Archivi del giorno: 08/11/2012

L’Inno di Mameli sarà insegnato a scuola


Via libera definitivo dell’aula del Senato al ddl che prevede l’insegnamento dell’inno di Mameli («Il Canto degli italiani») nelle scuole. I sì sono stati 208, i no 14, astenuti 2: hanno votato a favore tutti i gruppi, ad eccezione della Lega (ma molti senatori leghisti per protesta hanno abbandonato l’aula prima del voto) e Diana De Feo del Pdl. Il provvedimento diventa quindi legge.
LA GIORNATA DEL TRICOLORE – Dal 14 ottobre l’inno di Mameli «provvisoriamente» è l’inno della Repubblica italiana, anche se non è inserito nella Costituzione. Il disegno di legge per insegnarlo nelle scuole è stato approvato dalla Camera a giugno. Con la legge approvata giovedì si istituisce anche la «Giornata dell’Unità nazionale, della Costituzione, dell’inno e della bandiera» nel giorno del 17 marzo in ricordo del giorno in cui, nel 1861, fu proclamata, a Torino, l’unità d’Italia.
ANNO SCOLASTICO IN CORSO – Le lezioni scatteranno già quest’anno: «sono organizzati percorsi didattici, iniziative e incontri celebrativi finalizzati ad informare e a suscitare la riflessione sugli eventi e sul significato del Risorgimento nonchè sulle vicende che hanno condotto all’Unità nazionale, alla scelta dell’inno di Mameli e della bandiera nazionale e all’approvazione della Costituzione, anche alla luce dell’evoluzione della storia europea».
I PRESIDI: «METODI OTTOCENTESCHI» – Alcune critiche al provvedimento arrivano, però, dai responsabili delle scuole: «Niente da dire sui contenuti, ma molto da ridire sul metodo – commenta il presidente del’Associazione nazionale dei presidi Giorgio Rembado all’agenzia Agi – È una visione ottocentesca. Il fatto che il Parlamento si occupi dei contenuti dell’insegnamento è anacronistico e sbagliato. Non compete a Camera e Senato dire cosa bisogna studiare a scuola, piuttosto dare indirizzi strategici». Rembado sottolinea che da anni il ministero non fornisce più programmi, ma solo linee guida, e quindi solo obiettivi programmatici. «Trovo giusto che gli studenti imparino l’Inno di Mameli e conservino la memoria del Risorgimento e dell’Unità d’Italia – conclude – ma non che questo sia per legge dello Stato».

“Corriere della Sera”, Redazione Online 8 novembre 2012

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Le similitudini nella Commedia

E come all’orlo dell’acqua d’un fosso
stanno i ranocchi pur col muso fori,
sí che celano i piedi e l’altro grosso,

sí stavan d’ogne parte i peccatori;
ma come s’appressava Barbariccia,
cosí si ritraén sotto i bollori.
INFERNO, Canto XXII,  vv. 25 e sgg.

“Nella retorica classica la similitudo era o un elemento della argumentatio, in funzione di probatio, e dunque di supporto al ragionamento dell’oratore, oppure una forma di ornatus, mirata ad arricchire e a rendere piú chiaro il discorso attraverso la comparazione di un fenomeno, un evento, una situazione che voglia rappresentarsi, ad altra che rientri nella sfera dell’esperienza comune di coloro alla quale viene proposta.
La retorica medievale ne aveva in verità condannato l’uso: «Hoc autem modernis non licet» aveva avvertito Matteo di Vendôme nella sua Ars versificatoria (IV 5), databile alla seconda metà del secolo XII.
Ma Dante ha seguíto, come sempre, una sua propria e autonoma strada, e la similitudine ha nella Commedia un’alta frequenza con forte rilievo stilistico ma anche narrativo, resa tanto piú necessaria dalle esigenze comunicative di realtà straordinarie quali quelle trattate nel poema, da rapportare alle possibilità di immaginazione del lettore comune. In una sorta di censimento fattone nella seconda metà dell’Ottocento da Luigi Venturi sono state registrate nella Commedia non meno di 597 similitudini, con una media dunque di circa sei per canto, variamente distribuite e di varia tipologia e ampiezza: dal piú o meno breve richiamo a un’immagine del mondo reale all’ampia costruzione narrativa, con elaborata costruzione del termine di confronto, finalizzate sia a offrire al lettore un riferimento al suo bagaglio di esperienza di vita vissuta, condivisa con l’autore, testimone di una vicenda fuori dell’ordinario, sia – o anche – a un’incidenza “tonale” sul quadro o sulla situazione rappresentata.” LEGGI TUTTO…

ENCICLOPEDIA DANTESCA: voce SIMILITUDINE.

“Delle s. che appaiono nella Commedia, la maggior parte si riferisce a dati sensitivi e reali legati con fenomeni della natura, il cielo, il sole, l’aurora, la luna, le stelle, il vento, il fuoco, l’acqua, la neve, la terra, le piante, i fiori, gli animali, la luce, i colori, oppure ad aspetti concreti dell’uomo, alla sua vita fisica, alla sua attività relazionale, ai suoi affetti; anche le nozioni di tempo e di spazio sono riportate sempre a fatti dell’esperienza sensitiva. Solo un decimo delle s. ha come termine di riferimento un dato propriamente culturale, solitamente ricavato dalla Sacra Scrittura e, non meno, dalla mitologia antica. Occorre precisare che, fra i due campi, quello dell’esperienza diretta e quello culturale, non c’è differenza circa il grado di verità, poiché nel secondo caso la verità è garantita dall’autorità della tradizione. […]
Un altro criterio di raggruppamento sistematico delle s. dantesche è quello fondato sulla diversa natura del primo termine, cioè del dato che la s. è chiamata a porre in evidenza nei suoi particolari caratteri. Atteggiamenti corporei e stati d’animo, aspetti particolari del paesaggio, caratterizzazione sensitiva di cose e di eventi, obiettivazione analogica di nozioni astratte, costituiscono ampie sezioni, nelle quali trova posto questo aspetto tipico della creatività dantesca.
Un numero assai cospicuo di s. è costituito da quelle nelle quali una particolare circostanza di comportamento o di coscienza si rifà a un analogo atteggiamento umano assunto come tipico.”

Nel Paradiso, in particolare:

“Come vera e propria necessità di espressione, la s. appare nei casi in cui l’intuizione astratta trova in un’immagine concreta un tramite necessario di comunicabilità. Il caso si pone, anzitutto, per l’istanza di rappresentare esperienze sensitive rare; si pensi, per ricordarne una certo fra le più belle, alla s. con cui, in Pd XXIII 25 ss., il poeta rende l’immagine del viso di Beatrice splendente di letizia: Quale ne’ plenilunïi sereni / Trivïa ride tra le ninfe etterne.”

Pariemi che ‘l suo viso ardesse tutto,
e li occhi avea di letizia sì pieni,
che passarmen convien sanza costrutto.

Quale ne’ plenilunïi sereni
Trivïa ride tra le ninfe etterne
che dipingon lo ciel per tutti i seni,

vid’ i’ sopra migliaia di lucerne
un sol che tutte quante l’accendea,
come fa ‘l nostro le viste superne;

e per la viva luce trasparea
la lucente sustanza tanto chiara
nel viso mio, che non la sostenea.

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