La privacy è (quasi) un’utopia

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Helen Nissenbaum, la«filosofa di Obama»,spiega come si tutelano i diritti dei netizen: sbagliato fare guerra alle aziende

«Online c’è un enorme flusso di dati, personali e commerciali. Fermarli è impossibile: servono regole per un nuovo codice»

 

Quando l’amministrazione di Barack Obama ha deciso di inserire la tutela della privacy dei cittadini in agenda, ha avviato una caccia alle migliori menti al lavoro sul tema. E ha trovato lei: Helen Nissenbaum, filosofa dell’informazione, a capo dell’Istituto di Information Law della New York University. A dettare la linea guida del «Bill of Rights», il regolamento che fissa i principi-base per la tutela dei netizen, è stata proprio la filosofa americana.

Dietro la sua scrivania della Nyu, Nissenbaum — capelli cortissimi, sguardo fermo — ha l’aria dell’insegnante che tutti avremmo voluto incontrare: alla mano ma rigorosa, all’avanguardia ma con ingombranti studi classici, visionaria e allo stesso tempo severa. Il suo pc è a prova di tracciamento: la docente ha installato Ghostery, il software che consente di vedere con quali aziende i siti commerciano i dati degli utenti. Alcuni esempi? Twitter vende — con finalità statistiche — informazioni sulla navigazione dei suoi lettori a Google Analytics; il sito della University of California di Los Angeles a tre aziende diverse; quello della catena di supermercati Walmart a cinque.

Lei ha partecipato alla stesura della «carta dei diritti» dell’amministrazione Obama, che sancisce la tutela della privacy dei cittadini tra le priorità dell’agenda di governo. Nello stesso periodo la squadra tecnologica del presidente effettuava la più grande operazione di data-mining (estrazione e analisi dei dati sugli utenti) della storia, per convincere gli elettori a rieleggere Obama. Non sente una contraddizione nell’operato del presidente?
«Ho trovato disgustosa l’operazione di Obama. Da americana che ha avuto l’onore di lavorare per la sua amministrazione, mi sono vergognata di quello che hanno fatto. Hanno preso in giro gli elettori usando trucchi da prestigiatori per ottenere informazioni su di loro e si sono nascosti dietro alla volontarietà, dicendo che la maggior parte degli utenti sapeva di rilasciare dati personali. Vede, se io dico “mangiare” so esattamente cosa significa e dove andrà a finire il cibo. Ma se io acconsento a “fornire i dati”, non ho la minima idea di che fine faranno quelle informazioni. Sono operazioni come queste che mi spaventano, molto di più di quelle commerciali. Tanti miei colleghi giustificano il progetto con la scusa della “causa nobile”, la rielezione di Obama, ma commettono un errore colossale».

Come si possono rendere i cittadini più consapevoli dei loro rischi?
«Non bisogna porre la questione in astratto. Anche la parola privacy è sbagliata perché sembra un’entità misteriosa. Quando Facebook ha lanciato il referendum per cambiare le impostazioni non ne ha mostrato le conseguenze pratiche. Così gli iscritti, pensando a modifiche “tecniche”,non hanno votato. Adesso però c’è un altro punto in gioco: dimostrare che la rinuncia alla privacy non è la moneta di scambio per la gratuità dei contenuti online né tanto meno per la vittoria di Obama. Si possono avere entrambi».

Cominciamo dunque dal principio: cosa si intende per privacy?
«Per troppo tempo il diritto alla privacy si è giocato all’interno di due definizioni: la segretezza e il controllo delle proprie informazioni personali. Entrambe si sono rivelate sbagliate: il diritto alla privacy implica che il flusso di dati sul nostro conto sia appropriato. La questione nasce con la tecnologia: dagli anni Sessanta — con l’introduzione di video, computer, telecamere — si discute di come conciliare sorveglianza e intimità dei cittadini. Non c’è dubbio che la Rete abbia portato a uno stravolgimento, rendendo disponibile una quantità enorme di dati, impossibile da controllare».

