Cesare: la battaglia di Alesia

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Caesar, De bello Gallico, VII, 69

Ipsum erat oppidum Alesia, in colle summo admodum edito loco, ut nisi obsidione expugnari non posse videretur. Cuius collis radices duo duabus ex partibus flumina subluebant. Ante id oppidum planities circiter milia passuum III in longitudinem patebat; reliquis ex omnibus partibus colles mediocri interiecto spatio pari altitudinis fastigio oppidum cingebant. Sub muro quae pars collis ad orientem solem spectabant, hunc omnem locum copiae Gallorum compleuerant fossamque et maceriam in altitudinem VI pedum praeduxerant. Eius munitionis quae ab Romanis instituebatur circuitus X milia passuum tenebat. Castra opportunis locis erant posita ibique castella XXIII facta; quibus in castellis interdiu stationes ponebantur, ne qua subito eruptio fieret: haec eadem noctu excubitoribus ac firmis praesidiis tenebantur.

ALESIA: documentario in lingua francese (immagini del sito di Alesia e ricostruzione animata degli eventi). CLICCA QUI.

L’assedio di Alesia: documentario da “Atlantide” (LA7).

La resa di Vercingetorige (De Bello gallico, 89 1)

Postero die Vercingetorix, concilio convocato, id bellum suscepisse se non suarum necessitatum,  sed communis libertatis causa demonstrat, et quoniam sit Fortunae cedendum, ad utramque rem se illis offerre, seu morte sua Romanis satisfacere seu vivum tradere velint. Mittuntur de his rebus ad Caesarem legati.  Iubet arma tradi, principes produci. Ipse in munitione pro castris consedit; eo duces producuntur. Vercingetorix deditur, arma proiciuntur.  Reservatis Haeduis atque Arvernis, si per eos civitates recuperare posset, ex reliquis captivis toti exercitui capita singula praedae nomine distribuit

Dal film Vercingetorix (2001).

Dal film  The siege of Alesia.

Per la classe terza E:  nell’area riservata del sito  www.illuminations.tk  (Sezione Classi terze – Latino)  è disponibile la guida per lo studio degli ultimi capitoli del libro VII del De bello Gallico.

De bello gallico: quale giudizio?

“Una campagna provocata a freddo, senza un vero pericolo, una vera minaccia; la distruzione della precedente civiltà lentamente soppiantata dalla romanizzazione; un genocidio di impressionanti proporzioni secondo la convergente testimonianza di Plinio e di Plutarco. Il tutto per una finalità che, nel principale protagonista e motore dell’impresa, è chiaramente la cinica utilizzazione di un siffatto genocidio per la lotta politica interna. […] La concezione estatica, perciò, così frequente al cospetto della conquista cesariana della Gallia, vista come un’altra delle “orme” che una sorta di provvidenza della storia avrebbe voluto lasciare sul terreno per il suo tramite, rischia di essere davvero fuorviante. Essa fu fatta propria da grandi interpreti, come Mommsen e numerosi altri dopo di lui, i quali non solo hanno nobilitato quella feroce conquista ponendola sullo stesso piano della ellenizzazione dell’Oriente per opera di Alessandro, ma soprattutto hanno accreditato a Cesare una intenzione weltgeschichtliche (‘storica di portata universale’), che forse non albergava nella mente del proconsole delle Gallie, e certo non fa neanche lontanamente capolino dai suoi pur forbiti e finemente elaborati commentarii su quella quasi decennale impresa guerresca. […]

Il “libro nero” della conquista romana della Gallia lo scrisse Plinio il Vecchio, nel settimo libro della Storia naturale (91-99). È un “libro nero” – per usare un’espressione ora in voga – di straordinaria durezza. Vengono lì messi a paragone i crimini di Cesare con il ben diverso bilancio della lunga carriera politico-militare di Pompeo. Senza contare i moltissimi morti causati dalla guerra civile, provocata da Cesare col passaggio del Rubicone, quattro anni di efferata guerra fratricida dovuta all’ambizione di un uomo, senza procedere dunque a questa contabilità relativa al conflitto civile, bisogna ricordare – scrive Plinio – il 1200000 morti massacrati da Cesare al solo fine di conquistare la Gallia. “Io non posso porre – dice Plinio – tra i suoi titoli di gloria un così grave oltraggio da lui arrecato al genere umano”. E accusa Cesare di avere per giunta occultato le cifre del grande massacro: “non rivelando l’entità del massacro causato dalle guerre civili, Cesare ha riconosciuto l’enormità del suo crimine” (VIII, 92).  Storici più compiacenti, come Velleio Patercolo, parlano di 400000 morti in Gallia e altrettanti e più prigionieri (II, 47, 1). Plutarco conosce la cifra «tonda» di un milione di vittime e un milione di prigionieri (Pompeo 67, 10; Cesare 15, 5). E nella vita di Catone minore parla di 300000 Germani uccisi (51, 1). Appiano, nei frammenti del Libro celtico (1, 12), racconta di 400000 morti soltanto nella campagna contro gli Usipeti e i Tenderli (55 a.C.).
In Plutarco non vi è peraltro alcun accento critico quando vengono fornite quelle cifre. Al contrario esse sono parte essenziale di un raffronto tra Cesare e tutti gli altri condottieri romani, a tutto vantaggio di Cesare. E quei massacri e quelle masse sterminate di prigionieri sono – per il biografo greco – indizio di maggiore grandezza. È in Plinio che si manifesta, con toni di forte indignazione, la condanna morale nei confronti del crimine cesariano, dell’offesa – come egli dice – all’umanità. Cesare stesso peraltro non aveva avuto, su questo punto, un atteggiamento occultatore.  Ecco, per fare un solo esempio, come narra la carneficina dei Belgi in fuga: “Fu massacrata tanta moltitudine di nemici quanta fu la durata del giorno. Al tramonto del sole i soldati smisero d’inseguire e si ritirarono, sì come era l’ordine, negli accampamenti”. […] Naturalmente la romanizzazione della Gallia è fenomeno di tali proporzioni storiche da imporre la domanda se la contabilità dei morti proposta da Plinio con estrema chiarezza (e con l’accusa bruciante a Cesare di aver nascosto le cifre) non debba tuttavia cedere il passo, in sede di bilancio storico, a quello che può considerarsi l’evento cruciale nella formazione dell’Europa medievale e poi moderna: la romanizzazione dei Celti, dovuta appunto alla conquista cesariana.
L. Canfora, Giulio Cesare. Il dittatore democratico, Laterza, Bari-Roma 2006, 132 e ss.

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