Ai confini dell’uomo. Viaggio nella letteratura concentrazionaria

Ma misi me per l’alto mare aperto

(Dante Alighieri, Commedia, Inf. XXVI 100)

1. Introduzione e inquadramento storico. Dall’Italia al Lager (1943-1945)

Nel corso della seconda guerra mondiale, il 1943 segna un periodo critico per le potenze dell’Asse: è l’anno della disfatta nazista a Stalingrado e della sconfitta delle forze italo-tedesche nella campagna del Nordafrica. In Italia, ai conflitti politico-militari intestini si aggiunge, a luglio, lo sbarco dei primi reparti angloamericani sulle coste della Sicilia. Dopo la deposizione e l’arresto di Benito Mussolini, il nuovo governo guidato su incarico del re da Pietro Badoglio avvia le trattative per l’armistizio con gli alleati, siglato a Cassibile il 3 settembre e reso pubblico cinque giorni dopo. Così, da metà settembre 1943 l’Italia si presenta divisa in due parti: le regioni meridionali e le isole sotto il controllo degli alleati e del Regno d’Italia; le regioni centrali e settentrionali occupate militarmente dai nazisti e sottoposte all’amministrazione del nuovo governo collaborazionista fascista (la futura Repubblica Sociale Italiana), guidato da Mussolini per volontà di Adolf Hitler.
Tra il settembre 1943 e l’aprile 1945, quasi ottocentomila persone vengono deportate dall’Italia centro-settentrionale in territorio tedesco [1]. Di queste, molte sono membri delle Forze armate italiane, abbandonate alla diffidenza dell’ex-alleato nazista dopo l’8 settembre 1943. Fra i settecentomila ufficiali e soldati italiani catturati dalla Wehrmacht nei giorni successivi alla resa dell’Italia, infatti, solo cinquantamila accettano di arruolarsi nelle nuove formazioni filotedesche; i restanti, circa seicentocinquantamila, vengono internati in appositi campi di prigionia allestiti in Germania e Polonia e subordinati all’autorità del Comando Supremo delle Forze armate naziste [2]. Altri centomila uomini e donne, arrestati nei rastrellamenti che gli apparati armati nazisti e repubblicani effettuano nelle retrovie del fronte o durante le azioni antipartigiane, sono deportati in Germania e impiegati in campi di detenzione e lavoro coatto per sostenere l’industria bellica nazista. Infine, circa quarantamila persone vengono deportate con motivazioni politiche o razziali nei campi di concentramento e di sterminio dipendenti dalle SS: sulla loro esperienza e sulla sua narrazione si sofferma questo elaborato.

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Se questo è un uomo. Confini antropologici e trame dantesche in PRIMO LEVI

