Un romanzo, una canzone: “Over the rainbow”

Over the Rainbow (anche nota con il titolo Somewhere Over the Rainbow) è una canzone scritta da Harold Arlen con testi di E.Y. Harburg. La versione originale è cantata da Judy Garland per il film Il mago di Oz del 1939. LEGGI TUTTO…

Aldo Grasso, Fenoglio: il mago di Oz ai tempi della Resistenza.”Una questione privata”: amore e lotta partigiana al ritmo della canzone di Judy Garland, “Corriere della Sera”, 6 ottobre 2003

«Ma un giorno, erano soli, Fulvia caricò il fonografo con le sue mani e mise Over the Rainbow, “Avanti, balla con me”. Lui aveva detto, forse aveva gridato di no. “Devi imparare , assolutamente. Con me, per me. Avanti”. “Non voglio imparare… con te”. Ma già lo teneva, lo spostava nello spazio libero e spostandolo ballava. “No!” protestò lui, ma era così sconvolto che non riusciva nemmeno a tentare di divincolarsi. “E soprattutto non con quella canzone!” Ma lei non lo lasciava e lui dovette badare a non inciampare e rovinarle addosso».
Una questione privata (pubblicata postuma da Garzanti nel 1963 con altri racconti sotto il titolo Un giorno di fuoco) è una bellissima storia d’amore, una delle più intense della narrativa del Novecento. Come tutte le grandi storie d’amore è di una semplicità disarmante: nel corso della lotta partigiana, Milton, studente universitario di Alba, è perdutamente innamorato di Fulvia, una ricca ragazza sfollata nelle Langhe per sfuggire ai bombardamenti di Torino. Timido, impacciato nei modi, convinto di non essere bello, la pelle spessa e pallidissima, Milton la corteggia scrivendole lettere appassionate, traducendo per lei brani e versi dall’inglese, coinvolgendola in discorsi «seri». Lei è attratta da quel ragazzo così diverso dagli altri e ha gioco facile nel simboleggiargli l’altrove: la città, la modernità dei costumi, persino l’America. La loro canzone è Over the Rainbow, interpretata da Judy Garland e tratta dal Mago di Oz (1939). Ed è proprio questa hit – il film di Victor Fleming sarebbe uscito in Italia solo dopo la guerra – a ribaltare i piani, a disgregare lentamente il manto di retorica sulla Resistenza, a esaltare un’avventura esistenziale.

Chi era Fulvia?

