Prima prova 2013

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MARCO LODOLI, Quei temi troppo belli per gli esami di maturità, “La Repubblica”, 20 giugno 2013

UNA vera prova di maturità, un vero confronto con le paure e le speranze di una giovinezza che sta per lasciare il porto quasi sicuro della scuola e avventurarsi nel mare aperto e tempestoso della vita adulta: così mi suonano queste tracce su cui i nostri diciottenni hanno dovuto ragionare. Di sicuro sono serviti i testi scolastici, la preparazione di migliaia di ore passate in un banco, le lezioni appassionanti o un po’ noiose degli insegnanti, ma stavolta mi sembra che ai candidati sia stato chiesto uno scatto di personalità, la dimostrazione di non essere stati assenti o distratti mentre il mondo, in questi anni, in questi mesi, produceva i suoi problemi e le sue contraddittorie soluzioni. Bisogna aver studiato, ma bisogna anche aver letto i giornali, le riviste, aver navigato sui siti di informazione, aver discusso e litigato con gli amici, aver sentito crescere una nuova consapevolezza. Bisogna aver sentito che la giovinezza è pronta a caricarsi di qualche responsabilità, che è finita la lunga epoca della spensieratezza totale.
La letteratura ci spiega che la vita è un viaggio, e che è necessario essere pronti per affrontarlo con gli strumenti e i sentimenti migliori: Claudio Magris, grande conoscitore della letteratura mitteleuropea, invita a comprendere che ogni scrittore è anche un pellegrino, che ogni libro importante è un’avventura conoscitiva, un viaggio verso l’ignoto. La vita non è un villaggio- vacanze, un posto dove tutto è già preordinato per organizzare al meglio la distrazione: è un percorso accidentato, con molte salite e molti imprevisti. Omero, Dante, Cervantes, Melville, Collodi, tanti grandissimi scrittori hanno raccontato questa avventura esistenziale, ognuno a modo suo ha rinnovato la meravigliosa metafora del viaggio fuori e dentro di sé. Insomma, la letteratura non è un giardinetto fiorito, ma un percorso che sale e abbraccia sempre più mondo, un invito a partire, a seguire la propria prua.
Ma anche il tema sul rapporto tra l’individuo e la società di massa mi appare ben pensato. Ogni ragazzo percepisce il rischio dell’annichilimento dei propri talenti, dello scioglimento della propria unicità nell’indistinto di un gregge protettivo e infelice. È uno degli argomenti che più viene dibattuto nell’adolescenza, perché la paura della solitudine è pareggiata dal timore di non essere niente, solo un numero in una statistica, solo un corpo che vaga in un centro commerciale. La pressione del consumismo, delle mode, dell’impersonalità è avvertita a volte come una protezione e a volte come una minaccia, comunque come una questione decisiva con cui confrontarsi.
E naturalmente anche il tema del mercato e della democrazia tocca nervi scoperti: ogni ragazzo ormai sa che l’economia neoliberista lo scaraventerà prestissimo in mezzo a una spaventosa compravendita di qualità. Sa che anche la democrazia china il capo davanti all’onnipotenza del mercato, che gli Stati sembrano subire quelle regole feroci. C’è molto da ragionare sul rapporto difficile tra libertà e produzione, tra speranze individuali e brutalità finanziarie, tra vita e performance. Però, ripeto, bisogna aver letto qualcosa in più rispetto alle belle antologie scolastiche, bisogna dimostrare di aver tenuto gli occhi aperti e la mente attenta alle trasformazioni veloci degli ultimi anni. Non è scontato che in classe si sia affrontata l’impetuosa crescita delle economie emergenti e il declino altrettanto rapido delle nostre economie europee, basate fino a ieri sulla difesa dei diritti dei lavoratori e oggi costrette a rivedere crudelmente tutti i propri principi.
Insomma, tanti argomenti di bruciante attualità, tante proposte stimolanti. Speriamo che i nostri ragazzi in quest’ultimo periodo abbiano non solo studiato a fondo i programmi, ma abbiano anche allungato lo sguardo fuori dalle finestre della scuola, su un paesaggio che rassicura poco, in tumultuosa metamorfosi, nel quale già da domani dovranno cominciare a camminare.

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COMMENTO DELLA PRIMA TRACCIA

PAOLO DI STEFANO, Un invito a rovesciare i luoghi comuni,  “Corriere della Sera”, 20 giugno 2013

Bella scelta, in un tempo in cui la geografia prevale nettamente sulla storia, il viaggiare (fisico) è all’ordine del giorno, facilitato dalla tecnologia, dalla globalizzazione e dai voli low cost. 

