Simbolismo medievale: i bestiari

Bestiari medievali:  CLICCA QUI. Una recente rassegna: CLICCA QUI.

Il sito della mostra sui bestiari della biblioteca Nazionale di Francia: http://expositions.bnf.fr/bestiaire/index.htm

LETTURA:

Jacques Le Goff, La civiltà dell’Occidente medievale, Einaudi, Torino, 1981

Nel pensiero medievale, “ogni oggetto materiale era considerato come la figurazione di qualcosa che gli corrispondeva su un piano più elevato e che diventava così il suo simbolo”. Il simbolismo era universale, e il pensare era una continua scoperta di significati nascosti, una costante, “ierofania”. […]
Anzi il simbolismo medievale cominciava al livello delle parole. Nominare una cosa era già spiegarla. Isidoro di Siviglia l’aveva detto e, dopo di lui, l’etimologia fiorisce nel Medioevo come una scienza fondamentale. Nominare è conoscere, è possedere le cose, le realtà. In medicina la diagnosi è già guarigione nel pronunciare il nome della malattia. Quando il vescovo o l’inquisitore ha potuto dichiarare un sospetto “eretico”, l’essenziale è fatto, il nemico è stato interpellato, smascherato. Le parole e le cose non si oppongono: le une sono i simboli delle altre.  Se il linguaggio per gli intellettuali è un velo della realtà, è anche la chiave, lo strumento adeguato di questa realtà. “La lingua – dice Alano di Lilla – è la mano fedele della mente” e per Dante la parola è un segno totale che scopre la ragione e il senso:
“rationale signum et sensuale”. […]
Un grande serbatoio di simboli è la natura. Gli elementi dei diversi ordini naturali sono gli alberi di questa foresta di simboli. Minerali, vegetali, animali sono tutti simboli anche se la tradizione si contenta di privilegiarne alcuni: fra i minerali le pietre preziose che colpiscono la sensibilità per il colore e evocano i miti della ricchezza, fra i vegetali le piante e i fiori citato nella Bibbia, fra gli animali le bestie esotiche, leggendarie e mostruose che solleticano il gusto medievale per lo stravagante. Lapidari, florari, bestiari dove sono catalogati e spiegati quei simboli sono in primo piano nella biblioteca ideale del Medioevo.
Pietre e fiori caricano il significato simbolico con le loro virtù benefiche o nefaste. Le pietre gialle o verdi, per omeopatia colorata, guariscono l’itterizia e le malattie del fegato; quelle rosse le emorragie e i flussi di sangue. La sardonica rossa significa il Cristo che sparge il suo sangue sulla croce per l’umanità, il berillo trasparente attraversato dal sole indica il cristiano illuminato dal Cristo. I florari sono affini agli erbari e introducono nel pensiero medievale il mondo dei “semplici”, delle ricette familiari e dei segreti delle erboristerie monastiche. Il grappolo di uva ricorda il Cristo, che ha dato il suo sangue per l’umanità, in un’immagine simboleggiata dal torchio mistico; la Madonna è rappresentata dall’olivo, il giglio, il mughetto, la violetta, la rosa. San Bernardo sottolinea che la Vergine è simboleggiata tanto dalla rosa bianca, che indica la vergini là, quanto dalla rosa rossa che rende sensibile la sua carità. La biondella, che ha il gambo quadrangolare, guarisce dalla febbre quartana; mentre la mela è il simbolo del male e la mandragora è afrodisiaca e demoniaca: quando la si strappa stride e chi la sente o muore o diventa pazzo. In questi due casi l’etimologia serve a chiarire i concetti per gli uomini del Medioevo: la mela è in latino malum, che significa anche il male, e la mandragora è il drago umano (mandrake in inglese).
Il mondo animale è soprattutto l’universo del male. Lo struzzo che depone le uova nella sabbia e dimentica di covarle è l’immagine del peccatore che dimentica i suoi doveri verso Dio, il caprone è il simbolo della lussuria, lo scorpione che punge con la sua coda è l’incarnazione della falsità e principalmente del popolo ebraico. Il simbolismo del cane è diretto in due sensi: la tradizione antica ne fa una rappresentazione dell’impurità, mentre la tendenza della società feudale lo riabilita come animale nobile, indispensabile compagno del signore nella caccia, simbolo della fedeltà, la più considerata fra le virtù feudali. Ma gli animali favolosi sono tutti satanici, vere immagini del Diavolo: aspide, basilisco, drago, grifo. Il leone e il liocorno sono ambigui. Simboli della forza e della purezza, possono anche essere quelli della violenza e dell’ipocrisia. Il liocorno d’altra parte si idealizza alla fine del Medioevo, quando diventa di moda e è immortalato nella serie delle tappezzerie con la Dama del Liocorno.
Il simbolismo medievale ha trovato) un campo di applicazione particolarmente vasto nella ricchissima liturgia cristiana, e prima di tutto nell’interpretazione stessa dell’architettura religiosa. Honorius Augustodunensis ha spiegato il senso dei due tipi principali di piante chiesastiche. Nei due casi: la pianta rotonda e la pianta a forma di croce, si tratta di un’immagine della perfezione. Che la chiesa rotonda sia l’immagine della perfezione circolare, si capisce facilmente. Ma non bisogna vedere nella pianta a croce solamente la figurazione della crocifissione del Cristo: è piuttosto la forma “ad quadratum” a immagine dei quattro punti cardinali e a sintesi dell’universo. Nei due casi la chiesa è microcosmo.
Fra le forme più essenziali del simbolismo medievale, quello dei numeri ha avuto una parte di primo piano: struttura del pensiero, esso è stato uno dei concetti informatori dell’architettura. La bellezza viene dalla proporzione, dall’armonia, donde la preminenza della musica come scienza del numero. «Conoscere la musica – dice Tommaso di York – è conoscere l’ordine di tutte le cose». […] Il numero è la misura delle cose. Come la parola, il numero aderisce alla realtà.