Massimo Novelli, L’altra FulviaLa Repubblica,  10 ottobre 2013

«Doveva essere il 1960, tutt’al più il 1961, quando mia mamma Gigliola andò ad Alba a trovare i nonni. Era sposata, noi figli eravamo già nati. Nella città delle Langhe, proprio davanti al portone della loro casa, in via Roma 14, incontrò Beppe Fenoglio. Si salutarono. Poi lui le disse: “Gigliola, ho scritto un romanzo ispirandomi a te, tu sei la protagonista di un romanzo che ho scritto”». A raccontare è Corrado Franco, regista cinematografico, figlio di Gigliola Carusi Franco, poetessa, giornalista, autrice di teatro e insegnante, morta a 88 anni a Torino nel febbraio scorso, lo stesso mese in cui, nel 1963, morì Fenoglio. Scomparsa la madre, della quale ha pubblicato i versi nel 2011 facendosi editore in proprio per quel solo libro, Non sono poesie, e venuto meno il suo desiderio di non divulgare i “segreti” che la legavano allo scrittore, Corrado rompe il riserbo. Adesso li può svelare.
Gigliola era la Fulvia di Una questione privata. L’altra Fulvia almeno, perché nel personaggio del libro si è identificata anche la signora Benedetta “Mimma” Ferrero, che vive a Roma da molto tempo. Nel romanzo, uscito postumo nel 1963, è narrata la storia dell’amore del partigiano Milton, lo stesso Fenoglio, per una ragazza chiamata Fulvia. Ma, al centro della vicenda, c’è soprattutto l’ossessione che lacera Milton, il dubbio che lo tormenta: Fulvia e Giorgio Clerici, il suo migliore amico, si sono amati e lo hanno tradito?
Gigliola Carusi Franco non si limitò, spiega il figlio, «a rievocare a me e a mio fratello Antonello, che fa il filosofo, l’innamoramento del giovane Fenoglio per lei. Fece il nome del vero Giorgio Clerici, mai reso noto fino a oggi. Si chiamava Ugo Rabino». Era uno dei giovanotti più affascinanti di Alba, giocava a pallacanestro come Fulvia e Giorgio Clerici nel libro, e come, nella realtà, vi giocava Gigliola. Per qualche tempo, oltretutto, fu partigiano come Fenoglio nella II Divisione Langhe degli autonomi. Gigliola aggiunse un terzo “segreto”. Disse ai figli, pregandoli però di non parlarne con nessuno finché lei fosse stata in vita, che fra lei e Rabino c’era stato davvero un flirt, un “filarino”. Ricorda Franco: «Quando lesse che la signora Benedetta Ferrero s’era identificata in Fulvia, senza tuttavia rivelare l’identità di Giorgio Clerici, mia madre sorrise e mi disse in tono perentorio: “Io sono Fulvia. Sono la sola che conosce la verità. Fulvia e Giorgio Clerici ebberouna relazione? La mia risposta è sì. Neanche Beppe lo sapeva” ».
La madre di Corrado Franco era bella. Rammenta lui: «Era bellissima come le sorelle. Era figlia di Lorenzo Carusi, il primario dell’ospedale San Lazzaro di Alba, un uomo che ha aiutato tanta gente durante l’occupazione tedesca. Aveva conosciuto Fenoglio, più vecchio di due anni, al liceo classico Govone. Mi ha sempre detto che Beppe era stato innamorato di lei e che, per un certo periodo, si erano frequentati, anche se fra loro non c’era stato neppure un bacio».
Eppure, per anni, si è creduto che la bella Fulvia fosse Benedetta Ferrero. La signora, d’altronde, lo ha detto in diverse occasioni. Precisa Corrado Franco: «Non dubito, nel modo più assoluto, che non sia in buona fede. Penso che Fenoglio, come spesso succede agli scrittori, si sia ispirato a entrambe. Resta il fatto che ci sono diverse caratteristiche biografiche del personaggio di Fulvia che corrispondono a mia madre; altre, invece, sembrano appartenere di più a Benedetta». In ogni caso, continua, «mia mamma ascoltava dischi americani con Beppe, e la loro canzone, come nel romanzo, era Over the Rainbow. Lei e Fenoglio facevano lunghe passeggiate in collina e sulla circonvallazione; mia mamma fumava, come Fulvia, ed era come lei una gran divoratrice di libri. Andava a casa di Beppe e lui andava a casa sua. C’è un’ulteriore affinità che li lega. Il giovane Fenoglio, negli anni Quaranta, scrisse La voce nella tempesta, una riduzione teatrale daCime tempestose di Emily Brontë. Ebbene: mia madre preparò una tesi di laurea in quel periodo, in seguito accantonata, su quel romanzo».
Gigliola ha voluto parlare dei suoi “segreti” innocenti in una poesia, composta verosimilmente tra il 2000 e il 2008, e ritrovata dai figli dopo la morte. È dedicata a Fenoglio, si tratta di un dialogo con lui in cui si intrecciano fatti veri, che sono parecchi, e finzione, che è poca. Comincia ricordando quando lui l’aspettava «sotto al portone / alle 6 tutte le sere andavamo a fare la circonvallazione. (…) Tutta Alba diceva che era bruttino / ma io lo trovavo bellissimo. / Mi faceva leggere / ciò che aveva scritto ». Non nasconde, a un certo punto, la loro “questione privata”. È quando scrive: «Lui nel libro l’aveva / ribattezzato Giorgio; ma io / sapevo che era Ugo Rabino ». Fenoglio le chiede: «Non hai nulla da dirmi in proposito? / Mi guardava come se volesse bucarmi l’anima. / “Era vero. Io risposi (non avrei voluto dirglielo). / Tu eri sparito, aggiunsi, senza dirmi nulla. / Ugo era bellissimo, assomigliava ad Errol Flynn. / Andavano ad amoreggiare in uno stallatico, cioè dove / i contadini delle Langhe venivano in Alba lasciando i loro carri». Ricordi e forse rimpianti, nostalgie, di una donna non comune, che non ha mai approfittato in alcun modo di quel legame in vita e in letteratura con Beppe Fenoglio.

I dolori di un giovane partigiano.Amore e guerra visti da Fenoglio
Roberto Galaverni, “Corriere della Sera”,  10 aprile 2015

Un romanzo denso di asprezze, in cui s’intrecciano impegno e sentimenti. Tra le sue fonti d’ispirazione spicca «Cime tempestose» di Emily Brontë

