De Humani Corporis Fabrica

Carlo Mariani, Storia della medicina (Slideshare)

Andrea Vesalio, De humani corporis fabrica, 1543

Anatomia, arte e scienza

Giorgio Cosmacini, Quando l’ anatomia era rivoluzionaria, Corriere della Sera, 30 dicembre 2001

Nel riservato dominio delle scienze mediche la nascita del libro a stampa ha dietro di sé un cumulo multisecolare di incisioni e di papiri, di pergamene e di codici manoscritti: dalla stele di Diorite con graffite le norme deontologiche del re babilonese Hammurabi, ai papiri Ebers e Smith recanti la casistica clinica degli Egizi del Regno Medio; dai superstiti di «biblia» alessandrini del Corpus hippocraticum e agli «opera» di Galeno, agli «scripta naturalis philosophiae» trascritti dai monaci amanuensi di Montecassino e di Bobbio o tradotti dai siriani di Edessa e dagli arabi di Bagdad, Cordova e Toledo. A voler generalizzare ancora di più, si ricorda che i libri della rivelazione biblica e coranica sono comprensivi di passi il cui assemblaggio potrebbe dar luogo a due distinti compendi di medicina pratica. Non a caso si parla di «medicina della Bibbia» e di «medicina del Profeta»; e in tal senso si può dire che il primo libro a stampa, la Bibbia di Gutenberg (Magonza 1455), è anche un «libro di medicina». Ma il primo vero libro di medicina dato alle stampe in Italia fu il De medicina di Aulo Cornelio Celso, edito a Firenze nel 1478 per i tipi dei Giunta.
Lo scorcio del Quattrocento e la prima metà del Cinquecento vedevano fiorire con la stampa anche la letteratura medica. Alla fioritura contribuiva soprattutto Venezia, con le molte stamperie, alla quale la vicina Padova forniva sia la manodopera intellettuale in grado di produrre testi autorevoli, ben tradotti e ben chiosati, sia il pubblico universitario in grado di assicurarne un largo consumo. A Padova, dal 1537, era explicator chirurgiae il ventitreenne medico fiammingo Andreas van Wesel – Andrea Vesalio (1514-1564) – che nell’università aveva anche l’ incarico di leggere anatomia e di praticare sezioni cadaveriche. Con un lavoro assiduo, protrattosi per un quinquennio, Vesalio fece emergere dalla sua pratica di chirurgo la sua teoria di anatomista, usando nell’una il coltello di dissezione, nell’altra la forbice logica della verificazione-falsificazione. Confutandola in oltre duecento punti, dimostrò falsa l’ anatomia di Galeno. Al tavolo anatomico scoprì fatti inconfutabili che non corrispondevano affatto a quanto detto negli scritti galenici.
Dalle proprie osservazioni e descrizioni vide profilarsi la scoperta di un corpo nuovo. Si trattò di una vera «rivoluzione scientifica» che venne a trasformare una «scienza naturale». La vista e la visione del corpo nuovo, cioè l’ osservazione e la concezione dell’ oggetto dell’ anatomia umana «moderna», furono da Vesalio consegnate alle 663 pagine «in folio» componenti i sette libri De humani corporis fabrica (Basilea 1543), manifesto del nuovo metodo anatomico e primo fondamento teorico-pratico della medicina di oggi. «È, in effetti, uno dei più bei libri del mondo». Con questa frase, che possiamo pienamente sottoscrivere, Jackie Pigeaud apre la sua prefazione alla sontuosa ristampa anastatica dell’ opera di Vesalio pubblicata da «Les Belles Lettres», per i tipi di Nino Aragno editore (Torino 2001), nella collana «Theatrum Sapientiae».
La sua bellezza iconografica è dovuta al fatto che i sette libri dell’ opera furono (e sono) mirabilmente corredati da oltre trecento illustrazioni dell’ incisore-pittore fiammingo Jan Stephan van Calcar, contemporaneo e amico dell’ autore, nonché frequentatore a Venezia di Tiziano Vecellio. Accanto alla bellezza figurativa, è grande la bellezza scientifica, cioè l’ importanza del contenuto, che Vesalio esprime con esemplare chiarezza ricavandolo dalla propria esperienza e dallo studio accurato del «numero, posizione, forma, grandezza, sostanza, connessione» di ogni parte anatomica e della sua «connessione con le altre parti, utilità, funzione e moltissime altre qualità». Vesalio riscattò l’ anatomia dai dogmi di Galeno e dalle mani degli «ignorantissimi barbieri». L’ anatomia, scrive, «è pertinente ad medicinae chirurgicae professionem», è finalizzata all’esercizio della clinica.
Quel che oggi è ovvio, quattrocentocinquant’ anni fa non lo era affatto. Come medico «devo», scrive ancora, «non staccarmi dal resto della medicina», poiché «ritengo non piccolo danno la divisione particolareggiata delle discipline». Quando si delineava all’ orizzonte l’ incipiente specializzazione della medicina e della scienza, la voce di Vesalio richiamava all’ unità del sapere. Anche per questo l’ opera di Vesalio «è uno dei più bei libri del mondo». La data della sua pubblicazione coincide con la data di pubblicazione dell’ opera di un altro ex studente o ex studioso di Padova, Niccolò Copernico, autore dei sei libri De revolutionibus orbium coelestium (Norimberga 1543), nei quali non la terra, ma il sole è posto al centro dell’ universo. All’ anagrafe dei grandi eventi scientifici la «rivoluzione anatomica» antigalenica di Vesalio è registrata in significativa sincronia con la «rivoluzione astronomica» antitolemaica di Copernico. La rivoluzione macrocosmica, o della fabbrica dell’ universo, coincise con la rivoluzione microcosmica, o della fabbrica del corpo umano.

