Ancora a proposito di punteggiatura…

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Cambia qualcosa, no?

«Figlio mio, se non ti lasci tentare mai, sarai salvato»
«Figlio mio, se non ti lasci tentare, mai sarai salvato»

«Carlo I camminava e parlava. Mezz’ora dopo, la decapitazione»
«Carlo I camminava e parlava mezz’ora dopo la decapitazione».

«La donna, senza l’uomo, è nulla»
«La donna: senza, l’uomo è nulla».

Man mano che la notte arrivava in città la salutavano parole luminose. Alcune erano lunghe e pulsanti […], altre erano semplici punteggiature, virgole di lampioni, esclamativi di semafori, file di puntini rossi di auto incolonnate.
Stefano Benni, 1986

I segni di interpunzione sono gli svincoli del testo. Se non ci fossero, le parole formerebbero un unico, gigantesco ingorgo.
B. Severgnini, 2007

[…] quando si leggono edizioni dei grandi autori, non ci si rende conto che, esclusi quelli moderni, la punteggiatura è sempre opera del curatore, dato che in antico essa era molto scarsa, e diversa da quella ora in uso. L’esistenza di un sistema di punteggiatura funzionale è dunque cosa recente, e vale la pena di seguire le fasi della sua elaborazione.
Ci si deve anzitutto riportare al passaggio della lingua dall’oralità alla scrittura, perché nell’oralità proprio le pause e i cambiamenti d’intonazione, oltre ad avere un effetto emotivo, aiutano a comprendere l’andamento sintattico del discorso. E questo va e vieni tra voce e trascrizione continua a pesare nell’uso della punteggiatura, tanto che si tende a distinguere tra punteggiatura logica e punteggiatura espressiva, la prima corrispondente ai rapporti sintattici tra le parti del discorso (periodi, proposizioni), la seconda alle minime interruzioni del flusso di voce che rendono efficace la declamazione. Insomma, il sistema interpuntivo è il prodotto di approssimazioni successive: si pensi che in alcuni manoscritti classici non si separavano nemmeno le parole, dunque si riproduceva tale e quale il flusso del discorso.
[…] Nell’antichità classica e medievale si fecero vari tentativi di regolarizzare l’interpunzione, quasi sempre partendo dai testi greci. E una data fondamentale, almeno tra noi, è il 1496, quando lo scrittore e grammatico Pietro Bembo, il grande umanista ed editore Aldo Manuzio e l’incisore Francesco Griffo misero a punto l’edizione di un poemetto latino del Bembo, il De Aetna, in cui per la prima volta si utilizzano virgola, punto e virgola, apostrofo e accenti nella forma e secondo i criteri che ancora oggi usiamo. In tutto o in parte, questo sistema fu poi accolto anche fuori d’Italia. Da questa notizia si possono trarre due insegnamenti. Il primo è che l’attenzione alla punteggiatura si sviluppa contemporaneamente all’attenzione alla lingua: Bembo è appunto il codificatore dell’italiano sulla base del toscano di Petrarca e Boccaccio. Il secondo è che, in quell’epoca di conquiste culturali, l’editoria fu una delle principali fucine d’innovazione. Tra l’altro, sappiamo bene che essa ha inciso direttamente sull’uso linguistico, regolarizzando in senso toscano le opere degli scrittori. Come dire che l’editing non è invenzione moderna. Ma anche dopo il 1496 la punteggiatura attraversa fasi alterne, perché gli scrittori stessi oscillano tra la propensione verso un’interpunzione razionale e una espressiva. Tra i primi va certo messo il Manzoni, tra i secondi Pirandello («Si sente così stanca e triste, la signora Leuca!»). E mentre Carlo Dossi suggerisce di preannunciare i punti interrogativi ed esclamativi alla maniera spagnola, con il segno capovolto, i Futuristi dichiarano guerra alla punteggiatura, con qualche successo anche al di fuori della scrittura d’avanguardia. Una guerra che gli sms potrebbero far sembrare vinta.
C. Segre, E con Bembo si smise di rischiare la pelle per colpa della virgola, “Corriere della Sera”, 17 ottobre 2008

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