Testimone esemplare dell’esperienza concentrazionaria, così come dell’analogia fra il Lager e l’inferno dantesco portata al suo più alto livello, è considerato – in Italia e non solo – Primo Levi (1919-1987). Diplomato al Liceo D’Azeglio di Torino e laureato in chimica, dopo l’8 settembre 1943 si unisce, in Valle d’Aosta, a un gruppo di partigiani di Giustizia e Libertà. La sua esperienza nella Resistenza termina prima della fine dell’anno, quando la Milizia fascista lo cattura nel corso di un rastrellamento e, viste le sue origini ebree, lo interna nel campo di Fossoli. Da lì, il 22 febbraio 1944 inizia il viaggio verso Auschwitz, dove Levi resterà (nel Lager annesso alla fabbrica di Monowitz) fino alla liberazione del campo nel gennaio 1945. Subito dopo il lungo viaggio di ritorno attraverso l’Europa (che racconterà ne La tregua, 1963), consegna le sue memorie dell’anno trascorso ad Auschwitz a un’opera che travalica i confini di genere fra testimonianza e romanzo: Se questo è un uomo, pubblicato dapprima nel 1946 presso le edizioni De Silva di Franco Antonicelli e poi, con alcune varianti, dalla casa editrice Einaudi (che inizialmente l’aveva rifiutato), a partire dal 1958.
«Grave testimone di un’esperienza al limite estremo del tragico e dell’assurdo» [38], Primo Levi comincia la sua carriera di autore letterario dando forma scritta al suo ricordo, percepito «come bisogno e come obbligo» [39]. Il periodo di lavoro febbrile in cui si getta – contestualmente alla sua nuova attività di chimico presso una fabbrica di vernici di Avigliana – segue gli innumerevoli racconti orali fatti al ritorno, che sottendono le redazioni scritte tanto di Se questo è un uomo quanto de La tregua. Il modello letterario del bisogno vitale di narrazione provato già durante la detenzione in Lager è, per Levi (appassionato frequentatore di libri di viaggio, da Marco Polo a Conrad), il racconto necessario e ostinato del Vecchio Marinaio, unico superstite del soprannaturale viaggio per mare descritto nella famosa Ballata del poeta inglese Samuel Taylor Coleridge. Il riferimento a The Rime of the Ancient Mariner si fa ancora più evidente nelle opere successive dello scrittore torinese: i vv. 582-585 («Since then, at an uncertain hour,/ that agony returns:/ and till my ghastly tale is told/ this heart within me burns.») sono posti in epigrafe a I sommersi e i salvati (1986), e in una lettera a Kurt H. Wolff recentemente rinvenuta si legge l’intenzione di Levi di proporre il v. 118 («Upon a painted Ocean») come titolo della traduzione in lingua inglese de La tregua, racconto della sua personale odissea che in un primo periodo pensa di intitolare Vento alto [40].
Indubbiamente, però, il grande e principale riferimento per Se questo è un uomo è il Dante dell’Inferno. L’intera Commedia è un racconto presentato come cammino, e «la storia del viaggiatore che tende a una meta sospirata è la figura europea dell’uomo per eccellenza […], che Dante assume all’interno della tradizione cristiana – e biblica – per cui la vita dell’uomo sulla terra non è altro che un pellegrinaggio verso la patria, che è Dio» [41]. Ma, se in Dante il percorso dell’homo viator – nonostante l’apparente descensiodella prima cantica – è appunto orientato verso l’Alto, in Se questo è un uomo l’analogia fra il viaggio verso l’abisso del Lager e la discesa nell’inferno dantesco è privata da Primo Levi di ogni implicazione religiosa e teleologica. Come si vedrà, nella prima opera di Levi l’idea di sprofondamento (umano e morale) è dominante, anche se un tentativo di risalita può essere individuato estendendo la lettura a La Tregua e a Se non ora, quando? (1982), libri che insieme a Se questo è un uomo testimoniano mirabilmente la concezione leviana (derivata principalmente da modelli omerici, biblici e danteschi) di viaggio «come vasta avventura esistenziale» e «come itinerario paradigmatico dell’esistenza» [42].
Diversamente da quanto accade in molte testimonianze sulla deportazione nazista, per le quali «si tratta per lo più di uno stereotipo» [43], il riferimento alla discesa nell’inferno di Dante in Se questo è un uomo è l’esito del fondamentale parallelismo stabilito da Levi fra attività scrittoria e scienza [44]. Così, il procedimento analogico leviano da un lato attinge alla formazione scientifica dell’autore per riportare un fenomeno ignoto (il Lager) ad uno noto (l’inferno), dall’altro ricorre alla sua educazione umanistica per chiarire l’immagine (tratta dall’Inferno dantesco) da assegnare a quest’ultimo.

Sin dal primo capitolo (Il viaggio), il convoglio diretto ad Auschwitz è presentato, con una potente climax, come «in viaggio verso il nulla, in viaggio all’ingiù, verso il ‘fondo’» [45]. Sull’autocarro che dalla stazione li porta al Lager, un moderno «caronte», «invece di gridare “Guai a voi, anime prave”», deruba «cortesemente» dei loro ultimi averi Levi e quanti sono sopravvissuti alla selezione, «tanto dopo non ci servono più» [46]. Proprio la sensazione di «giacere sul fondo» [47] segna l’ingresso nel campo e apre il secondo capitolo (Sul fondo, appunto), che si pone assieme al penultimo (L’ultimo) ai limiti estremi di uno schema concentrico circondato dal filo spinato [48], entro il quale si compie il processo di annientamento inflitto dall’uomo al suo simile. All’interno del doppio confine tracciato dalla recinzione del Lager, oltre il cancello sul quale campeggiano «le tre parole della derisione» [49], Levi e gli altri vengono rapidamente privati dei vestiti, dei capelli, persino del nome, a cui viene sostituito il numero di ingresso (che solo ad Auschwitz – e solo per i non tedeschi – è anche tatuato sull’avambraccio dei detenuti).

Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c’è, non è pensabile [50].

Molti ancora sono i riferimenti alla narrazione della prima parte del viaggio di Dante in questo moderno paesaggio infero, che Primo Levi descrive con il suo caratteristico gusto per una brevitas pregnante: «tutto è niente quaggiù, se non la fame dentro, e il freddo e la pioggia intorno» [51]. Il processo di inserimento nella «follia geometrica» [52] che regola la vita del Lager avviene «in chiave grottesca e sarcastica» [53], come in un’anticipazione delle tinte anche farsesche che Levi utilizzerà per definire l’immagine di Auschwitz, dove bene e male, giusto e ingiusto si confondono e si snaturano, e dove il motto dell’illuminismo kantiano è rovesciato nel «non cercar di capire» [54]. Mentre la struttura dell’Inferno dantesco è saldamente ancorata sulla razionalità dell’ordinamento dei peccatori e della corrispondenza della pena al peccato, nell’inferno capovolto del Lager non esiste e non deve essere cercata alcuna giustificazione: «Hier ist kein warum», impara ben presto Levi [55].

Sempre dalla prima cantica della Commedia Primo Levi ricava, oltre alle coordinate topografiche del luogo infernale e all’andatura prosopografica del libro modellata sull’esempio del realismo dantesco [56], una delle immagini principali di Se questo è un uomo: quella dei «sommersi», in vece dei quali egli parla e scrive [57]. Così si apre, infatti, il canto XX dell’Inferno: «Di nova pena mi conven far versi/ e dar matera al ventesimo canto/ de la prima canzon, ch’è di sommersi», cioè di coloro che sono immersi nel profondo della terra e del male, privati per sempre della luce divina. A questo participio, che già nei versi danteschi ha valore insieme fisico e morale, si rifà Levi per esprimere la condizione dei «musulmani»,

i sommersi, il nerbo del campo; loro, la massa anonima, continuamente rinnovata e sempre identica, dei non-uomini che marciano e faticano in silenzio, spenta in loro la scintilla divina, già troppo vuoti per soffrire veramente. Si esita a chiamarli vivi: si esita a chiamar morte la loro morte, davanti a cui essi non temono perché sono troppo stanchi per comprenderla.
Essi popolano la mia memoria della loro presenza senza volto, e se potessi racchiudere in una immagine tutto il male del nostro tempo, sceglierei questa immagine, che mi è familiare: un uomo scarno, dalla fronte china e dalle spalle curve, sul cui volto e nei cui occhi non si possa leggere traccia di pensiero [58].

Anche i «salvati», contrapposti ai «sommersi» ma a loro accostati da Levi nel titolo del nono capitolo di Se questo è un uomo (titolo che l’autore avrebbe voluto estendere all’intera opera, e che poi troverà posto sulla copertina del suo ultimo libro, I sommersi e i salvati), devono il loro nome a Dante («spiriti umani non eran salvati», Inf. IV 63); ma, se nella Commedia la salvazione si carica di un valore fortemente religioso, nel Lager descritto da Levi la sopravvivenza segue strade all’apparenza prive di senso, il cui racconto frequentemente indulge a un’aspra ironia. 
A un tempo narrazione e riflessione, Se questo è un uomo è un’opera «tanto più testimoniale quanto più letteraria» [59], nel tentativo coerente di dare una forma ordinata e razionale alla complessità caotica dell’inferno concentrazionario e del mondo che l’ha reso possibile e permesso. Nelle parole di Primo Levi, questo tentativo – che, come si è visto, passa anche attraverso un attento riferimento a precedenti letterari illustri (Dante in testa) e si riflette, nella lingua e nello stile, in una compresenza di classicismo e sperimentalismo – assume un valore estetico ed eminentemente morale, mettendo alla prova, di fronte all’estremo, i confini stessi dell’umano.

Giovanni Miglianti, contributo pubblicato su Griseldaonline, gennaio 2013

Introduzione e inquadramento storico. Dall’Italia al Lager (1943-1945) / Treni di uomini. Il viaggio di deportazione come soglia e simbolo / Dire Auschwitz. L’inferno in terra / Se questo è un uomo. Confini antropologici e trame dantesche in Primo Levi / L’eterno presente. Cammini senza meta e viaggi letterari / Dopo Auschwitz. Considerazioni sul viaggio verso l’estremo.

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