Giacomo Leopardi

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«Ridendo dei nostri mali, trovo qualche conforto; e procuro di recarne altrui nello stesso modo. Se questo non mi vien fatto, tengo pure per fermo che il ridere dei nostri mali sia l’unico profitto che se ne possa cavare, e l’unico rimedio che vi si trovi. Dicono i poeti che la disperazione ha sempre  nella bocca un sorriso. Non dovete pensare che io non compatisca all’infelicità umana. Ma non potendovisi riparare con nessuna forza, nessuna arte, nessuna industria, nessun patto; stimo assai più degno dell’uomo, e di una disperazione magnanima, il ridere dei mali comuni; che il mettermene a sospirare, lagrimare e stridere insieme cogli altri, o incitandoli a fare altrettanto».  Operette Morali, Dialogo di Timandro e di Eleandro

In fine il semplice rider alto vi dà una decisa superiorità sopra tutti gli astanti o circostanti, senza eccezione. Terribile ed awful è la potenza del riso: chi ha il coraggio di ridere, è padrone degli altri, come chi ha il coraggio di morire”.  Zibaldone, 4391

“Quante grandi illusioni concepite in un momento di entusiasmo o di disperazione o insomma di esaltamento, sono in effetti le più reali e sublimi verità […] chi non sa quali altissime verità sia capace di scoprire e manifestare il vero poeta lirico, vale a dire l’uomo infiammato del più pazzo fuoco, l’uomo la cui anima è in totale disordine […] quasi di ubriachezza.”
G. Leopardi, Zibaldone, 5-6 Ott. 1821

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Videolezioni su Leopardi, a cura di Andrea Cortellessa  (storico della letteratura e professore associato all’Università Roma Tre, dove insegna Letteratura Italiana Contemporanea e Letterature Comparate).  

Vita e opere

Introduzione allo Zibaldone di pensieri di Giacomo Leopardi e lettura del passo Il giardino del dolore.

Lo Zibaldone di Leopardi e la teoria della “doppia vista”.

Le Operette Morali. Lettura e analisi del Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie.

I Canti

Lettura e commento de L’infinito.

W. Siti, Il vecchio Leopardi si vergogna del giovane autore dell’Infinito“La Repubblica”, 16 marzo 2014

I canti pisano-recanatesi:  A SilviaCanto notturno di un pastore errante dell’AsiaLe ricordanze.

Il ciclo di Aspasia: A se stesso.

Gli ultimi canti: La ginestra o il fiore del deserto.

 Letture e approfondimenti

M. CARMINATI, La biblioteca di casa Leopardi

«Lo spettacolo di un cielo stellato colpisce ogni uomo riflessivo».
Leopardi, Saggio sopra gli errori popolari degli antichi (1815)

“Qui pongo fine alla Storia dell’astronomia. Plinio (Hist. Nat. II. 91) lamentossi un tempo della negligenza degli antichi nello scrivere la storia de’ progressi dello spirito umano nella scienza degli astri. Ella è, dic’egli, una vera depravazione di spirito, che si ami riempir le carte di narrazioni di guerre, di stragi e di delitti, e non si voglia poi tramandare alla posterità nelle storie i benefici di coloro, che han posta ogni cura nell’illustrare una scienza così utile. Mosso da questo giusto rimprovero, intrapresi di scrivere la Storia dell’astronomia della quale son giunto al compimento. Se di codesto mio lavoro non curasi la presente età, possano almeno sapermene grado le ombre sacre di coloro, che contribuirono all’avanzamento della scienza degli astri.” 

G. Leopardi, Storia della Astronomia dalla sua origine sino all’anno 1813

LEOPARDI-HACK,  Storia dell’ astronomia dalle origini al duemila e oltre, Edizioni dell’ Altana, 2011

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      I manoscritti conservati nella Biblioteca Nazionale di Napoli: CLICCA QUI.

