Generazioni a confronto

Due nuovi libri propongono una riflessione su vecchi e giovani, padri e figli, Noi e Voi, il nostro ieri e il vostro oggi. Vi riconoscete? Attendo commenti, anche indignati.

Aldo Cazzullo, Basta piangere, Milano, Mondadori, 2013 (dal primo capitolo)

Non ho nessuna nostalgia del tempo perduto. Non era meglio allora. È meglio adesso.Un adolescente dell’Italia di oggi è l’uomo più fortunato della storia. Anche se nato in una famiglia impoverita dalla crisi, ha infinitamente più cose e più opportunità di un ragazzo di qualsiasi generazione cresciuta nel Novecento. Vive in una casa riscaldata, illuminata, con il bagno e l’acqua corrente, che i miei nonni da giovani avrebbero osservato con la bocca spalancata dallo stupore.
Va al mare, in campeggio, in discoteca, all’estero su voli low cost, ai fast food o nei ristoranti etnici dove mangia piatti esotici: tutte cose che i miei genitori non conoscevano o non potevano permettersi.
Ha la tv a colori con decine di programmi a qualsiasi ora del giorno e della notte, un computer connesso con il mondo intero, il telefonino con cui scaricare qualsiasi canzone o film immaginabile, una varietà di social network per ritrovare i vecchi amici o entrare in contatto con gli sconosciuti. Noi, quando eravamo ragazzi tra gli anni Sessanta e Settanta, avevamo la tv in bianco e nero, e aspettavamo con ansia le otto di sabato sera per vedere i cartoni animati della tv svizzera, tifando invano contro lo struzzo e per Wile E. Coyote (che chiamavamo Willy). Avevamo letto Pinocchio e il libro Cuore. Sandokan e Orzowei ci parvero la modernità.
L’Italia su cui aprivamo gli occhi non era il paradiso in terra. Anzi, era senz’altro peggiore di quella di oggi. Era un Paese scosso da tensioni, talora da tragedie. Era un Paese più inquinato: fabbriche in città, acciaierie in riva al mare, ciminiere, smog. Era un Paese più violento: bombe fasciste, agguati brigatisti, sequestri come quello di Cristina Mazzotti. Era un Paese più maschilista, in cui i «femminicidi» non facevano notizia: chi trovava la moglie con un altro e la ammazzava non commetteva un crimine ma un «delitto d’onore», spesso non finiva neppure in galera. Era un Paese più semplice, con meno aspettative e meno pretese. Non si festeggiava Halloween ma si piangevano i Morti. La marcia più alta era la quarta. C’erano la leva obbligatoria e i maneggi per evitarla, la visita militare, la naja, il car, il nonnismo. I calciatori andavano in vacanza in Riviera sotto l’ombrellone e non in Polinesia. La mafia ufficialmente non esisteva, ma in Sicilia era molto più potente di adesso, anche perché in pochi la combattevano. A Napoli c’era il colera. Ma in ogni città c’erano molti più bambini, e non erano chiusi in casa, a giocare con il Nintendo o l’iPhone o l’iPad, a simulare sport con la Wii, a festeggiare il compleanno con gli animatori ingaggiati dalla mamma, i palloncini, le facce dipinte e i giochi organizzati. Si giocava per strada: a nascondino, ai quattro cantoni sul sagrato della chiesa, a palla avvelenata con le ragazze, a pallone con i maschi, fino a quando non interveniva il vigile o il padrone dell’auto che faceva da porta. Avevamo sempre le ginocchia e i gomiti sbucciati.
L’Italia di allora era molto più modesta e povera dell’Italia di oggi. Ma era un Paese che non si lamentava. Per questo mi piacerebbe raccontarlo ai nostri ragazzi, che si lamentano molto, a volte con ragione e a volte no.Lo so che i nostri giovani hanno di che piangere. L’Italia tratta in modo scandaloso i suoi figli. Ne fa pochi. Li fa studiare male. Li grava di debiti. Non gli offre un lavoro. Soprattutto, non li prepara alle difficoltà che incontreranno.
Viziamo troppo i nostri ragazzi. Tentiamo di accontentarli in ogni capriccio, di anticipare le loro richieste, di prevenire i loro desideri. Li sfamiamo al di là di quanto desiderino. E quando si affacciano sul mondo sono già sazi. (Spesso, anche grassi). Provate a fare un giro davanti a un liceo romano o milanese: non c’è una bicicletta. Hanno tutti lo scooter, o il papà che li porta in macchina. E la colpa, se si deprimono davanti ai primi ostacoli, non è loro; è nostra.
Noi avevamo invece una fortuna: il collegamento tra le generazioni era solido. Non avevamo vissuto la fame e la guerra; ma sapevamo che c’erano state. Non abbiamo memoria diretta della ricostruzione e del boom; ma ne avevamo assorbito l’energia. I nonni non erano simpatici vecchietti che venivano in visita ogni tanto, portando regali e inventandosi qualsiasi cosa per strappare un sorriso ai nipoti. Vivevamo con loro. Mia bisnonna Matilde, detta Tilde, sposò un uomo che non aveva mai visto: non era la persona giusta con cui lamentarmi per le mie prime pene d’amore. Nonno Lorenzo aveva fatto la Grande Guerra e visto i compagni di prigionia morire di tifo; non mi potevo lamentare per il morbillo (che i ragazzi di oggi non sanno cosa sia). L’altro nonno, Aldo, a 12 anni faceva il garzone in una macelleria, e andava a piedi per sedici chilometri da Canale ad Alba: non aveva la bicicletta né i soldi per la corriera, e non sarebbe mai salito sulla corriera senza biglietto. Neppure nonno Aldo era la persona giusta con cui lamentarsi se non mi compravano il motorino.Quel poco che avevamo era infinitamente più di quello che avevano avuto i nostri genitori e i nostri nonni. Era questa consapevolezza che ci impediva di piagnucolare. Anche perché in casa c’era sempre qualcuno che, se ti vedeva triste, abbattuto, scoraggiato, ti diceva: «Adesso basta piangere!»
“.

