, freçe; e te vi’ quel to compagno morto amazò , e quel altro amazarte a pé. E com te crì muzare, te vé int’i nemisi; e uno che muza, darghe uno schiopettò in la schina. A’ ve dighe che ’l ha gran cuore, chi se mette a muzare. Quante fié criu che a’ m’he fatto da morto, e sì me he lagò passar per adosso cavagi? A’ no me sarae movesto, ch’i m’aesse metù adosso el monte de Venda! A’ ve dighe la verité, mi: e sì me par che chi sa defendere la so vita, quelù sea valent’omo.

Oh, compare, se voi foste stato dove sono stato io me, [ne] avreste fatto anche più di quattro, dei voti. Che credete che sia, essere in quel paese? Che non conosci nessuno, che non sai dove andare, e vedi tanta gente che dice: “Ammazza, ammazza, dàgli, dàgli”? Artiglierie, schioppi, balestre, frecce; e ti vedi qualche tuo compagno morto ammazzato, e quell’altro che ti è ammazzato vicino. E quando credi di scappare, vai in mezzo ai nemici; e a uno che scappa [vedi] dargli una schioppettata nella schiena. Vi dico che ha un gran coraggio, chi si mette a scappare. Quante volte credete che io abbia fatto il morto, e mi sia lasciato passare sopra i cavalli? Quante volte credete che io ho fatto da morto, e così mi ho lasciato passare addosso cavalli? Non mi sarei mosso, se mi avessero messo addosso il monte di Venda! Vi dico la verità, io: e sì mi pare che chi sa difendere la sua vita, colui sia valentuomo.

Angelo Beolco, Parlamento de Ruzante che iera vegnù de campo, scena seconda, in Due dialoghi, Einaudi, 1974

“Solo quattro personaggi interpretano il Parlamento: Ruzante, Menato che gli fa da spalla, Gnua e il bravo che però non parla. La scena è tenuta sempre da Ruzante e le battute degli altri personaggi servono soprattutto allo sviluppo del suo monologo.
Beolco, nell’allestire i suoi spettacoli, riservava per sé la parte di Ruzante, il personaggio prediletto dal quale prese lo pseudonimo. Ruzante mantiene gli stessi caratteri nei vari testi in cui compare ed in questo costituisce un modello assai rilevante per il processo di tipizzazione dei personaggi che sfocerà nella Commedia dell’arte; ma nel teatro di Beolco il personaggio di Ruzante non è ancora maschera, tipo, bensì il punto di forza, il centro dello spettacolo.
In particolare in questo dialogo, che è al di fuori delle strutture della commedia regolare, Beolco costruisce tutto lo spettacolo sul personaggio, mettendo in campo un modo nuovo di fare teatro. Infatti l’intreccio e l’ambientazione rimangono sullo sfondo e il dialogo serve soprattutto a costruire via via il personaggio; questi non ha più soltanto risvolti comici, perché dalle sue storie emergono risentimenti fondati, come l’odio contro Venezia che ha chiamato a raccolta i contadini padovani arruolati per la guerra provocata dalla lega di Cambrai con promesse di ricompense non mantenute, la rabbia per la miseria in cui è costretto, che gli fa perdere la moglie, e la finta millanteria che ne fa un patetico e triste miles gloriosus. La satira del villano è lontana: la miseria del contadino e la sua eterna sconfitta suonano più grottesche che comiche, assumendo un carattere di opposizione e di risentimento.

E l’oggettiva provocazione che il personaggio di Ruzante immette sulla scena ha in sé una tale carica dirompente, che nel secondo dialogo, il Bilora, l’autore giunge addirittura a violare una regola fondamentale della commedia, quella del lieto fine, della conclusione felice con la quale la commedia reintegra l’avventura nella struttura civile e sociale. Quale è invece la fine del Bilora? Il contadino uccide il ricco veneziano usuraio, sfruttatore, come dice egli stesso, “dei poveretti”, il quale, oltre ad aver guadagnato sul sangue dei contadini, gli ha anche portato via la moglie Dina e non vuole restituirgliela (M. Baratto, La commedia del Cinquecento (aspetti e problemi), Neri Pozza, Vicenza 1977, p. 125).
Interpretazioni come questa nascono da oggettivi caratteri del testo, tuttavia va aggiunto che il constatare una rappresentazione più amara del personaggio non deve attribuire a Ruzante intenzioni di denuncia: il personaggio da lui creato non raggiunge mai questa dimensione tragica e seria; il suo teatro, nato nella piccola corte di Alvise Cornaro, non aveva questa spinta ideologica. Piuttosto è opportuno rilevare l’approfondirsi e l’esasperarsi del realismo grottesco del suo linguaggio teatrale, in polemica e in opposizione su tutti i piani con le proposte del classicismo.“A cura di Giovanna Bellini, Giovanni Mazzoni, ARIEL Laterza

Scene tratte da La Commedia degli Zanni (regia di Giovanni Poli) e da Il Parlamento di Ruzante: CLICCA QUI.