 

Cinema & Teatro

Il giovane favoloso, regia di M. Martone, 2014

T. Scarpa, L’infinito, 2012. Video-intervista a Tiziano Scarpa. CLICCA QUI.

 

libri

      Pietro Cataldi, Le domande di un pastore, in www.laletteraturaenoi.it

Nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia,  Leopardi affida alla voce di un pastore nomade le grandi domande sul senso della vita e dell’universo. Solo, sotto il cielo stellato, il pastore tenta di spiegare la condizione umana, il ripetersi dell’esistenza di generazione in generazione, il succedersi dei giorni e delle notti, il susseguirsi delle stagioni; cerca di capire il perché del dolore e di quell’inquietudine angosciosa definita dalle parole “tedio” e “fastidio”, un’inquietudine che è infine tutt’uno proprio con il bisogno di senso. La spiegazione è tentata dapprima guardando la vita dal punto di vista della luna, dall’alto, e poi guardandola invece dal punto di vista delle pecore, dal basso. Il punto di vista del pastore è per così dire impregiudicato, e spregiudicato: non ci sono un’ideologia, una religione, un sistema filosofico, una qualunque petizione di principio che impongano una direzione alla ricerca: l’importante è dare un significato alla condizione degli uomini e al rapporto che gli umani hanno con l’universo. Ebbene: Leopardi pone così, con un linguaggio semplice e diretto ma anche con la massima serietà e radicalità, le più grandi questioni filosofiche affrontate nei secoli da tutte le civiltà e tutte le culture. La sua novità consiste però nella scelta di affidare domande tanto significative, in uno dei testi più filosoficamente radicali dei Canti, alla voce di un pastore: una figura socialmente e antropologicamente lontanissima da quella del filosofo, il philosophe parigino della tradizione settecentesca. È in apparenza sorprendente che Leopardi, con la sua formazione illuministica, non affidi questo tipo di riflessione a uno specialista della conoscenza, o assumendola su di sé o delegando la propria voce a una figura come quelle di Parini, di Bruto o di Saffo, scelte in altre circostanze analoghe. In questo modo, Leopardi si rifiuta di delegare le grandi domande di senso a una porzione specifica dell’umanità, e diciamo pure a un ceto sociale ristretto, quello degli intellettuali. Leopardi sceglie di affidare quelle domande a un pastore, la figura sociale più umile e meno “civilizzata” che gli fosse possibile immaginare, e costruisce un alter ego lontanissimo da sé: un nomade, noi diremmo un rom, e magari uno zingaro. Si tratta di una rivoluzione concettuale e perfino politica: senza avere una reggia o un castello o una villa, senza una biblioteca e lontano da ogni accademia, questo umano che ha in qualche modo i tratti del primitivo riceve un mandato pieno a rappresentare il punto di vista dell’umanità di fronte alle grandi questioni di senso. Viene in questo modo implicitamente rivendicata la maggiore conquista del pensiero moderno, la concezione unitaria del genere umano: ciò di cui noi parliamo quando facciamo riferimento all’idea stessa dell’universale umano.

Un’umanità nuova

Questa scelta così sorprendente e coraggiosa è resa possibile non certo dalla recente tradizione arcadica e dal favoleggiamento del mondo pastorale che la caratterizza: lì non si tratta di affrontare le grandi questioni di senso, ma semmai di scostarle o sospenderle. Questa scelta è piuttosto resa possibile dal progetto leopardiano di un’umanità nuova, quale si va disegnando, ora per via negativa ora anche in modo affermativo come nella Ginestra; un’umanità nuova nella quale il diritto di porre le più alte domande di senso sia riconosciuto ad ogni singolo individuo. Leopardi vagheggia un’umanità liberata da ogni forma di delega intellettuale, non più divisa fra quanti hanno il diritto di porre le domande filosofiche e coloro, molto più numerosi, che hanno al massimo il diritto di accoglierle; e immagina un «onesto e retto conversar cittadino», cioè un dialogo fra gli umani che può essere costruito soltanto a partire dal diritto di ogni singolo individuo, foss’anche il pastore nomade e analfabeta della lontanissima e favolosa Asia, di porre le più alte domande di senso. La modernità come Leopardi la immagina dovrebbe essere insomma la possibilità per tutti di ereditare il gesto audace del titano preromantico, così che l’uomo comune possa infine coincidere con l’eroe alfieriano salito sulle scene per far guerra ai tiranni. La modernità come Leopardi la immagina dovrebbe essere quella in cui tutta l’umanità diviene erede del grande pensiero dell’Illuminismo, e anzi di tutta la maggiore tradizione filosofica, così che depositario del sapere non sia un ceto separato e speciale ma l’umanità nel suo insieme.