NOTE:
«ierofania»: il termine, derivato dal greco (dall’aggettivo hieròs = sacro e dal verbo fàinein= apparire), significa apparizione, manifestazione del sacro.
Isidoro di Siviglia: nato nel 570 ca, vescovo di Siviglia dal 600 ca, esercitò una vasta influenza sulla cultura medievale per i suoi 20 Libri di Etimologia.
omeopatia colorata: come nella medicina omeopatica si usano, per curare una malattia, le stesse sostanze che la provocano, così in questo caso la pietra gialla guarirebbe dall’itterizia che ha come sintomo il pallore del viso e il giallo della cornea.

FRANCO CARDINI, Mostri, belve, animali nell’immaginario medievale. CLICCA QUI. 

Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti: Bestiari medievali, tra mito e scienza. Intervengono Francesco Mezzalira e Francesco Zambon; coordina Alessandro Minelli. CLICCA QUI.

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Da Michel Pastoureau, Bestiari del Medioevo, Giulio Einaudi editore, Torino, 2012

LA ZOOLOGIA MEDIEVALE.

Il cervo vive mille anni. Il cinghiale ha due corna sul grugno. La donnola concepisce i piccoli attraverso la bocca e li partorisce dall’orecchio. Il toro perde le forze se viene legato a un fico. Il caprone ha sempre la fi; il suo sangue è così caldo che perfora il diamante. Lo struzzo è una specie di cammello in grado di ingoiare qualsiasi cosa, compresi gli oggetti di metallo. La lince è un gigantesco verme bianco il cui sguardo trapassa i muri.
La iena cambia sesso a suo piacimento. Quanto alla rondine, mangia, beve e dorme volando.
Ecco alcune affermazioni che si possono trovare nei bestiari medievali, quegli strani «libri di animali» che parlano delle diverse specie zoologiche non tanto per descriverle oggettivamente e ancor meno per studiarle in maniera scientifica, ma piuttosto per trarne significati morali e religiosi. Non sono trattati di storia naturale, almeno non nel senso comune del termine, ma opere che parlano degli animali per meglio parlare di Dio, di Cristo, della Vergine, a volte dei santi, e soprattutto del diavolo, dei demoni e dei peccatori. Se si soffermano sulle «proprietà» delle bestie e sulle meraviglie delle loro varie «nature», non è per dissertare della loro anatomia, etologia o biologia, ma per celebrare la Creazione e il Creatore, per trasmettere le verità della fede, per invitare i fedeli a emendarsi. Proprio per questo, l’influenza dei bestiari è stata molto più grande che se si fosse trattato di semplici manuali di storia naturale. A partire dal XII secolo, tale influenza si fa sentire in numerosi ambiti: la predicazione, la letteratura allegorica, la scultura romanica […].