Michele Serra, Gli sdraiati, Milano, Feltrinelli, 2013

Leggi QUI le prime pagine del libro. Per la recensione clicca QUI.

Paolo Di Stefano, Padri e figli, ultima fermata dopo il ‘68, “Corriere della Sera”, 24 novembre 2013

Senza troppe premesse, va detto subito che Gli sdraiati (Feltrinelli) è un libro bellissimo. Michele Serra ha saputo fare molto più di quel che fa abitualmente come giornalista: ha scritto un romanzo che è e non è un romanzo. Viene in mente Kurt Vonnegut, e non solo perché lo scrittore americano è un suo modello più o meno esplicito, ma perché c’è l’immediatezza, la brutalità quasi, un’inventiva sfrenata, l’umorismo e la moralità, la narrazione che si mescola con la critica aspra del mondo contemporaneo. Un’elaborazione lunghissima, sei anni, per un libro esile (un centinaio di pagine). Nel caffè del cortile di Palazzo Reale, a Milano, si può parlare in santa pace anche alle dieci del mattino, bevendo un caffè  «Mi paralizzava l’argomento, per anni ho raccolto materiali, frammenti, frantumi sparsi sul tema dei padri e dei figli, ma non riuscivo a trovare il bandolo della matassa: c’erano il titolo, un inizio e la frase finale». La frase finale è questa: «Finalmente potevo diventare vecchio», ma per coglierne il senso bisogna attraversare tutta la dolce-amarezza del libro, perché quella frase arriva dopo un crescendo che si impenna nell’ultimo capitolo. C’è un padre, l’io narrante, e c’è un Tu senza nome, che è il figlio, uno degli «sdraiati» del titolo. Sdraiati in senso letterale: perennemente distesi su un divano con le cuffiette sugli orecchi o su un letto nel sonno comatoso, mentre il resto del mondo è in piedi a darsi da fare.
Il bandolo della matassa, nella lunga elaborazione del romanzo, è arrivato inatteso quasi in extremis: è un filo rosso esilissimo, il tormentone del padre che a distanza di pagine implora il figlio di accompagnarlo sul fantomatico Colle della Nasca in un climax di comicità a tratti patetica: «ti farebbe molto bene… mi devi credere», «Te lo chiedo per piacere. Non farlo per me. Fallo per te», «Se vieni con me sul Colle della Nasca, ti pago», «Se non vieni con me sento che potrei morire di crepacuore», «Se non vieni con me al Colle della Nasca, ti rompo la schiena a bastonate». Il Colle della Nasca è il tentativo di appigliarsi a qualcosa pur di condividere con il figlio un brivido di fronte allo spettacolo del mondo. Il piacere della bellezza naturale, assoluta. Perché Gli sdraiati è il resoconto della difficoltà di trasmette un desiderio, anche minimale. «Il rovello che spinge il padre a raccontare è una domanda: che cosa lascio a mio figlio?». Il piacere della bellezza che si nasconde in un tramonto o in una pianta. «Naturalmente con il carico di fragilità egoistica che questo comporta, perché tuo figlio ha tutto il diritto di dire: ma chi se ne frega di una portulaca!».
Ci sono pagine esilaranti sulla fenomenologia dello «sdraiato», c’è l’invettiva, la rabbia esplosiva del padre spaesato di fronte a quel «groviglio interconnesso» che è il figlio. E non manca l’autocritica: «Man mano che si procede nel racconto — dice Serra — si infittiscono le domande e la satira del padre su se stesso, anche perché non sa esattamente chi è suo figlio, in definitiva non lo conosce»; domande sulla mancata autorità e sulla propria confusione, su quella stramba e inedita «evoluzione della specie» di cui il figlio è autorevole e