Nel labirinto di re Artù

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DOMENICO QUIRICO, Amori, leggende e misteri, “La Stampa”,  23 luglio 2008

In apparenza sappiamo tutto di lui, pare il più prensile dei caratteri questo Artù o Artus o Arthus o Artorius. In bretone o in latinorum, d’accordo, ci sfugge appena per qualche dettaglio del nome. Ma in compenso non ignoriamo nessuna delle sue virtù: generosità forza fede la volontà di inseguire la pienezza di se nell’assoluto, voler essere eroe che cerca e si cerca, maestro e apostolo che rifiuta di insegnare agli uomini altra saggezza se non che di ogni verità è vero anche il contrario e che non c’è santo o peccatore che non sia anche peccatore o santo. Invincibile, già, ma infine vinto; gentiluomo scabro ma che pargoleggia volentieri con le magie di Merlino; amante vigoroso ma sposato a moglie troppo giovane e quindi rassegnato a una passione che è un breve delirio di gioia abbagliante. Ricco possente buono, dunque, ma anche i suoi vizi conosciamo al dettaglio, che formano tutt’altro che tautologico cataloghetto poichè vi figura l’incesto. Possiamo consultare la secolare quercia della sua dettagliata genealogia con la stessa meticolosità dei cataloghi della affaccendata corte di eroi che gli fa ronda e giostra di eroismi e ciurmerie, Galvano e Lancillotto, Percival, Mordred (perfido traditore o straziante figlio incestuoso?); e ancora Tristano e Isotta con i loro amoretti così artisticamente produttivi. […]Quante volte le generazioni hanno rischiato i perdersi nella geografia fantastica del regno di Artù che va, pare, dalla Cornovaglia fino al bretone Armorico. E poi in fila, al galoppo, guerre amori e sortilegi. Sappiamo dove è diventato grande re sbriciolando i nemici (ma quali: sassoni danesi romani decadenti?) sul monte Badon; sappiamo dove lo hanno ferito a morte, a Camlann la sua ultima battaglia, sappiamo dove lo hanno sepolto, nell’isola incantata di Avalon vegliato fino all’ultimo da Morgana (fata pietosa o amante?). Sfogliamo l’atlante e nessuno di questi luoghi è riconoscibile se non nella geografia della leggenda. […] Saper smontare il meccanismo del suo mito per vederlo dentro, alla fine risulta impossibile. Ci arrendiamo: Artù è mistero.
Fin dai secoli bui generazioni hanno avuto l’animo di ucciderlo, lasciandone dietro la grande ombra al riparo della loro infanzia svanita, ma non ne hanno avuto l’animo, il desiderio ma non la volontà. Si sono ritrovati seduti alla sua Tavola rotonda, compunti alla nuova puntata di questa Dallas in Brocelandia; magari addocchiandolo con la poco convinta faccia hollywoodiana di Robert Taylor (I cavalieri della tavola rotonda, 1956) o scoprendolo nelle dotte innumerevoli incarnazioni da Steinbeck a Cocteau a Wagner. Una «leggenda in divenire» dice con un ghignetto di saggia malizia il sottotitolo della mostra bretone; come accade a tutto ciò che appartiene contemporaneamente a due universi, quello del mito e quello della realtà, a una biografia scritta da questo incontro tra reale e immaginario. Davvero non è mai morto Artù, è soltanto «in sonno» ritirato nel mondo sotterraneo e incantato di Avalon creato da Merlino e riappare puntuale ad ogni «c’era una volta…». Forse come assicura Apollinaire, lo incontreremo di nuovo a Londra nel 2105. Re Artù ovvero come (sopra)vivono i miti, il vero Graal di uno dei sortilegi della cultura europea. La sua tomba non è sull’isola incantata ma come diceva Malraux «nel cuore degli uomini».
La sua storia è il feuilleton di come il mito sia genuinamente democratico, come ignori le classi. Artù forse in origine era un prefetto romano diventato patriota di fronte a caledoni e sassoni; o l’ultimo re dei bretoni che ha difeso in dodici vittoriose battaglie; o soltanto un oscuro signore della guerra a capo di un manipolo di feroci cavalieri. Lo hanno inventato i dotti, il talentoso Goffredo di Monmouth e il patriottardo Chrétien de Troyes; materia per sedurre le Corti, esercizio da sapienti dunque. Eppure è diventato un eroe popolare fino all’approdo trionfale alla settima arte, al bardo moderno dei sogni, il cinema. […] il suo sfondo è l’Incanto, il cuore di Brocelandia è nelle penombra dove si ascoltano le grida di un bestiario fantastico, il gatto Chapalu, la Bestia che guaisce, il Cervo dal collare d’oro, e due vecchie conoscenze, il drago e il liocorno. Orsù, il Graal resta introvabile, ma è dolce ancora tentare.

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