Da quasi trent’anni, quando l’ho incontrata tra le letture non ufficiali dei miei studi universitari e me ne sono innamorato per sempre, ho consigliato con entusiasmo Una questione privata di Beppe Fenoglio a ormai innumerevoli amici o conoscenti. In pratica senza eccezioni, il libro ha suscitato infallibilmente altrettanta sorpresa e entusiasmo. Racconto lungo o romanzo breve che sia, Una questione privata sembra davvero possedere qualcosa d’irresistibile, di magico, vorrei dire. Il fatto è che questo romanzo, d’ora in poi lo chiamerò così, che a mio parere è forse il più bello tra quanti scritti sulla Resistenza (è la grandezza di un altro libro di Fenoglio, Il partigiano Johnny , a rendermi incerto), è in verità un romanzo d’amore, sull’amore. E un amore folle, assurdo, spericolato, cieco, senza mezze misure: quello del giovane e anglofilo partigiano Milton per Fulvia, una ragazza di Torino sfollata ad Alba per evitare i bombardamenti. Un amore che vuole, meglio ancora, che deve vivere — vivere contro la guerra, contro l’orrore, contro le smentite della realtà — per tenere alla lettera tra i vivi un uomo, un ragazzo, che senza di esso quella realtà non potrebbe più attraversarla, quella vita non riuscirebbe più a viverla. Niente di meno. Come resistergli, dunque?
Il fatto è che questo romanzo della Resistenza è per certi versi un romanzo contro la Resistenza. L’assolutezza e la radicalità della questione privata mettono da parte, come ponendola tra parentesi, la questione pubblica e civile, cioè l’impegno nella lotta contro i fascisti. La ricerca della realtà del suo amore per Fulvia, su cui improvvisamente Milton vede gravare qualcosa di più che un oscuro presentimento, è insomma indifferibile, e non ammette, come di fatto non ammetterà, alcuna dilazione o sviamento. Per Milton, ancor più che nella guerra, è infatti qui, nel suo amore, e sottolineo suo, che ne va della vita. Per farsene un’idea bisognerà allora guardare lontano, lì dove Fenoglio aveva appunto guardato: alla letteratura inglese, dunque, e così all’intensità senza ritorno di certi drammi shakespeariani o dei romanzi di Thomas Hardy, come Tess dei D’Urbervilles e Juda l’oscuro , ma anche, più di tutto, del primo dei suoi riferimenti, Cime tempestose di Emily Brontë.
Forse solo Fenoglio poteva permettersi di scrivere una storia così. Scritta all’inizio degli anni Sessanta e pubblicata postuma nel 1963, subito dopo la morte dello scrittore (che era nato ad Alba nel 1922), Una questione privata rappresenta infatti il coronamento di una forsennata impresa di scrittura dedicata al tema della Resistenza e del partigiano, un lavoro che Fenoglio tra un fortissimo senso di realtà e sogni e ideali almeno altrettanto forti, la fatica della scrittura, i progetti naufragati, le delusioni editoriali e soprattutto le mille e mille e mille sigarette, aveva condotto come in trance , o piuttosto come in apnea, a partire almeno dalla fine della guerra. Malgrado tutti e malgrado tutto. Come qualcuno che sempre e ancora resiste; come uno scrittore-partigiano, appunto. E partigiano Fenoglio lo era stato e non dell’ultima ora.
E ancora partigiana o comunque di resistenza è tutta quanta la sua opera, anche quella parte legata non alla guerra, ma alla civiltà contadina delle Langhe, dove di guerra e di resistenza per la vita sempre e comunque si tratta. Dunque non c’erano dubbi per lui riguardo alla legittimità della propria operazione. Sapeva come pochi chi e quale fosse il nemico (lo ricordo per inciso, ma, proprio come Pavese, anche Fenoglio già alla fine degli anni Quaranta parla della Resistenza come guerra civile) e, di conseguenza, quale indubitabilmente fosse, come si dice nel Partigiano Johnny , la parte giusta («the right side», in inglese nel testo).
Eppure Una questione privata è intriso fino al midollo della Resistenza, con una violenza, una durezza, una ferocia, un buio, che è difficile riscontrare altrove e che solo il prodigioso senso del ritmo della narrazione, in sintonia col passo di Milton che cammina e cammina sulle colline, permette di attraversare. Fenoglio stesso aveva parlato della sua volontà di collocare la ricerca amorosa «nel fitto» della guerra civile. E infatti questione privata e questione pubblica risultano qui più che strettamente intrecciate, illuminandosi per contrasto e come per reciproca dismisura. Calvino, che aveva qualcosa da farsi perdonare da Fenoglio dal punto di vista editoriale, nel dare giustamente credito all’eccezionalità di Una questione privata , lo paragonò ai romanzi amorosi e cavallereschi come l’ Orlando furioso . Ma non è così. Si tratta infatti di un romanzo che va alla radice, che cerca sì, ma per trovare qualcosa d’essenziale e d’irrinunciabile; di un romanzo salvifico. Il romanzo, dunque, della Resistenza storica, ma anche, e sempre, della resistenza (stavolta con la minuscola) esistenziale e metafisica, della resistenza come modo di essere, della resistenza come vita.

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