Il fronte degli scrittori

Andrea Bajani, Perché oggi gli autori italiani tornano a raccontare la guerra“La Repubblica”, 3 dicembre 2012
Mazzucco, Giordano, ma anche Mazzantini e Soriga. Così una nuova generazione ha scelto questo tema
In un`intervista rilasciata a Posi tif nel 1979, Michael Herr, cui Coppola si era in parte ispirato per girare Apocalypse Now, disse: “La guerra è eccitante, è palpitante. Per coloro che la vivono è una prova, un`iniziazione, qualcosa di orrendo e detestabile. lo sono fondamentalmente un pacifista”. Michael Herr aveva fatto il corrispondente dal Vietnam per Esquire Magazine. Nel 1977 era uscito negli Stati Uniti, con grande clamore, Dispacci, un capolavoro che raccoglieva parte della sua esperienza al fronte, accanto ai soldati americani. Francis Ford Coppola fu appunto il primo a volerlo con sé perché desse voce a quella guerra. Kubrick, meno di dieci anni dopo, nel 1987, lo coinvolse nella sceneggiatura di Fidi MetalJacket, forse il film rimasto più impresso nell`immaginario bellico dopo la seconda guerra mondiale. Nell`agosto del 1999, pochi mesi dopo la morte di Kubrick, Michael Herr lo ricordò su Vanity Fair scrivendo che quando il Maestro l`aveva voluto conoscere gli aveva detto che aveva intenzione di girare un film di guerra, ma che non era certo di quale guerra avrebbe messo in scena.
Proprio per quest`ultimo dettaglio legato a Kubrick, torna in mente Michael Herr mentre la guerra è di nuovo nelle librerie con ll corpo umano di Paolo Giordano, preceduto di sei mesi da Limbo, di Melania Mazzucco. Due romanzi dal fronte afgano. E negli ultimi anni, la guerra si è insinuata anche in altri romanzi italiani, tutti scritti nell`epoca del conflitto delocalizzato da autori generazionalmente lontani da un`esperienza diretta della guerra. Tra gli altri Dove finisce Roma, di Paola Soriga, Le rondini di Montecassino di Helena Janeczek, Scemo di guerra di Ascanio Celestini, Il rumore sordo della battaglia di Antonio Scurati, Lorenzo Pavolini, Accanto alla tigre, in qualche modo ancheIl demone di Beslan, di Andrea Tarabbia (ma si potrebbero citare anche libri diversissimi come quelli dei Wu Ming e della Margaret Mazzantini, n. d. r.). Gli approcci sono i più diversi, e diverse le guerre di riferimento. Arrivano due generazioni dopo gli scrittori della guerra esperita – la violazione, la maledizione del ricordo, l`afasia, la testimonianza, lo sbrego di un ordigno esploso dentro l`edificio protettivo della Storia – ovvero Fenoglio, Levi, Pavese, Calvino, Meneghello, Rigoni Stern. Tra le due, poi, l`accantonamento della guerra da parte della generazione di mezzo, postbellica, cresciuta dentro un Paese che chiamava a raccolta non per combattere ma solo per produrre e consumare. E poi, infine, è arrivata appunto l`ultima leva, a cui nessuno ha più chiesto nemmeno di produrre ma soltanto di comprendere, pazientare e dire grazie. Ecco, leggendo gli ultimi romanzi colpisce il fatto che quanto più la guerra si allontana dall`esperienza diretta e si fa mediatica, tanto più rientra dalla finestra della letteratura, chiede al lettore di attivare emozioni in grado di renderla viva dentro di sé.