Lo stile della pagina è estremamente piano. In fondo rispecchia in superficie la profondità dell’argomento: la paratassi prevalente demarca piccole e grandi frontiere (una virgola, un punto e virgola, i due punti, un punto, un trattino) tra una frase e l’altra, ma insieme le unisce, come fossero confini geografici. I segni interpuntivi sono solchi e insieme nessi. Gli infiniti (“oltrepassare frontiere; anche amarle… saperle flessibili…”) e lo stile nominale aumentano la semplicità del dettato e insieme la sua secchezza inquieta. L’ultimo periodo è il più complesso, con diversi gerundi che si inseguono in modo circolare, come circolare è il movimento del pensiero (il perdersi per ritrovarsi). L’immagine più eloquente è quella della frontiera come corpo umano: il senso della sua caducità. La frontiera è per definizione un’entità dialettica: separa e unisce, ostacola e permette il passaggio, distingue e assimila. Il viaggio capovolge il rapporto tra il noto e l’ignoto (molto bello il passo su Marisa Madieri). Il testo di Magris, nel suo andamento così confidenziale, invita a rovesciare i preconcetti, i pregiudizi e i luoghi comuni: ciò che sembrava familiare diventa misterioso e viceversa, ciò che sulle prime ci appariva diverso ci assomiglia. Il viaggio come conoscenza avvicina ciò che sembrava lontano e allontana (dallo sguardo) quel che era troppo vicino per potersene fare un’idea esatta.

Benevolenza per se stessi e piacere del mondo potrebbero anche coincidere: in una sorta di armonia tra interno e esterno, tra un sé ritrovato nel viaggio e il mondo. Rendersi permeabili agli altri per trovarne la disponibilità. Sottolineerei i verbi “mescolarsi” e “transitare”, che potenziano l’idea del viaggio come offerta di sé e conoscenza. Già in «Danubio» si mette in gioco l’idea di viaggio quale momento insostituibile di incrocio tra geografia e storia, tra armonie e disarmonie del tempo e dello spazio, tra individuo e collettività. Da notare come, anche qui, la storia ritrovi, nel suo contatto con gli spazi (dunque nel viaggio), una dimensione estremamente familiare e ravvicinata. Un’utile occasione di riflessione per una cultura, come la nostra, che tende a trascurare la diacronia a vantaggio di un eterno e fluido presente senza fine.

TIPOLOGIA B. 1. ARGOMENTO ARTISTICO-LETTERARIO

Marilyn trasfigurata, i Calciatori e il quiz Quando l’arte si misura con i media, di  VINCENZO TRIONE*

Finalmente, verrebbe da dire. Una traccia attuale, che invita a riflettere su un ampio territorio dell’arte contemporanea, impegnato, sin dai primi anni Sessanta, a individuare connessioni – spesso problematiche e conflittuali – tra avanguardia e comunicazione di massa, tra ricerca sperimentale e media, tra momento elitario e collettività, tra individuo e società. In particolare, si chiede agli studenti di interrogarsi sulle analogie e sulle differenze che collegano personalità ed esperienze piuttosto diverse. Uno dei protagonisti del realismo post-cubista: Renato Guttuso. Il padre della Pop Art statunitense: Andy Warhol. E – a sorpresa – un leggendario programma televisivo, «Lascia o raddoppia?», trasmesso dalla Fiera di Milano e condotto da Mike Bongiorno (dal 1955 al 1959).

Innanzitutto, occorre muovere dal tema che accomuna Guttuso e Warhol: ed è proprio il dialogo con i media. Pur con accenti differenti, entrambi sono, per richiamarci a una categoria cara a Umberto Eco, «integrati»: offrono risposte ottimistiche, assecondando le domande e le pressioni della loro età. Nelle loro opere, acquisiscono vari motivi del presente: li assumono nelle maglie del loro linguaggio, e li riscattano da ogni impersonalità. Intendono il loro lavoro come uno strumento atto a ridefinire completamente il ruolo e la funzione delle arti nella società. Vogliono stabilire un confronto tra sensibilità poetica e cronaca. Convinti che non esistano più verità assolute da esprimere, vivono la loro epoca in tutte le sue contraddizioni. Si propongono come «mediatori». Operano, cioè, «con» e «come» i media: mettono in contatto elementi diversi, costruendo reti di relazioni e di opportunità, in un fecondo dialogo aperto con il loro ambiente e con il loro tempo. Essi, per riferirci a una suggestione dell’Italo Calvino de Le città invisibili, accettano l’inferno, diventandone parte, «fino al punto di non vederlo più».

Guttuso 'Calciatori', 1965Guttuso ‘Calciatori’, 1965

Si pensi al Guttuso che ritrae un’azione calcistica, in Calciatori del 1965. Un soggetto spesso frequentato dai pittori: da Boccioni a de Stael. Evidenti i riferimenti alla Danza di Matisse. Una sinfonia di maglie. Una partita. Ma anche un catalogo di gesti e di prodezze atletiche. Un poema sportivo, fatto di frammenti. Un’epica moderna, in cui i corpi vengono trasformati in masse di colori. Un mosaico, dove le anatomie tendono a sfigurarsi.