Perché non ha senso parlare di «privacy online»?
«La nostra attività online è integrata con quella offline e riflette l’eterogeneità della nostra vita sociale. Proprio da questo presupposto nasce la teoria “dell’integrità contestuale” basata sull’idea che nella società dell’informazione non esiste una sfera privata e una pubblica, ma una pluralità di spazi, ciascuno con le sue regole. Un flusso appropriato di informazioni dipende, dunque, dal contesto sociale, dal tipo di informazione, da chi la riceve e dai limiti a cui è sottoposta. In un negozio la relazione (consumatore-venditore) e le dinamiche sono chiare: non è il consumatore che decide il prezzo e certo non può uscire senza pagare. Il successo dell’operazione dipende dal fatto di possedere denaro e di spenderlo. Essere perquisiti in aeroporto non lede la nostra intimità, a differenza di una perquisizione al supermercato. Su Internet è più difficile stabilire l’appropriatezza del flusso di informazioni».

Perché?
«Anche se volontariamente forniamo dati a Facebook quando ci consente di accedere gratuitamente a un contenuto con un semplice login, non sappiamo che fine faranno quelle informazioni. In un contesto di Big Data la volontarietà si perde: il flusso è talmente ampio che finisce per andare anche in direzioni inaspettate».

Ritiene inadeguati gli approcci teorici e normativi che fino a oggi hanno dominato il tema della privacy?
«Di base il modello con cui è stato affrontato il tema della privacy è quello della notifica-consenso. Si è pensato che la soluzione fosse chiedere alle aziende di rendere evidenti le opzioni sulla navigazione online dei cittadini, lasciando a loro la scelta. Ma questo approccio ha due problemi di fondo: il primo è che in un contesto enorme di dati è impossibile per chiunque avere piena padronanza del processo. La trasparenza è un’utopia…

In secondo luogo, implica pensare alla privacy solo in termini di business. Che è solo una parte del problema. Mi spiego: la pubblicità comportamentale, quella disegnata sulle nostre abitudini di navigazione online, è un piccolissimo prodotto del commercio di dati. E non è detto che sia unmale. Mi preoccupano molto di più quelle informazioni che possono portare a casi di discriminazione».

Per esempio?
«Che i dati sulla mia situazione professionale, personale, bancaria possano spingere qualcuno a non darmi un impiego o a non affittarmi una casa. Il punto è che queste situazioni non vanno regolate creando una legge ad hoc per Internet, che andrebbe solo a definire una piccolissima parte del sistema. Faccio un esempio: la tutela dei dati finanziari deve rientrare nei regolamenti emanati dalla Federal Reserve, come le discriminazioni tramite web di qualsiasi tipo devono essere vietate da leggi sui diritti civili. L’idea di una “privacy online” rischia di creare un leggero miglioramento nella libertà di navigazione del consumatore ma non la rivoluzione auspicabile».

Gli Stati Uniti e l’Unione Europa, spesso in maniera conflittuale, stanno lavorando sul tema. Lei ha contribuito alla stesura del «Bill of Rights», un vademecum per i diritti di cittadini che puntualizza alcuni principi base per la tutela della privacy (rispetto per il contesto, precisione, focalizzazione). Mentre l’obiettivo della Ue è forzare le aziende a tutelare di più gli utenti.
«L’Europa vede la tecnologia sotto la lente dei diritti: quello all’informazione e quello alla privacy. Gli Stati Uniti come un mezzo per aumentare la libertà di espressione e le potenzialità di impresa. Entrambi vogliono sancire la parità tra chi vuole difendere l’intimità e chi vuole violarla. Ma non si può dare per scontato che da una parte ci siano i buoni, i cittadini, e dall’altra i cattivi, le imprese. La disponibilità di informazioni può aiutarci a vivere meglio, vietare un tracciamento tout court sarebbe sbagliato. Piuttosto tocca chiedersi: qual è la quantità appropriata di informazioni? E quali sono quelle da proteggere? Non possono essere le aziende a deciderlo ma, in base ai diversi contesti, potremo decidere di volta in volta. Un approccio impostato sull’illusione della trasparenza, come quello europeo, è sbagliato. Anche perché identifica l’utente con il consumatore e negli Usa nessuno farà passare leggi anti- business. Qualsiasi norma europea si scontrerà con quelle internazionali e si ricomincerà daccapo».

Serena Danna, “Corriere della Sera – La Lettura”, 10 marzo 2013

1 Commento

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Una risposta a “La privacy è (quasi) un’utopia

  1. Howdy! This post could not be written much better!
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    He continually kept preaching about this. I will forward this post to
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