Carlo CarenaMedicina del Rinascimento. Per curarsi bisogna capire, “Il Sole 24 Ore”, Domenica 5.1.2014

Un saggio a più voci (curato da Maria Conforti, Andrea Carlino e Antonio Clericuzio) discute le pratiche mediche del Rinascimento quando la specializzazione inizia ad essere concreta

Il Rinascimento di molte lettere e arti lo fu anche dell’arte medica. Essa si libera a poco a poco delle spurie e fantastiche incrostazioni recenti, attingendo ancora all’immenso e pur farraginoso deposito dell’antichità con spirito nuovo. E così si merita encomia di Erasmo, di Cardano, di Melantone, anche se, scrive uno di loro, «non ne ha bisogno affatto, raccomandandosi abbondantemente da sé agli uomini mortali per la sua utilità, anzi necessità».
Le tappe di questo processo sono analizzate nelle ricerche del volume a più voci Interpretare e curare allestito da Maria Conforti, Andrea Carlino e Antonio Clericuzio per l’editore Carocci.
Ancora qualche confusione ovviamente rimane negli stessi umanisti, ma la miscela di medicina, filosofia e astrologia, tre materie professate tutte assieme dai docenti, è più una ricchezza che un’aberrazione, sviluppa le tre discipline con maggiore spirito critico e argomentazione logica, chiede e mostra competenze bibliografiche, storiche, antiquarie e di filosofia naturale, oltreché mediche. E invero la problematica medica, ampliandosi e approfondendosi, risultava non così semplice e isolata da non introdurne altre. Se allungo la vita di un uomo, come cerco di fare e ottengo, non mando all’aria la volontà e la prescienza divina? e tutti i miei sforzi non si scontrano con la determinazione astrale ora e al momento della nascita del paziente? Nel primo Seicento Gabriel Naudé conclude le sue dotte e critiche Questioni iatrofilogiche con una Sul fato e sulla fine prestabilita della vita, in cui ripercorre tutte le credenze nelle età antiche e moderne, concludendo sulla scia già di Pico della Mirandola che esse sono soltanto frutto e campo dell’antica idolatria, delle credenze popolari, delle menzogne dei poeti e degli errori dei filosofi. Ma per il medico e astronomo Pietro d’Abano a inizio Trecento l’astrologia fa prevedere quei mutamenti nella qualità dell’aria che sono fondamentali per stabilire i regimi dietetici e le terapie dei pazienti, oltreché per pronosticare l’evoluzione della malattia e i suoi giorni critici – normalmente il ventesimo e ventunesimo – determinati dai “moti lunari”.
Le congiunzioni astrali sono un fattore decisivo per la salute assieme alla dieta. Ippocrate e Galeno, tendenzialmente antivegetariani, predicavano l’importanza della dietetica per la conservatio sanitatis in ogni stadio della vita, già per l’uomo sano ancora prima che per l’ammalato, unitamente ad altri fattori quali lo stile di vita, le abitudini corporali e mentali e l’ambiente. Fra quelli esterni al corpo Galeno ne precisava sei: aria, alimenti, esercizio e riposo, sonno e veglia, sazietà ed evacuazione, e le passioni dell’anima. La malattia è rispetto a questo stato armonioso, una res non naturalis.
