Francesco Guicciardini

Massimo Firpo, Guicciardini, memorie e profezie “Il Sole 24 ore,  10 marzo 2013

 Guicciardini lasciò senza titolo la sua celebre raccolta di massime politiche, di riflessioni sul presente e sul passato, di osservazioni sui comportamenti umani, di bilanci di sé e delle proprie scelte. Testi di poche righe, in cui compendiava e distillava l’eccezionale esperienza di vita cui il suo rango sociale e la sua straordinaria intelligenza lo avevano destinato. Faceva parte di una tradizione tipicamente fiorentina, del resto, l’uso di trasmettere ai propri discendenti quei Libri di famiglia Ricordi in cui l’orgoglio patrizio del casato o quello mercantile della ricchezza si coniugavano con la consapevolezza di quanto fosse stato difficile navigare nei flutti sempre agitati della politica cittadina e delle sue inestinguibili rivalità fazionarie o districarsi tra i rischiosi azzardi del credito e del commercio. A ispirarne la stesura, quindi, non era tanto il desiderio di lasciare memoria di sé, quanto la volontà di consegnare ai posteri l’eredità immateriale di ciò che si era imparato perché continuasse a essere utile, come un elemento del patrimonio e una garanzia della sua durata nel tempo.

Guicciardini lavorò in vari momenti e con lunghi intervalli alle quattro stesure del testo, tra il 1512 e il 1530, sullo sfondo delle «guerre horrende» che videro la fine delle piccole corti rinascimentali e della “libertà” d’Italia, trasformata in un campo di battaglia dallo scontro fra le poderose monarchie di Francia e di Spagna, come egli avrebbe narrato da par suo nella Storia d’Italia, apparsa postuma nel 1561. Furono decenni di sangue, di carestie, di pestilenze, di saccheggi, sotto il segno di una continua instabilità, di repentini mutamenti, di battaglie che da un giorno all’altro sconvolgevano equilibri sempre precari, mentre anche al di qua delle Alpi cominciavano a sentirsi gli echi della Riforma protestante che dal 1517 dilagava nel mondo tedesco.

Guicciardini era nato nel 1483 e nella sua infanzia aveva visto la sua Firenze passare dall’età di Lorenzo il Magnifico a quella di Savonarola, dal «chi vuol esser lieto sia» al «rogo delle vanità», fino alla condanna a morte del frate ferrarese; aveva poi assistito al ritorno dei Medici, alla restaurazione della repubblica con Pier Soderini e alla sua caduta, all’elezione papale in rapida successione di due rampolli medicei quali Leone X (1513-1521) e Clemente VII (1523-1534), al tremendo sacco di Roma del ’27, che per Firenze significò l’instaurazione dell’ultima repubblica, e infine al ritorno dei Medici con le armi di Carlo V nel ’30. Insomma, di cose e di cambiamenti messer Francesco ne aveva visti: nel 1512 era ambasciatore in Spagna e nel 1530 era bandito da Firenze e condannato a morte. E ancora ne avrebbe visti, con il trasformarsi dell’antico comune in ducato nel ’32, con l’assassinio di Alessandro de’ Medici nel ’37, con l’inarrestabile ascesa del “principe nuovo” Cosimo, l’ultimo discendente di un ramo cadetto e squattrinato della famiglia, l’imberbe giovanotto cui egli stesso si era permesso di rifiutare in sposa la figlia Lisabetta, ora diventato signore della città e pronto a trasformare un dominio cittadino in uno Stato regionale, a conquistare Siena, a diventare granduca di Toscana.

Quegli anni segnarono dunque il fallimento politico del ceto cui Guicciardini apparteneva e del quale per un certo tempo fu il leader, i cosiddetti grandi, gli ottimati, che un repubblicano duro e puro come Donato Giannotti avrebbe bollato come lupi, dandosi del «coglionazzo» per aver creduto di condividere con loro il senso della parola libertà. Molti di quei ricchi patrizi, infatti, avevano avversato come un’odiosa tirannide il governo mediceo, nel quale tuttavia avevano trovato anche uno scudo contro il temuto governo popolare.

Alcuni, quelli che potevano in virtù della natura finanziaria più che terriera della loro ricchezza, avevano lasciato Firenze e dato vita a trame politiche e militari destinate a concludersi nel ’37, con la cattura di Filippo Strozzi, che dal carcere in cui aspettava la morte continuò a teorizzare una libertà come sinonimo di aristocrazia. Gli altri, quelli che preferirono piegarsi al potere di Alessandro e poi di Cosimo de’ Medici, cercando di limitarlo e condizionarlo, come Francesco Guicciardini, furono definitivamente estromessi dal potere (altri avrebbe detto dal «popparsi e succiarsi lo Stato»). Con tutta la sua sagacia, la sua amara lucidità, il suo sguardo smagato su uomini e cose, insomma, Guicciardini fu tra gli sconfitti di quella tumultuosa stagione, che pure visse da protagonista, da uomo che poteva guardare negli occhi papi e imperatori, al governo di Firenze e al servizio della Chiesa.

