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Fabrizio Galimberti, Perché non riusciamo a ridurre la distanza tra i ricchi e i poveri, “IL SOLE 24 ORE”, 18 NOVEMBRE 2012

A scuola dovevamo leggere Giovanni Verga. Non era obbligatorio come i “Promessi sposi”, ma era ed è un grande scrittore italiano. Riprendiamo allora il filone “Economia e letteratura” con un suo romanzo, “Mastro don Gesualdo”. È la storia (vedi l’articolo a fianco) di un muratore che si arricchisce e le sue ricchezze portano più dispiaceri che benefici. Verga chiamava queste ricchezze “la roba” (come nell’eponima novella: http://it.wikisource.org/wiki/Novelle_rusticane/La_roba). Questo tema – l’avidità che accumula “roba” – non è banale come potrebbe essere quello del “danaro che non dà felicità”. È invece lo spunto per una riflessione sul tema ricchi e poveri. Questa differenza fra ricchi e poveri, questa diseguaglianza nella distribuzione dei redditi, è andata crescendo in questi anni, anche prima della crisi. E bisogna capire le cause prima di cercare i rimedi.

Magari ci sarà qualcuno che non si preoccupa delle diseguaglianze. L’importante, direbbe, è che la torta cresca. Anche se la differenza fra ricchi e poveri aumenta, la marea alza tutte le barche. Quindi, non c’è da preoccuparsi di una diseguaglianza crescente purché l’economia continui a crescere.
Ora, a parte il fatto che attualmente l’economia non cresce e quindi le diseguaglianze mordono di più, è giusto quel ragionamento? Fino a un certo punto. Avete mai acceso il fuoco nel camino? La fiamma non prende subito dappertutto. Ci sono delle lingue di fuoco che guizzano da una parte, poi dall’altra, ci sono dei pezzi di legna che hanno dentro più umidità e fumano a lungo… La stessa cosa succede con lo sviluppo economico: non è un processo omogeneo. Coloro che muovono la crescita, che hanno una buona idea e creano ricchezza sono le “lingue di fuoco” che spingono lo sviluppo, i Mastri don Gesualdo dell’eponimo romanzo o i Mazzarò della novella “La roba”. Diventano ricchi prima degli altri, ma prima o poi il calore si estende e anche il resto della legna si accende… La diseguaglianza dei redditi è figlia di questo processo disomogeneo, è connaturata all’espansione dell’economia. Di solito, la sua vicenda nel tempo è simile a quella di una U rovesciata. Quando l’economia comincia a crescere la diseguaglianza aumenta, per le ragioni sopra dette, ma poi, arrivati a un certo punto, comincia a diminuire: la crescita crea opportunità di lavoro per tutti.
Ma quello che è successo da qualche lustro a questa parte è diverso. Bene o male, l’economia ha continuato a crescere ma le diseguaglianze, che si erano attenuate negli anni Sessanta e Settanta, sono aumentate. A cosa è dovuto tutto questo? Alla globalizzazione e alla tecnologia, le due grandi forze che hanno plasmato il mondo negli ultimi vent’anni. Sono entrati nell’economia di mercato di miliardi di lavoratori dall’ex impero sovietico, dalla Cina, dall’India… Il loro costo del lavoro era molto basso e i beni che producevano facevano concorrenza a quelli prodotti dai Paesi occidentali. Questi ultimi, per competere, dovevano tenere sotto controllo stretto i propri costi del lavoro. Allo stesso tempo, le imprese occidentali andavano a produrre nei Paesi nuovi arrivati. Meno costo del lavoro vuol dire più profitti, e questa è una ragione dell’aumento delle diseguaglianze (chi riceve i profitti è di solito più ricco di chi riceve i salari).
Secondo, la tecnologia. Siamo nell’economia della conoscenza, e coloro che padroneggiano le nuove tecniche guadagnano di più,  allargando il divario fra le loro retribuzioni e quelle dei lavori manuali o più tradizionali (tenuti bassi dalla prima ragione sopra menzionata).
Questo aumento delle diseguaglianze ha tuttavia raggiunto il punto in cui fa più male che bene. Guardiamo alla scuola. I figli dei ricchi hanno sempre avuto un vantaggio rispetto ai figli dei poveri, malgrado l’esistenza di scuole pubbliche aperte a tutti. Ma quando questo vantaggio diventa troppo grande, viene minata la cosiddetta “eguaglianza dei punti di partenza”, cioè la possibilità per tutti di correre la gara della vita senza ingiusti vantaggi: per esempio, in America la differenza nei test scolastici fra ragazzi di famiglie ricche e di famiglie povere è del 30-40% a vantaggio dei ricchi; una differenza maggiore di quella che si dava 25 anni fa.
Un altro pericolo: se la diseguaglianza continua a crescere, si faranno sempre più acute le proteste, con conseguente instabilità sociale e politica, e potranno andare al potere partiti portatori dei rimedi sbagliati.
Quali sono allora, i rimedi giusti? La politica può attenuare le diseguaglianze, dando servizi pubblici di base – istruzione, sanità,  infrastrutture, giustizia… – eguali per tutti ma soprattutto migliori, e intervenendo sui casi estremi di povertà. La rete di sicurezza sociale in molti casi dà vantaggi anche a chi non ne necessita: sussidi e aiuti dovrebbero invece essere riservati alle situazioni di vero bisogno. Il sistema fiscale è già progressivo (cioè a dire, chi ha un reddito più alto paga proporzionalmente di più di chi ha un reddito più basso). Ma oggi, con la crescente complessità dell’economia e della finanza, ci sono vari modi, per i ricchi, di sfuggire alla progressività con vari espedienti legali: pensate al candidato alla presidenza americana Mitt Romney, i cui redditi milionari finivano col pagare meno tasse (in percentuale del reddito) di quelle che pagava la sua segretaria.
Da ultimo, lotta ai monopoli e alla corruzione: in Cina, le imprese statali godono di vari privilegi e fanno profitti in favore di chi è ammanicato col potere politico; in Russia, nel passaggio all’economia di mercato grosse fette di potere e di reddito sono state appropriate dai cosiddetti oligarchi; in altri Paesi, dall’India all’Italia, la corruzione ha creato sacche di ricchezza immorale, con devastanti conseguenze per la tenuta del tessuto sociale…