Questa tematica costituì il vero e proprio genere letterario già medievale dei Regimina sanitatis, manuali pratici di prescrizioni scientifiche e divulgative insieme, in latino o in volgare, rivolti al popolino o indirizzati a principi e prelati, addirittura a papi, con liste di cibi e di piante benefiche secondo le stagioni e i mesi dell’anno, come nel Libreto de tutte le cosse che se magnano redatto in pieno Quattrocento per Borso d’Este dall’esimio professore padovano Michele Savonarola. A volte anche specifici, come qualche Regimen iter agentium et peregrinantium, per i viaggiatori e i pellegrini; o destinati più propriamente ai vecchi o ai bambini, le due età più a rischio per la salute. Ma il tentativo più nobile in questo campo rimane quello del Platina, che nel De honesta voluptate et valetudine (edizione nelle NUE Einaudi curata da Emilio Faccioli nell’85) cerca di risolvere l’ardua e fondamentale conciliazione di salute e piacere, connubio agognato in ogni tempo di vita elevata, sana e gradevole.
Quanto agli “operatori sanitari” nel volume in parola essi spaziano dal ciarlatano al farmacista, dal chirurgo al barbiere, anzi semplicemente il barbiere-chirurgo, che tagliava i capelli corti e le unghie, curava e tingeva le barbe o praticava salassi ed estrazioni dentarie, e frattanto attraverso i “segni” corporei, pelle, respiro, odore e stato della capigliatura emanava sentenze e interveniva richiamandosi alla tradizione ippocratica. Quanto alle farmacie, oltre ad essere un antro sacro di alambicchi e di barattoli, erano un luogo di convegni e conversazioni dotte e spaccio, oltreché di medicamenti, di confetture e di mieli, di cosmetici, di saponi e tessuti e, a partire dal Seicento, anche di tabacco e caffè.
Tutta una civiltà passa e si evolve attraverso queste pratiche e queste figure. A completare l’affresco non mancano i ciarlatani, un vero “gruppo professionale”, a cui nel volume è dedicato uno studio di David Gentilcore: ossia «persone che compariscano in piazza e vendono alcune cose con trattenimenti e buffoniane», come si legge in una licenza all’esercizio della professione a Roma; ovvero «zarlatani che mettano banchi per le piazze per vendere ogli, unguenti, pomate, controveleni, acque muschiate, zibetto, istorie et altre cose stampate, et che mettano cartelli per medicare». Veri attori, dottori Dulcamara, che fanno parte del folklore e della letteratura e della musica, ma anche dello sforzo complesso per aggiornare un’arte così antica e difficile, se deve tener conto di tutto l’uomo.
Interpretare e curare, Medicina e salute nel Rinascimento, a cura di M. Conforti, A. Carlino e A. Clericuzio, Carocci, Roma

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