Lo spazio teatrale: Padova, la Loggia e l’Odeo Cornaro

Loggia e Odeo Cornaro_affreschi

Da Ruzante: I luoghi, a cura di Giovanni Calendoli, in Ruzante: i luoghi, Sala della Gran Guardia, Padova, 16-26 maggio 1990:

IL LUOGO NATALE. Pernumia è probabilmente il luogo natio di Angelo Beolco. Nessun documento lo attesta; ma lo si può desumere da un giuoco di parole altrimenti incomprensibile, contenuto nella Prima Oratione. […]

IL BARCO DELLA REGINA. Il Barco della Regina Caterina Cornaro, a tre miglia da Asolo, è uno dei luoghi deputati di Angelo Beolco. Qui egli, indossando le vesti del suo personaggio o alter ego Ruzante, recitò la Prima Oratione alla fine di agosto o ai primi di settembre del 1521 dinanzi al Cardinale Marco Cornaro e la Seconda Oratione nell’estate del 1528 dinanzi ad un altro Cornaro porporato, Francesco fratello minore di Marco. […] Dell’imponente e fastosa residenza estiva rimane ormai soltanto un’ala di fabbrica che ha il suo elemento fondamentale in una loggia, la struttura della quale è simile a quella creata da Giovanni Maria Falconetto a Padova nella dimora di Alvise Cornaro. Ambedue gli edifici, nelle linee generali, riproducono un apprestamento scenografico, che è documentato anche dalle incisioni inserite nella edizione delle commedie di Plauto stampata a Venezia nel 1518. […]

LA FRONTIERA DI LIZZAFUSINA. Il Ruzante del Parlamento che, reduce dalla guerra, non sa se è vivo o morto, si convince d’essere ancora a questo mondo e precisamente a Venezia, ricordando le azioni poco prima indubitabilmente compiute: «Non songiò montà in barca a Lizafusina? À son stò pur a Santa Maria d’un bel Fantin a desfar el mevò». A Lizzafusina – oggi Fusina – era ancora nel Cinquecento la vera frontiera fra la terraferma e Venezia. Qui, alla foce del Brenta era installata una macchina detta il ‘carro’, che trasportava le imbarcazioni delle acque del fiume su quelle della Laguna. Si andava così a Venezia. Il ‘carro’ rimase in funzione fino al 1613, quando fu costruita una chiusa che lo rendeva inutile: ma la famiglia Pesaro, che lo aveva messo in opera, fu adeguatamente risarcita. La ‘Santa Maria d’un bel Fantin’ alla quale si riferisce Ruzante, è probabilmente il Santuario della Madonna delle Grazie presso Piove di Sacco, dove si venera una Madonna col Bambino, attribuita a Giovanni Bellini.

A CODEVIGO PER IL CORNARO. Alvise Cornaro svolse un’intensa attività per ampliare i propri possedimenti nel territorio di Codevigo e della vicina Rosara, specialmente nel periodo della carestia che imperversò tra il 1528 e il 1529. Angelo Beolco agì in vari acquisti per conto del Cornaro e quindi frequentò assiduamente questi luoghi, conoscendo direttamente le condizioni dei contadini che, travolti dai debiti, erano costretti a cedere per fame i loro piccoli appezzamenti di terra. In un contratto stipulato il 12 giugno 1529 per la cessione di due campi di prato a Rosara si legge: «… ser Zaninus Zago… dedit, vendidit, cessit et renuntiavit in perpetuum egregio domino Angelo Ruzante de Padua uti comisso in hoc magnifici domini Alusii Cornerii…» Anche in un documento notarile lo scrittore assumeva il nome del suo personaggio contadino.