simbolico rappresentante, sull’incapacità di creare un contatto basico tra generazioni proprio nell’epoca del contatto diffuso. «In termini tecnici, sono un relativista etico», dice il padre, «il tutore ondivago di un ordine empirico, composto e poi scompaginato giorno per giorno (…). Ma lo avrei cercato volentieri insieme a te, quell’ordine, nelle pieghe faticose della convivenza, raccogliendo i calzini fetidi che segnano il tuo indugiare in un’infanzia decrepita, offensiva per entrambi, lavando i piatti sporchi che lasci ammuffire nel lavello». Eccolo lì il «dopopadre» debole di Massimo Recalcati, ma senza socio-psicologismi: «La lettura di Recalcati è stata il mio alibi: inutile, mi dicevo, sperare che torni il padre di una volta. E poi devo ammettere che l’odio per il padre-patriarca di una volta mi emoziona ancora, come il riverbero migliore del mio antico sessantottismo. Nella rivolta libertaria, caotica e per lo più fallimentare, trovo ancora quel nucleo meraviglioso secondo cui le cose non devono nascere per forza dall’imposizione, dall’autoritarismo e dall’obbligo». Una consapevolezza che riduce al minimo le richieste dei padri, cosa di cui i giovani dovrebbero pur apprezzare i vantaggi. Il minimo richiesto è il decoro domestico (il cesso pulito, l’accortezza di spegnere ogni tanto qualche lampada, lo sputo di dentifricio non lasciato impresso a futura memoria nel lavandino…), ma anche qualcosa che ha a che fare con l’etica: «cercare un equilibrio decente tra la propria porca presenza al mondo e la porca presenza degli altri». La domanda inevitabile è: autobiografia? «Il figlio del libro è la somma di tanti ragazzi, figli miei e non miei con cui convivo, ma anche figli di amici e conoscenti. Devo dire che i miei figli hanno letto e apprezzato il libro, ma il tappeto all’ingresso dopo il loro passaggio è sempre una cordigliera delle Ande… Mi aspettavo qualche piccolo cambiamento». Ci ride su, Michele, ovvio: «Però dico sempre che quando ho saputo che mia figlia aveva la passione irresistibile della barca a vela, beh, per me è stato un sollievo gigantesco. Mi sono detto: oh cavolo, esiste una relazione forte tra lei e la bellezza del mondo!».
Si diceva di Vonnegut. Nel libro di Serra c’è anche il suo versante fantascientifico. Pura futurologia apocalittica proiettata nel 2054, anno di una Grande Guerra Finale tra l’esercito incarognito e potente dei Vecchi e l’armata brancaleone dei Giovani, in mezzo a vibrazioni telluriche, campi di battaglia desertificati, bagliori metallici, sopravvissuti arrancanti. Apocalisse solo apparente in realtà, perché, come diceva De Andrè, spesso «dal letame nascono i fior». E dai frammenti sgorga la narrazione: è come se dai frantumi iniziali del racconto, perfettamente simmetrici al rapporto sbriciolato tra padre e figlio, si riuscisse finalmente a comporre una trama compatta e coerente. «Intendiamoci, il padre del libro sarà pure nevrastenico, umorale, imbecille, mollaccione, ma è un padre tifoso, che non conosce indifferenza. Il pericolo di un racconto dalla parte dei padri è la generalizzazione sociologica. Ci sono lettori che mi chiedono le royalties dicendomi: “come fa a conoscere così bene mio figlio Ugo?”. È ovvio che il successo del libro aumenta questo pericolo». Già, primo in classifica, mica uno scherzo. Il sorpasso su Fabio Volo è avvenuto nei giorni scorsi.

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