Ecco, mi domandavo: a quale esperienza della guerra fa appello Paolo Giordano, nato nel 1982, per raccontare la storia di un contingente italiano in Gulistan?A quale guerra fa appello Melania Mazzucco (1966), o Paola Soriga (1979), o Andrea Tarabbia (1978)? E soprattutto a quale esperienza di guerra fanno appello i lettori, facciamo appello noi quando li leggiamo? Qual è la guerra che siamo in grado di vivere, leggendo? Qual è la guerra che parla in noi? Riporto qui qualche frase, da Il corpo umano: “Nessuno sa cosa comporta avere nelle proprie mani il destino di ventisette uomini”; “Questa guerra la perderemo così, alla fine. Quei farabutti ci ammazzeranno di noia”; “Questa guerra è diventata una guerra del cazzo.. . Il nemico non lo vedi più, non c`è”. Da Limbo: “Sacrificarmi per qualcosa di più nobile mi faceva sentire importante, […L’ io che ero lo zero assoluto”; “La vita dei soldati è plurale [.. soffrire gli stessi disagi, […] temere le stesse cose. Si diventa cellula di un organismo vivente che non può fare a meno di noi”.
Ecco, leggendo questi libri mi sono venuti in mente i raduni nazionali degli alpini che ogni anno rovesciano nelle città, in diretta, migliaia di militari ed ex militari in divisa. Le città, di colpo, si riempiono di accampamenti, camionette, soldati di tutte le età. È qualcosa, a vederla dalla tv, che sta tra la parata di un esercito occupante e la festa di un gruppo di “ex”, di persone che hanno almeno un pezzo di passato da mettere in comune. Se ne stanno lì, gli “ex”, contenti e nostalgici, reduci da niente. Senza niente. Senza un fronte, senza un nemico, solo con la consolazione – o l`emozione – di stare sotto un cappello che è uguale per tutti. E tutte le volte penso che la guerra, per loro, per noi, ricomincia appena si tolgono il cappello e restano da soli: la guerra ai semafori, barricati ciascuno nella propria auto a latrarsi addosso, la guerra sui posti di lavoro, a fare finta di niente quando la scrivania accanto di colpo resta vuota, la guerra delle scuole, con i soffitti che crollano e ammazzano studenti, la guerra dei padri che hanno troppa paura del mondo per proteggere i propri figli e vogliono solo salvarsi, la guerra degli anziani, lasciati sul binario morto del si salvi chi può, la guerra delle famiglie in tribunale, la guerra dei poliziotti che prendono a calci in faccia gli studenti, di chi fa guerriglia in mezzo a una valle, di chi si incatena a un palo sotto la propria azienda perché rivuole il proprio posto, la guerra dei morti in mare, dei sepolti vivi nel web, degli agonizzanti per strada, delle code peri prestiti. E soprattutto, il dolore e l`insensatezza, di tutto questo.
“Penso che non ci sia mai nessuna buona ragione perché delle persone si uccidano tra loro”, diceva Michael Herr, rispondendo al giornalista di Positif. E però poi aggiungeva “Ma al tempo stesso accetto il fatto che continui perché tutto questo è in noi, e deve esprimersi. È quello che ogni giorno facciamo per strada attraverso milioni di piccole aggressioni”. È questa la guerra a cui facciamo appello, quando leggiamo romanzi come questi, come quello di Giordano, così violento perché riguarda solo in parte la guerra degli eserciti, ma riguarda soprattutto molto quella degli umani, il vuoto spalancato di fronte a un quotidiano conflitto senza nemico. E sale forse la voglia, o la nostalgia, di poter dire “Nessuno sa cosa comporta avere nelle proprie mani il destino di ventisette uomini”. E anche il desiderio, o la nostalgia, di essere uno di quei ventisette, essere parte di una cosa, fidarsi, non essere per l`ennesima volta, ancora una volta, da soli.
(L`autore è uno scrittore, tra i suoi ultimi libri “Ogni promessa” uscito per Einaudi)
PER APPROFONDIRE:

Kurt Vonnegut, Mattatoio n.5

Theorists, novelists and partisans of all stripes have written on war. The Book Review asked a range of writers to recommend titles they find particularly illuminating.

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