Claudia Galimberti, Mastro don Gesualdo e la fatica di arricchirsi,  IL SOLE 24 ORE, 18 NOVEMBRE 2012

Decimo: non desiderare la roba d’altri. Chissà se Mastro don Gesualdo conosceva il decimo comandamento. Probabilmente no e comunque non l’ha seguito: ha desiderato proprio quello che il libro dell’Esodo, 20,17 dice di non desiderare. Ha sognato la casa, il servo, il bue, l’asino, ogni cosa che apparteneva ad altri e se n’è impossessato, ma non ingiustamente commettendo peccato: con il suo lavoro, la fatica ripetuta di giorno e di notte, sempre uguale. Nasceva muratore, don Gesualdo, da qui il nome di Mastro, e lavorava nella fornace del padre, che commerciava poveramente in calce e gesso. Ci mise poco a capire che poteva guadagnare di più mettendosi in proprio e cominciò a offrire il suo lavoro e quello di pochi altri che cercavano “occupazione”. Riuscì a capire, lui, muratore analfabeta, che doveva subito reinvestire i denari appena guadagnati. Divenne in questo modo un grande possidente di terre, sottratte alla pigrizia e alla miopia dei nobili decaduti. La vicenda si svolge nella prima metà dell’Ottocento, nella Sicilia borbonica e feudale dove i cafoni erano poveri, poverissimi, abituati solo a obbedire al padrone, in balìa della nobiltà e del clero. Il deserto desolante dei latifondi, le campagne povere e arretrate, l’analfabetismo diffuso, la scarsità dell’acqua, le strade inesistenti o poco praticabili, pesavano come macigni sulla vita dei siciliani. Gesualdo Motta, con la sua tenace volontà di riscatto, di possedere e di coltivare la terra riesce a infilarsi con astuzia nelle crepe di questa società feudale che mostrava tutti i segni della decadenza. Pezzo dopo pezzo i suoi possedimenti si allargano e lui non lascia le terre incolte: le lavora e le fa lavorare: “buone terre al sole, sciolte, senza un sasso, così che magari le mani vi sprofondavano”. A tutti dà la possibilità di guadagnarsi un “tozzo di pane” come dice lui stesso. A Vizzini, il suo paese, diventa il più grande possidente e tutti gli portano rispetto e lo invidiano, a cominciare dai parenti, perché “pazienza i signori che c’erano nati, ma Gesualdo era nato povero e nudo al par di loro”.

Il rituale dell’obbedienza a capo chino, viene all’improvviso scalfito dalla ventata rivoluzionaria che arriva anche a Vizzini. Siamo nel 1848 e la rivolta di Catania e di Palermo porta un’idea di libertà mai sperimentata prima: “nobili e plebei erano diventati tutti una famiglia. Adesso i signori erano infervorati a difendere la libertà con in collo la coccarda di Pio IX”. Tutti erano eccitati meno Gesualdo: cupo, intristito, ferito negli affetti, non partecipa alla festa generale. Capisce da solo che la rivoluzione sarà per lui una sconfitta, una rivincita dell’invidia sulla sua ricchezza, un assalto ingiusto alla roba che ha accumulato solo con il lavoro, togliendosi il pane di bocca, lui ghiotto solo di roba.

Il paese dimentica che durante la peste del 1837, «con le mani aperte come la Provvidenza, aveva dato ricovero a mezzo paese, nelle stalle, nei fienili, nelle capanne dei guardiani» tenendo tutti lontano dal contagio. Malato, verrà ospitato nella casa del genero, dove troverà la morte: gli mancavano il respiro dei suoi campi, le terre che aveva misurato col desiderio palmo a palmo, e suoi denari, sprofondati nella palude dorata dell’aristocrazia palermitana. Muore solo, da cafone, perché, come diceva lui stesso, l’ulivo non s’innesta con il pesco.

