Boccaccio e l’amore

PER APPROFONDIRE

La  letteratura nell’arte. Botticelli rappresenta la novella di Nastagio degli Onesti: F.  Poletti, Botticelli narratore.

R. Luperini, Amore, rapporto fra sessi e centralità della figura femminile in Boccaccio, Palumbo, 2006

All’amore è ispirata la maggior parte delle novelle del Decameron. Tre intere giornate (III, IV e V) sono dedicate a questo tema. L’associazione delle donne all’amore è esplicita fin dall’inizio, come è esplicita la volontà dell’autore di mettersi dalla loro parte. Le donne che amano costituiscono il pubblico privilegiato a cui si rivolge direttamente l’autore nell’introduzione (cfr. Proemio). Nell’autodifesa Boccaccio ribadisce di voler rimanere fedele alle donne, cioè alla tematica amorosa: le Muse sono donne, non più intermediarie tra l’uomo e Dio, ma tra lo scrittore e la poesia.
Le premesse teoriche di tale scelta sono enunciate sempre nell’Introduzione alla IV giornata: «gli altri e io che vi amiamo naturalmente operiamo; alle cui leggi, cioè della natura, voler contrastare troppo grandi forze bisognano, e spesse volte non solamente invano, ma con grandissimo danno del praticante si adoperano». La novella delle papere conferma questa idea dell’amore come forza irresistibile della natura. Il richiamo alla natura come fondamento dell’amore era già in Andrea Cappellano, ma Boccaccio ne sviluppa spregiudicatamente l’aspetto naturalistico: la natura diventa un concetto chiave che legittima la forza e la libertà dell’amore in tutte le sue forme sia contro la repressione religiosa e familiare, sia contro ogni astratta idealizzazione. L’amore è inoltre un bene e un valore in sé, a prescindere dagli effetti virtuosi di elevazione morale attribuitigli dalla concezione cortese e stilnovistica. Non esiste nel Decameron il conflitto tra spiritualità e sensualità, che è invece presente nella cultura del Trecento e diventa drammatico in Petrarca. Quest’idea dell’amore comporta una particolare valorizzazione del ruolo della donna e del rapporto tra i sessi. Proprio l’eros e la sessualità femminile, tradizionalmente repressi e condannati, sono rivalutati con grande spregiudicatezza da Boccaccio, fino a capovolgere i luoghi comuni della polemica misogina (dall’insaziabilità sessuale all’infedeltà e all’adulterio delle donne). Dal piano più elementare del puro istinto sessuale a quello più elevato della partecipazione passionale, l’amore non esiste senza il coinvolgimento del corpo. Lo stesso tema del suicidio, in genere estraneo alla tradizione cortese, allude all’impossibilità della sopravvivenza fisica senza l’amato. Così concepito, come fondamento biologico e istintuale della vita, esso sfugge ad ogni giudizio morale e ha comunque una sua legittimità. […]
Cade inoltre nel Decameron ogni distinzione tra amore onesto e amore per diletto: solo l’amore mercenario è condannato. Basti considerare l’atteggiamento di Boccaccio verso l’adulterio delle donne. La simpatia dell’autore è per monna Sismonda (VII, 8) che applica il suo ingegno a tradire il marito perché «sì come i mercatanti fanno andava molto da torno e poco con lei dimorava». Alatiel passa nel giro di quattro anni tra le mani di otto uomini e poi «restituita al padre per pulcella» va finalmente sposa al re del Garbo: Alatiel, priva di parola, semplice corpo la cui passività e disponibilità sono riscattate dal piacere della sua partecipazione erotica, diventa un puro simbolo della fascinazione sensuale irresistibile e fatale (II, 7). […] È monna Filippa (VI, 7) ad esprimere nel modo più radicale le ragioni delle donne difendendo l’adulterio, davanti al tribunale di Prato, come diritto alla piena soddisfazione erotica e alla libertà di disporre del proprio corpo: anzi essa giunge a contestare la validità della legge che condannava a morte la donna adultera perché fatta dagli uomini contro le donne e senza il loro consenso.
L’amore fa sentire la sua forza anche nei conventi (cfr. La novella della badessa e le brache), né c’è da meravigliarsene: «assai sono di quegli uomini e di quelle femmine che sì sono stolti, che credono troppo bene che, come a una giovane è sopra il capo posta la benda bianca e indosso messole la nera cocolla, che ella più non sia femina né più senta dei femminili appetiti se non come se di pietra l’avesse fatta divenire il farla monaca». Anche i contadini sono capaci di amore: in fatti si ingannano quelli che credono «che la zappa e la vanga e le grosse vivande e i disagi tolgano del tutto ai lavoratori della terra i concupiscibili appetiti e rendan loro d’intelletto e d’avedimento grossissimi» (III, 1).