E si pensi a Warhol, la cui Marilyn del 1967 rielabora uno scatto di Gene Korman, sul set di Niagara. Vi appare la diva, solenne e, insieme, maliziosa: i capelli biondi, la bocca carnosa e rossa, l’abito scollato, gli orecchini luccicanti. Il corpo sembra sporgersi leggermente in avanti, verso l’obiettivo. Warhol utilizza quella fotografia, e la modifica.

Andy Warhol, 'Marilyn', 1967Andy Warhol, ‘Marilyn’, 1967

Da rettangolare la rende quadrangolare. Cambia l’inquadratura: con un gesto freddo e asettico, si concentra solo sul viso. Elimina il décolté: cancella ogni distrazione erotica. Congela il glamour in uno stereotipo. Omette ciò che, nella realtà, occupa spazio e trasuda odore, sudore. Trasforma, come ha scritto John Updike, Marilyn in una «maschera tinta e ritinta, nel vistoso e triste teschio che rimane quando è vista senza desiderio». Evoca la morte, che corrode il trucco. Si porta oltre il bianco e il nero. Sperimenta una sorta di technicolor molto carico, utilizzando colori accesi e contrastati: una scelta che, come confesserà lo stesso artista, deriva dalla scoperta degli effetti di un televisore fuori sintonia. Infine, replica la medesima icona in quattro frames, in diverse variazioni cromatiche. Ma dov’è Marilyn? Non c’è più la star, non c’è più il mito. Warhol oscilla tra due piani: da un lato, vuole celebrare il fascino; dall’altro lato, rinvia continuamente a una dimensione tragica. Dipinge il viso dell’attrice come se fosse quello di una santa, su uno sfondo luminosissimo, addirittura abbacinante. Sulle orme di antiche suggestioni bizantine, ci presenta, secondo Arthur Danto, «santa Marilyn dei Dolori».

La traccia proposta dal Ministero ha il merito di suggerire un percorso tra linguaggi poco contigui. Indica una strada che conduce da uno degli ultimi corifei della pittura e della tradizione come Guttuso al profeta del superamento della manualità, in vista di una disinibita «riproducibilità tecnica» a oltranza, come Warhol. Il quale è stato anche tra i primi ad aver colto il ruolo omologante e pervasivo della televisione. Quel potere che, in Italia, raggiunge la sua vetta proprio con «Lascia o raddoppia?». Un quiz show di stampo americano, che riesce a entrare nelle case degli italiani, costringendoli a casa per una sera ogni settimana. Un programma che, al di là della sua innegabile dimensione «popolare», accoglie molte presenze culturali. Tra gli autori, vanta personalità come Eco e Leydi. Tra i concorrenti, musicisti come John Cage e storici dell’arte come Filiberto Menna. Dunque, non una semplice trasmissione. Ma un luogo che affascina tanti intellettuali: li spinge a ragionare sull’importanza «civile»dei media. Secondo alcuni, addirittura uno spazio con straordinarie potenzialità estetiche.

Di queste potenzialità si era fatto lucido e visionario interprete uno tra i nostri artisti più sofisticati e, insieme, più segretamente «mediatici»: Lucio Fontana. Autore, nel 1952, di un anticipatore Manifesto del movimento spaziale per la televisione. Originale riflessione sul rapporto tra arte e società. Vi si sostiene, tra l’altro: «Noi spaziali trasmettiamo, per la prima volta nel mondo, attraverso la televisione, le nostre nuove forme d’arte, basate sui concetti dello spazio, viso sotto un duplice aspetto: il primo, quello degli spazi, una volta considerati misteriosi ed ormai noti e sondati, e quindi da noti e sondati, e quindi da noi usati come materia plastica; il secondo, quello degli spazi ancora ignoti nel cosmo, che vogliamo affrontare come dati di intuizione e di mistero, dati tipici dell’arte come divinazione. La televisione è per noi un mezzo che attendevamo come integrativo dei nostri concetti».

In fondo, è proprio qui la profezia di un’arte che, lungi dal contrapporsi alla società o dall’adeguarsi ai suoi riti effimeri, sappia diventarne parte. Fino a determinare una (possibile) estetizzazione dei media.

Università Iulm, vicepreside facoltà di arti, turismo e mercati

COMMENTO ALLA PRIMA PROVA: TIPOLOGIA B.2 -AMBITO SOCIO ECONOMICO

COMMENTO ALLA PRIMA PROVA: TIPOLOGIA B.3 – AMBITO STORICO-POLITICO

COMMENTO ALLA PRIMA PROVA: TIPOLOGIA B.4 – AMBITO TECNICO-SCIENTIFICO

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