A quest’ultima guardò come a un’istituzione politica, anche se seppe indignarsi con parole memorabili della sua corruzione morale, alla quale nella Storia d’Italia addebitò la tempesta della Riforma protestante e dalla quale trasse alimento il suo violento anticlericalismo. Tra i più celebri di questi Ricordi è senza dubbio quello in cui egli lo esplicitava in tutta chiarezza, con toni aspri, nutriti di personale risentimento: «Io non so a chi dispiaccia più che ame la ambizione, la avarizia e la mollizie de’ preti: sì perché ognuno di questi vizi in sé è odioso, sì perché ciascuno e tutti insieme si convengono poco a chi fa professione di vita dependente da Dio, e ancora perché sono vizi sì contrari che non possono stare insieme se non in uno subietto molto strano». Ma ancor più celebre è l’amara conclusione sul piano personale di questo sferzante giudizio: «Nondimento el grado che ho avuto con più pontefici m’ha necessitato a amare per el particulare mio la grandezza loro; e se non fussi questo rispetto, arei amato Martino Luther quanto me medesimo: non per liberarmi dalle leggi indotte dalla religione cristiana nel modo che è interpretata e intesa communemente, ma per vedere ridurre questa caterva di scelerati a’ termini debiti, cioè a restare o sanza vizi o sanza autorità».

Ma proprio per questo consapevole piegarsi al primato del personale tornaconto, nella sua immagine tutta risorgimentale della letteratura cinquecentesca Francesco De Sanctis lo avrebbe presentato come una sorta di archetipo del fallimento storico dell’Italia, diventata dominio di corone straniere anche a causa del gretto cinismo con cui uomini della statura di Guicciardini avevano sacrificato l’interesse generale al proprio «particulare», finendo con l’esserne essi stessi travolti, mentre era stato Machiavelli a indicare la via dell’iniziativa, del riscatto d’Italia, del principe demiurgo capace di imporsi a colpi di virtù e fortuna. In realtà, scrive il curatore, «la redazione definitiva dei Ricordi raccoglierà l’esito di un ripensamento complessivo, in cui la meditazione sulla condizione esistenziale dell’uomo e sul mondo oscuro delle sue passioni trovano accenti di inusitata potenza». La «malinconia pensosa e disillusa» di Guicciardini approda in essi a una sostanziale scetticismo sulla possibilità di conoscere le leggi della politica, a un’antropologia negativa in cui svanisce ogni fiduciosa prospettiva umanistica, a un pessimismo radicale in cui si incaglia ogni progettualità per il futuro. Quei 221 Ricordi o «ghiribizzi», come egli stesso ebbe a definirli, in parte editi nel 1576 («il primo grande libro europeo di aforismi»), avrebbero inaugurato un nuovo genere letterario, che dalla precettistica del tacitismo barocco sarebbe giunta fino alle Maximes di La Rochefoucauld e ai Pensieri di Leopardi.

Incentrate su storia e politica e scritte sul registro variabile del sarcasmo e dell’amarezza, dell’ironia e del disincanto, quelle «concentrate geometrie dell’esperienza» (una splendida definizione) erano «il punto d’arrivo di un ragionamento riassunto nei suoi termini essenziali». Ed erano anche un contrappunto a Machiavelli («quanto si ingannono coloro che a ogni parola allegano e’ Romani »), al risvolto utopistico del suo realismo, sul quale si incentrano le Considerazioni sui “Discorsi” di Machiavelli, scritte nel 1529-30 da un Guicciardini sempre più diffidente di astratte generalizzazioni, sempre più convinto che l’arte della politica non è fatta di norme ma di flessibile «prudenza», sempre più consapevole che la storia è il regno del «particulare», irriducibile a ogni regola, sempre dominata dal caso, dalla fortuna, dall’irrazionalità degli uomini. «È grande errore parlare delle cose del mondo indistintamente e assolutamente e, per dire così, per regola; perché quasi tutte hanno distinzione e eccezione per la varietà delle circunstanze», delle quali occorre sempre tener conto per imparare a navigare tra gli scogli. Anche a questo i Ricordi dovevano servire.

«Che cosa sono i Ricordi? Dei punti fermi che il Guicciardini volle fissare per chiarire a sé stesso un pensiero, una situazione, momenti di riflessione necessari nell’opera di un uomo di azione. […] Quel che ci si impone è la mente dello scrittore, la sua volontà di chiarezza, la chiarificazione di ogni atto attraverso il suo ragionamento, che nulla lascia in ombra […]. Il suo pensiero riesce frammentario, ma egli non può pensare che attraverso questi frammenti, queste note che si legano per una certa affinità di concetto, ma rifiutano di essere sistemati in un discorso coerente. Eppure questa stessa frammentarietà ha un suo proprio significato e valore: è l’espressione necessaria dell’empirismo guicciardiniano» (Mario Fubini 1977, pp. 41-42).