Con ciò il Boccaccio supera decisamente i limiti della concezione cortese dell’amore: l’amore diventa una forza eversiva che tende a una potenziale democrazia tra i sessi e tra i diversi ceti sociali. Tuttavia, pur attraversando le barriere sociali, l’istinto erotico non arriva a mettere in discussione l’ordine borghese, ma solo i suoi aspetti autoritari e repressivi: la soluzione è l’integrazione sociale (cfr.  a novella di Federigo degli Alberighi) o la rinuncia (cfr.  la novella dello stalliere del re Agilulfo). Così, pur legittimando l’adulterio, Boccaccio non va contro il matrimonio: l’amore spesso si conclude borghesemente con il matrimonio anche nelle novelle d’ambiente cortese, come in quella di Federigo degli Alberighi. In Boccaccio le donne per la prima volta nella nostra letteratura acquistano dignità di personaggi e una pluralità di esistenze concrete e differenziate secondo l’appartenenza ai vari ceti sociali. La donna non solo è oggetto, ma anche soggetto di desiderio, né ha timore di esprimere i propri desideri erotici: è lei, da Fiammetta (in L’elegia di Madonna Fiammetta) a Ghismunda, a prendere spesso l’iniziativa amorosa.
La donna infine parla: secolarmente esclusa dall’uso pubblico della parola, essa, almeno una volta, con monna Filippa (VI, 7), se ne appropria e, in tribunale, davanti a un pubblico maschile difende vittoriosamente i diritti delle donne non solo all’amore, ma anche a fare le leggi. Anche monna Bartolomea tiene testa al marito giudice e Ghismunda al padre. Non è così per l’umile Simona, che paga con la vita la sua inca pacità di farsi capire dai giudici (IV, 7) o per Lisabetta da Messina, costretta al silenzio dal dispotismo fraterno (cfr. la novella di Llisabetta da Messina). La donna è anche capace di coraggio, dà prova di ingegno e di virtù, ma la sfera della sua azione è sempre ed esclusivamente limitata all’ambito erotico. Anche in un personaggio come quello di Giletta di Narbona, indubbiamente dotata di virtù maschili (conosce l’arte medica, sa amministrare le terre, viaggia da sola a cavallo alla ricerca dell’amato), il movente delle azioni è l’amore (III, 9). Appare in Boccaccio la consapevolezza di quanto questo ruolo esclusivamente erotico, considerato un dato naturale («a questo siam nate») condanni la donna alla marginalità sociale; legata al sesso e alla maternità la donna è amata finché giovane e bella, ma poi è considerata buona a nulla. «Degli uomini non avviene così: essi nascono buoni a mille cose, non pure a questa, e la maggior parte sono da molto più vecchi che giovani» (V, 10). Ma questa interessante osservazione resta senza sviluppi ulteriori. Anche nel l’Introduzione al Decameron l’autore mostra una particolare attenzione alle condizioni di inferiorità e di costrizione familiare in cui vivono le donne agiate, pure loro subordinate all’autorità dei padri, dei mariti, dei fratelli, spesso rappresentati nelle novelle in ruoli oppressivi e crudeli.
La donna del Decameron non è più la donna-angelo: è la donna borghese, che unisce la naturalità del popolo alla nobiltà d’animo cortese, l’amore all’intelligenza e all’ingegno. Il modello più alto è Ghismunda, in cui Boccaccio cerca di affermare polemicamente un nuovo positivo ruolo femminile: Ghismunda trasgredisce insieme l’autorità del padre e del principe, contrapponendo al genitore, incline a seguire più la «volgare opinione che la verità», un ideale di vita basato su valori nuovi, sulla libertà dei sensi e dell’intelletto. Certo la fine tragica, o comunque la sconfitta delle eroine dell’amore (significativa è a questo proposito anche la vicenda della protagonista dell’Elegia di Madonna Fiammetta), mettono in luce il limite storico cui è destinata a scontrarsi l’iniziativa femminile. La ribellione consapevole di Ghismunda o la scelta amorosa di Ellisabetta o di Fiammetta si scontrano con una condizione storica inesorabile in cui la donna è condannata alla passività e a subire, comunque, l’iniziativa maschile. Il Decameron si chiude con l’esempio di Griselda (simbolo di una femminilità agli antipodi di quella di Ghismunda e in contrasto con quella delle altre figure femminili dell’opera) totalmente passiva e sottomessa alla «matta bestialità» della sopraffazione maschile. Ma anche qui lo stravolgimento e la disumanizzazione dei rapporti personali e familiari sono talmente esasperati da conferire all’atteggiamento di Griselda il valore di un’alternativa morale.
La posizione di Boccaccio, dopo il Decameron, cambia bruscamente: l’abbandono della tematica ero tica segna nel Corbaccio il rifiuto e la negazione della donna e una violenta ripresa di temi misogini. Questo mutamento è stato spiegato come un cambiamento di poetica. Tuttavia è anche un segno della precarietà di tale apertura al mondo femminile. Anche nel Decameron, infatti, la figura della donna per un verso dipende dalla proiezione dell’eros maschile, per un altro è mero veicolo di una ideologia letteraria. La concezione aperta e spregiudicata della vita che si afferma nel Decameron permette al Boccaccio la rappresentazione di una fenomenologia amorosa estremamente varia e viva, in cui la donna gioca un ruolo importante; ma, caduto l’interesse per l’eros e per la poetica che ad esso si ispirava, la donna, il corpo, il sesso diventano di nuovo una forza negativa da esorcizzare e condannare.

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