Plinio il Vecchio secondo Italo Calvino

«Potremmo distinguere un Plinio poeta e filosofo, con un suo sentimento dell’universo, un suo pathos della conoscenza e del mistero, e un Plinio nevrotico collezionista di dati, compilatore ossessivo, che sembra preoccupato solo di non sprecare nessuna annotazione del suo mastodontico schedario. […] Ma una volta ammessa l’esistenza di queste due facce, bisogna subito riconoscere che Plinio è sempre uno, così come uno è il mondo che egli vuole descrivere nella varietà delle sue forme. Per raggiungere il suo intento, non ha paura di dar fondo allo sterminato numero delle forme esistenti, moltiplicato per lo sterminato numero di notizie esistenti su tutte queste forme, perché forme e notizie per lui hanno lo stesso diritto di far parte della storia naturale e d’essere interrogate da chi cerca in esse quel segno d’una ragione superiore che egli è convinto devano racchiudere. […]

Quando parliamo di Plinio non sappiamo mai fino a che punto possiamo attribuire a lui le idee che esprime; suo scrupolo è infatti di metterci di suo il meno possibile, e tenersi a quanto tramandano le fonti; e ciò conformemente a un’idea impersonale del sapere, che esclude l’originalità individuale. Per cercare di comprendere qual è veramente il suo senso della natura, quanto posto ha in esso l’arcana maestà dei principi e quanto la materialità degli elementi, dobbiamo tenerci a ciò che è certamente suo, cioè alla sostanza espressiva della sua prosa. Si vedano ad esempio le pagine sulla Luna, dove l’accento di commossa gratitudine per questo «astro ultimo, il più familiare a quanti vivono sulla terra, rimedio alle tenebre» (II 41: novissimum sidus, terris familiarissimum et in tenebrarum remedium …) e per tutto quel che esso ci insegna col moto delle sue fasi e delle sue eclissi, si unisce alla funzionalità agile delle frasi a rendere questo meccanismo con cristallina nettezza. È nelle pagine astronomiche del libro II che Plinio dimostra di poter essere qualcosa di più del compilatore dal gusto immaginoso che si dice di solito, e si rivela uno scrittore che possiede quella che sarà la principale dote della grande prosa scientifica: rendere con nitida evidenza il ragionamento più complesso traendone un senso d’armonia e di bellezza. Questo, senza mai inclinare verso la speculazione astratta. Plinio si tiene sempre ai fatti (a quelli che lui considera fatti o che qualcuno ha considerato tali):  non accetta l’infinità dei mondi perché la natura di questo mondo è già abbastanza difficile da conoscere e l’infinità non semplificherebbe il problema (II 4);  non crede al suono delle sfere celesti, né come fragore al di là dell’udibile né come indicibile armonia,  perché «per noi, che stiamo al suo interno, il mondo scivola giorno e notte in silenzio» (II 6).

I toni lirici o lirico-filosofici, che dominano i primi capitoli del libro II, corrispondono a una visione d’armonia universale che non tarda a incrinarsi; una parte considerevole del libro è dedicata ai prodigi celesti. La scienza di Plinio oscilla tra l’intento di riconoscere un ordine nella natura e la registrazione dello straordinario e dell’unico: e il secondo aspetto finisce sempre per aver partita vinta. La natura è eterna e sacra e armoniosa, ma lascia un largo margine all’insorgere di fenomeni prodigiosi inspiegabili. Quale conclusione generale dobbiamo trarne? Che si tratta d’un ordine mostruoso, fatto tutto d’eccezioni alla regola? O che si tratta di regole tanto complesse da sfuggire al nostro intendimento?» 

(I. Calvino, Il cielo, l’uomo, l’elefante, in Gaio Plinio Secondo. Storia naturale, I, Einaudi, Torino, 1982, pp. 8-13, passim). Poi in Perché leggere i classici, Mondadori, 1995

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