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“La luce lunare ha questa doppia capacità: da una parte nasconde le cose nell’ombra, dall’altra, proprio perché c’è la luce nell’ombra, le rivela; insieme vela e rivela le cose, le nasconde e le mostra. Nella luce lunare le cose sono indefinite, i contorni non li vediamo bene, però vediamo che c’è un albero, un muro, una siepe, una strada, ecc.. […] Quando sorge la luna nei componimenti di Leopardi, il poeta non solo la guarda, ma comincia, attraverso la luce lunare, a rivolgersi verso di sé, alla propria interiorità. […] Quando appare la luna, notiamo l’apertura di un teatro interiore, cioè il poeta mette in scena un “io” lirico, che non va identificato con l’ “io” biografico, ma che sta ad indicare anche l’“io” di un qualunque lettore. Dobbiamo leggere la poesia non come pura rappresentazione di un “io” dell’autore, ma come rappresentazione di un teatro in cui siamo noi e il “tu” convocati accanto a quell’“io”. […] Quando appare la luna, lo sguardo del poeta si muove verso la propria interiorità, verso la coscienza, le ombre della coscienza; è come se con la sua luce la luna volesse scoprire qualcosa che è nascosto dietro le ombre, rivelasse ciò che è nascosto nella coscienza, qualcosa che abbiamo dimenticato. Il poeta con questa luce fa muovere verso la lingua qualcosa che era perduto, nascosto: ecco l’infanzia, il ricordo che viene dall’infanzia, quello che Leopardi chiama ricordanza. Questa luce lunare non solo rivela il paesaggio e lo vela allo stesso tempo, ma rivela qualcosa che è nascosto nel paesaggio interiore, dentro la coscienza, nelle ombre della coscienza, e che possiamo chiamare oblio, qualcosa di dimenticato, un ricordo dell’infanzia, un’immagine che sale da lontano, che era perduta e che il poeta coglie nel linguaggio e fa vivere nel linguaggio. Perché la poesia ha questo compito: come dice Foscolo, “vince di mille secoli il silenzio”, cioè la poesia trapassa il tempo della dimenticanza. […] Le cose vissute sono ancora nel nostro corpo, nella nostra mente, ma sono chiuse, sigillate, e ci sono delle occasioni esterne – per Leopardi è il sorgere della luna, per Proust un raggio di luce, il volo di un uccello radente sul ramo di un albero, il campanile percepito in lontananza a una curva della strada – insomma c’è una cosa inattesa che all’improvviso rivela ciò che abbiamo dimenticato.
La poesia è il linguaggio che accoglie quello che è dimenticato, è in relazione con il tempo. […] Leopardi aveva il senso forte dell’irreversibile, cioè che il tempo arriva e si allontana. Mentre nello spazio c’è la possibilità di tornare indietro, nel tempo questo non è possibile. La poesia è quell’insieme di ritmi, di tecniche, di regole che accoglie dal tempo finito qualcosa che di per sé non potrebbe tornare; la poesia trafora l’irreversibilità del tempo e fa apparire qualcosa che era sparito. Leopardi nelle Ricordanze fa apparire le immagini della sua infanzia, della sua adolescenza. Quando è a Pisa, nel ‘27, comincia a pensare improvvisamente ad una figura, ad una voce che non sente più e che torna nella sua mente: è il canto di una ragazza che aveva ascoltato nella prima giovinezza: il canto della tessitrice, di Silvia. E così nasce la poesia A Silvia, e Silvia diventa presente: “Silvia, rimembri ancora” – il poeta si rivolge a Silvia come se fosse lì, accanto a lui – “quel tempo della tua vita mortale, / quando beltà splendea / negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi”. […] questi due aggettivi ridenti e fuggitivi ‒ non sono mai stati usati nella poesia italiana in questo modo. È stata usata la parola ridente per descrivere gli occhi di Beatrice, anche da Petrarca per Laura e dagli stilnovisti, oppure l’aggettivo fuggitivo è usato da Tasso, ma ridenti e fuggitivi insieme viene usato da Leopardi come un hapax, come una cosa insolita, causando un effetto straordinario. Così nasce A Silvia, così nascono altri versi leopardiani: attraverso questo tempo irreversibile – che è oblio, prigione, perdita, mancanza, fine – torna qualcosa; la poesia rende vivo quel che non c’è, ravviva, permette che una cosa che non c’è più torni ad essere nel linguaggio, diventi una presenza. Questa è la forza della poesia: portare alla presenza qualcosa che non c’è più”.

Antonio Prete. Incontro con Antonio Prete su Giacomo Leopardi, Università popolare ‘Aldo Vallone’ di Galatina, in <http://www.unigalatina.it/index.php?option=com_content&view=article&id=187:incontro-con-antonio-prete-su-giacomo-leopardi&catid=34:criticaletteraria&Itemid=71 (7 dicembre 2010)

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