CACCE E RECITE A FOSSON. Il Dialogo facetissimo e ridiculosissimo di Angelo Beolco, come testimonia una didascalia della prima stampa, fu ‘recitato a Fosson alla caccia l’anno della carestia 1528’. A Fosson di Loreo, nel Basso Polesine, Alvise Cornaro possedeva «una stantia comoda alla chacia, et ogni anno per molti anni andò a fare tal chacia». Lo attesta anche Marin Senuto nei suoi Diarii, dove, sotto la data del 18 gennaio 1529, annota: «In questa matina vidi una cosa notanda, che per piaza di San Marco atorno et per corte di palazo fo portato da fachini una cazason fatta a Fosson per Alvise Cornero, sta a Padova, videlicet 10 caprioli, 2 porchi cinghiari et do cervi grandi, che fo bel veder. Et tutto lui mandò a donar al reverendissimo Cardinal Pixani, per haver il vescovado di Padoa et lui li governa l’intrade». Le cacce erano per il Cornaro un divertimento ed al tempo stesso un modo per svolgere una politica di relazione con i potenti e con gli umili. Angelo Beolco ne era sempre partecipe come commissus et nuncius del padrone mediante la recita di testi appropriati alle varie circostanze.

IL SOGNO DI ESTE. Angelo Beolco frequentò Este fin dall’inizio del suo rapporto con Alvise Cornaro, che anche in questa città e nel suo territorio aveva cospicui interessi.

CHIOGGIA INVECE DI CIRENE. Angelo Beolco, per scrivere la Piovana si ispirò a una commedia di Plauto, Rudens; ma ne ricreò ab imis fundamentis l’azione e i personaggi, trasferendoli nella Terraferma del proprio tempo. L’azione del Rudens si situa in un tratto della spiaggia di Cirene, dove sorgono da un lato la villa di Demone e dall’altro il tempio di Venere. La Piovana si svolge in un borgo presso Chioggia, dove, accanto a una piccola chiesa, sono le case di Tura e Maregale. Il luogo non è inventato, ma reale. La piccola chiesa, dove Nina e Ghetta trovano rifugio dopo essere scampate a un naufragio, esisteva effettivamente ed era stata costruita nel luogo dove il 24 giugno 1508, dopo una tremenda mareggiata, ad un tal Baldissera Zalon era apparsa la Madonna, sdegnata per la vita sregolata condotta dai chioggiotti.

LE CASE DELLA VITA. La vita di Angelo Beolco a Padova si svolse interamente nella casa di famiglia e nella dimora di Alvise Cornaro. Nella casa di famiglia il commediografo consumò probabilmente parte della giovinezza accanto ad un padre che non amava molto (Nella Pastoral Ruzante annuncia con crudele allegria la morte del padre, compiacendosi per il risultato ottenuto con il medico bergamasco maestro Francesco). Trascorse il suo tempo più operoso nella dimora di Alvise Cornaro, del quale fu collaboratore nella conduzione delle campagne, senza trascurare la creazione delle commedie. Le due attività erano in lui strettamente connesse: portava sulla scena esperienze effettivamente vissute al servizio del suo padrone e protettore.

MESSAGGI AI VENEZIANI. Angelo Beolco esce dal suo universo pavano solo per andare a Venezia o a Ferrara. Non ama le lunghe assenze dal suolo natio. Nella città lagunare va come l’ambasciatore di un territorio diverso, con la malleveria e l’assenso del veneziano Alvise Cornaro, per far conoscere ai proprietari terrieri della Serenissima i problemi della campagna ed il modo di governarli per l’utilità comune. La produzione agricola deve essere organizzata in un modo nuovo, del quale il Cornaro propone il progetto e il Beolco offre la rappresentazione teatrale. Dal 1520 al 1526 Ruzante fa sentire a ca’ Foscari, a ca’ Trevigian, a ca’ Pesaro, a ca’ Ariani e persino nel Palazzo ducale la sua voce di protesta; ma le recite evidentemente non conseguono l’effetto desiderato se dopo il 1526 si interrompono. Venezia non ama Ruzante e Ruzante non ama Venezia, anche se ne tesse un elogio convenzionale in qualche prologo scritto per propiziare l’esito di una rappresentazione. […]

Angelo Beolco, morto il 17 marzo 1542, fu inumato accanto al padre nella Chiesa di San Daniele e la tomba rimase senza un contrassegno esteriore, fin quando il canonico G.B. Rota non provvide nel 1560 ad apporvi una lapide. Il Cornaro allora era ancora vivo; ma non risulta che abbia in qualche modo partecipato a questa tardiva azione riparatrice.

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