Radio Tre: “Come un romanzo: breve storia del denaro”

Attraverso la letteratura e la cinematografia, Leonardo Martinelli, caporedattore del sito “Firstonline”,  si avvicina ai concetti più attuali dell’economia e della finanza: la speculazione finanziaria, la recessione, il default, il debito pubblico. Il sommario delle puntate, riascoltabili  QUI:

Prima puntata: Sesto potere, il denaro.

“Il denaro” di Emile Zola  e il film V potere sul tema della speculazione finanziaria: dal racconto del caso singolo fino alla metafora del film V potere (il potere della televisione) con la tesi che ormai la politica non conta più nulla e non ha nessuna relazione con i flussi di ricchezza, i quali attraverso la finanza viaggiano liberamente oltre le barriere e gli interessi degli Stati nazionali in balia di leggi proprie, come una sorta di nuova espressione della natura incontrollabile dall’uomo.

Seconda puntata: Giochini in Borsa

Il gioco in Borsa spiegato attraverso La coscienza di Zeno e i ricordi delle reali attività di Svevo alla Borsa di Trieste: la stessa bizzosa e imprevedibile di oggi… E poi il dramma dei mutui subprime degli ultimi anni visti (anche con ironia) con gli occhi di una famiglia della media borghesia americana, in “Libertà” di Jonathan Franzen.

Terza puntata: A quanto è lo spread?

Bond, spread, titoli di Stato, obbligazioni: ormai sono il pane quotidiano della nostra informazione, soprattutto negli ultimi tempi. Ecco qualche spiegazione attraverso “Il falo’ delle vanità”, best-seller degli anni Ottanta, di Tom Wolfe. Per illustrare l’insider trading, invece, un salto nella Parigi di fine Ottocento di Bel Ami. E il romanzo di Maupassant. Non è cambiato molto da quei tempi…

Quarta puntata: Quando il default arriva davvero

Il lievitare del debito pubblico e la possibilità di default sono temi di estrema attualità. Andiamo a parlarne grazie alle opere di Paesi che hanno vissuto in prima persona i due fenomeni. Da una parte l’Argentina, che ando’ in default dieci anni fa, e il film Nove regine, una commedia dai toni nostalgici. Per il debito pubblico, il ritratto di un’Islanda preda dei traders in un thriller di Steinar Bragi, non ancora tradotto in Italia.

Quinta puntata: Economia pianificata e capitalismo all’ennesima potenza

Economia pianificata con il romanzo nordcoreano “Amici” e all’opposto lo “Short selling”, esempio estremo del sistema economico liberista con il riferimento letterario preso dal Giappone. Mishima capovolge per un attimo la prospettiva di queste puntate dove la letteratura umanizza l’economia, perché uno dei suoi protagonisti invece usa la metafora economica della quotazione in Borsa  per descrivere una relazione tra uomo e donna.

Sesta puntata: L’impresa familiare ci salverà dalla recessione?

Parlando di recessione e di depressione economica i brani tratti dal classico “Furore” di Steinbeck hanno anche forse un valore consolatorio per la forza epica che trasmettono. Si passa poi a parlare di impresa di famiglia con un film francese, la commedia “Potiche”, anche con qualche dato italiano interessante.

Settima puntata: Il teleromanzo delle commodities

Le commodities, il mercato delle materie prime: sempre più importante per la tenuta economica dei Paesi maturi e per il reale decollo di quelli emergenti. Gli alti e bassi di greggio, oro, soia possono avere ripercussioni dirette sul nostro benessere. Dalle miniere al petrolio il tema delle risorse a partire dal classico di Cronin “E le stelle stanno a guardare”  con la chicca di qualche brano del vecchio sceneggiato TV, e un film centrato sul rapporto tra denaro e petrolio, “Il volto dei potenti”.

Ottava puntata: Una delocalizzazione made in Italy

La delocalizzazione è l’esempio concreto della crisi economica strutturale, sul lungo periodo. Non a caso la lettura avviene grazie a due esempi italianissimi: il giovane autore Latronico che racconta una Milano contemporanea, globalizzata, nel bene e nel male (il racconto di più truffe, basate sulle piramidi finanziarie), e Riccardo Nesi con la sua esperienza diretta del tessile a Prato e dello sbarco dei cinesi.

Nona puntata: Capitalismo in salsa cinese

Capitalismo, liberismo e progresso economico tradotti in cinese. Prima di terminare questa breve storia del denaro, l’esempio cinese appare come un immenso laboratorio che concentra ragioni e contraddizioni: la letteratura ci permette almeno un colpo d’occhio che apre qualche riflessione e molte domande.

Decima puntata: Wall Street nel suo splendore, fra assalti speculativi e derivati

Infine la parabola di Wall Street, il film di Oliver Stone: una scelta scontata, forse, un esempio datato, ma che funziona sempre, giudicato dagli stessi operatori di Borsa e ancora oggi il film più realistico sul loro mondo e sulle sue sfumature. Un altro film, l’australiano, The Bank, ci porta invece a parlare dei legami fra matematica e finanza. E di quei piccoli grandi mostri che sono gli strumenti derivati.

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