«Quel che è del tutto nuovo [in Guicciardini] è la decisa prevalenza dell’accidentalità dell’esperienza sulla regolarità del sistema: e qui, veramente, Guicciardini si allontana, fino a presentarsi come figura intellettuale del tutto nuova, dallo spirito e dai caratteri dei suoi maestri, e del suo maggior sodale, Niccolò Machiavelli»
(«Ricordi» di Francesco Guicciardini, in A.  Asor Rosa 1997, p. 288).

G. TELLINI, La letteratura italiana, due itinerari di lettura, Le Monnier
Parole folgoranti. L’aforisma

L’aforisma, genere letterario di origine classica, è una proposizione breve e concisa, una massima, una sentenza, che condensa in poche parole un’esperienza pratica o una riflessione concettuale. Peculiarità distintiva è la misura breve, lo stile asciutto, icastico, tagliente, folgorante. La forma aforistica si differenzia sia dalla forma sistematico-dimostrativa, sia dalla forma narrativa. Il genere ha avuto origine in ambito medico e la più antica raccolta aforistica è attribuita a Ippocrate (460-380 a.C.), come testimonianza del raffinato sviluppo della medicina greca. All’esempio di Ippocrate, si richiamano gli aforismi in esametri latini della scuola salernitana, la più importante scuola medica in Occidente dal secolo VIII al XIV. Tale genesi empirica e sperimentale aiuta a capire la caratteristica dell’aforisma, che non è frutto di fantasia né d’immaginazione inventiva, bensì discende dall’osservazione attenta della realtà, dalla cognizione tangibile delle cose, dalla riflessione che nasce da un’esperienza concreta.
Non per nulla molti autori di aforismi non sono scrittori di professione, ma politici, medici, scienziati, architetti, ingegneri, militari (famosi i tre libri degli Aforismi dell’arte bellica del geniale modenese Raimondo Montecuccoli [1609-1680], generalissimo degli eserciti imperiali, che nell’agosto 1664, con la vittoria sul fiume Raab, al confine tra Austria e Ungheria, ferma l’invasione turca dell’Europa, sbaragliando con 20.000 soldati un esercito nemico tre volte superiore).
Nell’antichità, poi anche in epoca medievale e umanistica, l’aforisma si presenta come sentenza che per la sua concisione è più facile da ricordare, più agevole da tramandare per tradizione orale. La brevitas garantisce la memorabilità. È il distillato di una sapienza che appartiene a una visione sistematica, a una concezione organica della conoscenza pratica e concettuale. Con il passare del tempo, specie dal secondo Cinquecento e dal Seicento, la saggezza compendiata nell’aforisma diventa espressione d’un sapere frammentato e discontinuo, incline alle variazioni prospettiche, propenso all’adattamento in contesti diversi, anche con possibili contraddizioni. La sistematicità è tramontata, in nome del dubbio, della perplessità, dell’investigazione interrogativa (si pensi ai magistrali Ricordi di Guicciardini e, fuori d’Italia, a taluni classici emblematici come Montaigne, La Rochefoucauld, Pascal). Nell’Ottocento e nel Novecento, l’aforisma conosce un’affermazione particolarmente rigogliosa, specie con il tramonto dei sistemi totalizzanti e l’affermazione di un pensiero critico asistematico (in autori come Nietzsche, Karl Kraus, Theodor Adorno). Quanto alle componenti espressive, quando si accentua, dal Seicento, la frammentarietà della scrittura aforistica, si afferma anche la sua coloritura stilisticamente ironica, comica, umoristica, che da ora s’intreccia o convive con il tono della riflessione seria, peculiare del genere fino dalle origini.
«Medicina dell’uomo, questa è l’essenza dell’aforisma. Noi la scopriamo nell’eredità di Ippocrate, che alla indagine sulle cause naturali della malattia univa una partecipazione umana di straordinaria intensità. E la ritroviamo non solo nella rinascita medioevale del genere aforistico, ma anche nel corso sinuoso e sorprendente della sua storia, fino a trasformarsi, nel nostro secolo, in un delta dalle sterminate ramificazioni. Però sempre, pur nelle sue imprevedibili metamorfosi, l’aforisma resta un aiuto che l’uomo offre a un altro uomo, una guida per evitare l’errore o porvi rimedio, il conforto che l’esperienza può dare a chi deve ancora affrontarla»
(Scrittori italiani di aforismi, prefazione di Giuseppe Pontiggia, a cura di Gino Ruozzi, Milano, Mondadori, 2 voll., 1994

PER APPROFONDIRE: Machiavelli e Guicciardini: il mestiere delle armi. Videolezione a c. di C. Bologna, Loescher Ed. CLICCA QUI.

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Archiviato in Letteratura del Cinquecento, Quarta BS, Quarta F

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