Le similitudini nella Commedia

E come all’orlo dell’acqua d’un fosso
stanno i ranocchi pur col muso fori,
sí che celano i piedi e l’altro grosso,

sí stavan d’ogne parte i peccatori;
ma come s’appressava Barbariccia,
cosí si ritraén sotto i bollori.
INFERNO, Canto XXII,  vv. 25 e sgg.

“Nella retorica classica la similitudo era o un elemento della argumentatio, in funzione di probatio, e dunque di supporto al ragionamento dell’oratore, oppure una forma di ornatus, mirata ad arricchire e a rendere piú chiaro il discorso attraverso la comparazione di un fenomeno, un evento, una situazione che voglia rappresentarsi, ad altra che rientri nella sfera dell’esperienza comune di coloro alla quale viene proposta.
La retorica medievale ne aveva in verità condannato l’uso: «Hoc autem modernis non licet» aveva avvertito Matteo di Vendôme nella sua Ars versificatoria (IV 5), databile alla seconda metà del secolo XII.
Ma Dante ha seguíto, come sempre, una sua propria e autonoma strada, e la similitudine ha nella Commedia un’alta frequenza con forte rilievo stilistico ma anche narrativo, resa tanto piú necessaria dalle esigenze comunicative di realtà straordinarie quali quelle trattate nel poema, da rapportare alle possibilità di immaginazione del lettore comune. In una sorta di censimento fattone nella seconda metà dell’Ottocento da Luigi Venturi sono state registrate nella Commedia non meno di 597 similitudini, con una media dunque di circa sei per canto, variamente distribuite e di varia tipologia e ampiezza: dal piú o meno breve richiamo a un’immagine del mondo reale all’ampia costruzione narrativa, con elaborata costruzione del termine di confronto, finalizzate sia a offrire al lettore un riferimento al suo bagaglio di esperienza di vita vissuta, condivisa con l’autore, testimone di una vicenda fuori dell’ordinario, sia – o anche – a un’incidenza “tonale” sul quadro o sulla situazione rappresentata.” LEGGI TUTTO…

ENCICLOPEDIA DANTESCA: voce SIMILITUDINE.

“Delle s. che appaiono nella Commedia, la maggior parte si riferisce a dati sensitivi e reali legati con fenomeni della natura, il cielo, il sole, l’aurora, la luna, le stelle, il vento, il fuoco, l’acqua, la neve, la terra, le piante, i fiori, gli animali, la luce, i colori, oppure ad aspetti concreti dell’uomo, alla sua vita fisica, alla sua attività relazionale, ai suoi affetti; anche le nozioni di tempo e di spazio sono riportate sempre a fatti dell’esperienza sensitiva. Solo un decimo delle s. ha come termine di riferimento un dato propriamente culturale, solitamente ricavato dalla Sacra Scrittura e, non meno, dalla mitologia antica. Occorre precisare che, fra i due campi, quello dell’esperienza diretta e quello culturale, non c’è differenza circa il grado di verità, poiché nel secondo caso la verità è garantita dall’autorità della tradizione. […]
Un altro criterio di raggruppamento sistematico delle s. dantesche è quello fondato sulla diversa natura del primo termine, cioè del dato che la s. è chiamata a porre in evidenza nei suoi particolari caratteri. Atteggiamenti corporei e stati d’animo, aspetti particolari del paesaggio, caratterizzazione sensitiva di cose e di eventi, obiettivazione analogica di nozioni astratte, costituiscono ampie sezioni, nelle quali trova posto questo aspetto tipico della creatività dantesca.
Un numero assai cospicuo di s. è costituito da quelle nelle quali una particolare circostanza di comportamento o di coscienza si rifà a un analogo atteggiamento umano assunto come tipico.”

Nel Paradiso, in particolare:

“Come vera e propria necessità di espressione, la s. appare nei casi in cui l’intuizione astratta trova in un’immagine concreta un tramite necessario di comunicabilità. Il caso si pone, anzitutto, per l’istanza di rappresentare esperienze sensitive rare; si pensi, per ricordarne una certo fra le più belle, alla s. con cui, in Pd XXIII 25 ss., il poeta rende l’immagine del viso di Beatrice splendente di letizia: Quale ne’ plenilunïi sereni / Trivïa ride tra le ninfe etterne.”

Pariemi che ‘l suo viso ardesse tutto,
e li occhi avea di letizia sì pieni,
che passarmen convien sanza costrutto.

Quale ne’ plenilunïi sereni
Trivïa ride tra le ninfe etterne
che dipingon lo ciel per tutti i seni,

vid’ i’ sopra migliaia di lucerne
un sol che tutte quante l’accendea,
come fa ‘l nostro le viste superne;

e per la viva luce trasparea
la lucente sustanza tanto chiara
nel viso mio, che non la sostenea.

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