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[…] la zoologia medievale non è la zoologia moderna. Essa non deve essere studiata – e ancora meno giudicata! – sul metro delle nostre attuali cognizioni, della nostra sensibilità, della nostra etica. Sarebbe non soltanto anacronistico, ma anche assurdo. Inoltre, vorrebbe dire che non abbiamo la più pallida idea di cos’è la Storia. Del resto, le nozioni di oggi non sono verità assolute ma solo una tappa nell’evoluzione della conoscenza; tra qualche secolo faranno probabilmente sorridere i successori dei più stimati zoologi contemporanei, così come questi ultimi talvolta sorridono davanti alle affermazioni dei loro predecessori ottocenteschi. Il tempo è fatto così: in ogni epoca si crede di aver raggiunto la verità, o almeno una certa verità. Lo storico deve esserne cosciente e tenerne continuamente conto, non soltanto nelle sue indagini e riflessioni, ma anche nei giudizi. Al massimo, può fare qualche paragone: accettando però che la scienza e le sue applicazioni mutino a seconda delle epoche e delle società.
A differenza di quanto generalmente si creda, gli uomini del Medioevo sapevano osservare assai bene la fauna e la flora, ma non pensavano affatto che ciò avesse un rapporto con il sapere, né che potesse condurla alla verità. Quest’ultima non rientra nel campo della fisica, ma della metafisica: il reale è una cosa, il vero un’altra, diversa. Allo stesso modo, copisti e illustratori sarebbero stati perfettamente in grado di raffigurare gli animali in maniera realistica, eppure iniziarono a farlo solo al termine del Medioevo. Dal loro punto di vista, infatti, le rappresentazioni convenzionali – quelle che si vedono nei bestiari miniati – erano più importanti e veritiere di quelle naturalistiche. Per la cultura medievale, preciso non significa vero. Del resto, cos’è una rappresentazione realistica se non una forma di rappresentazione convenzionale come tante altre? Non è radicalmente diversa né costituisce un progresso. Se non si cogliesse questo aspetto, non si capirebbe niente né dell’arte medievale né della storia delle immagini. Nell’immagine tutto è convenzione, compreso il «realismo».
Uno storico della zoologia medievale deve anche considerare che molti concetti oggi per noi familiari, all’epoca erano sconosciuti. La nozione di mammifero, per esempio, benché più o meno riconosciuta già da Aristotele – che però non ne faceva un elemento essenziale delle sue classificazioni -, nel Medioevo non esiste. Bisognerà aspettare l’Illuminismo perché qualche scienziato, come Linneo, le conferisca una certa importanza nell’organizzazione del mondo animale. Stessa cosa per le nozioni di cetaceo, di rettile, di batrace, che appaiono veramente solo a cavallo tra il Sette e l’Ottocento e che portano, assai tardi, alla separazione o al raggruppamento di specie la cui parentela era rimasta a lungo incerta. Anche l’idea di insetto non rientra nelle conoscenze antiche e medievali; emerge a pieno titolo solo nel Cinquecento, dando a poco a poco origine a un ambito di studi specifico, l’entomologia.
Nessuna di queste nozioni può essere proiettata così com’è, senza le dovute cautele, sul sapere medievale. Gli autori di bestiari, di enciclopedie, di testi letterari di argomento zoologico, o di opere riguardanti l’allevamento, l’agronomia e perfino la medicina veterinaria, catalogavano ed elencavano la fauna in base ad altri principi. I loro criteri di classificazione erano profondamente diversi dai nostri, che abbiamo per lo più ereditato dai sistemi proposti dai grandi naturalisti del Sette e Ottocento (Linneo, Lamarck, Cuvier, Geoffroy Saint-Hilaire e qualche altro).
Come gli autori greci e latini, quelli del Medioevo distinguono nella maggior parte dei casi cinque grandi famiglie: i quadrupedi, gli uccelli, i pesci, i serpenti e i vermi. Ciascuna specie si colloca all’interno di una di queste categorie, i cui contorni sono ampi, elastici, aperti. I «pesci», per esempio, oltre ai pesci propriamente detti, comprendono la maggior parte delle creature che vivono in acqua, inclusi i cetacei e i mammiferi marini, così come esseri per noi assolutamente chimerici: la sirena, il monaco di mare, l’enigmatica serra. Quanto alla categoria dei vermi (vermes), include tutti gli animali di piccole dimensioni che non rientrano in nessuna delle classificazioni precedenti: larve e parassiti, ma anche roditori, insetti, batraci, gasteropodi e qualche volta addirittura le conchiglie. Una parte dei nostri molluschi e dei crostacei, infatti, trova posto tra i pesci; l’altra tra i «vermi».
Questa è la classificazione generalmente adottata dagli autori dell’Antichità, ed è la stessa che ritroviamo nella maggior parte dei bestiari e delle enciclopedie del Medioevo. Per evitare anacronismi e seguire criteri rigorosamente storici ci atterremo ad essa per costruire la struttura di questo libro.
Libro che si propone di presentare ciò che i bestiari dicono di ogni animale, mettendolo in relazione con il contenuto di altri documenti scritti o illustrati. Nel Medioevo l’animale è onnipresente: in qualunque ambito documentario lo storico si avventuri, non può non incontrarlo. Sembra proprio che nel mondo occidentale nessun’altra epoca l’abbia tanto e così intensamente pensato, raccontato, rappresentato. Gli animali proliferano fin nelle chiese, occupando buona parte degli apparati decorativi e delle scene figurate che i sacerdoti, i fedeli e i monaci hanno quotidianamente sotto gli occhi. Con grande scandalo di certi prelati che,, come san Bernardo nel XII secolo, se la prendono con «i leoni feroci, le scimmie immonde, le tigri dal pelo macchiettato, i mostri ibridi, spaventosi centauri, i pesci con corpi da quadrupedi, gli animali che vivono a cavallo di uomini o di altri animali». Dato che il Medioevo copre circa un millennio, occorre saper distinguere i diversi fattori in gioco, contestualizzare i problemi, cogliere le differenze fra atteggiamenti tutt’altro che immutabili. La concezione che si ha del cane o del gatto, per esempio, non è la stessa all’epoca di Carlo Magno e in quella di Giovanna d’Arco.
Ma è anche importante sottolineare il grande interesse della cultura cristiana medievale per le bestie e come esso trovi espressione in due correnti di pensiero e in due sensibilità apparentemente contraddittorie. Da un lato, l’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, viene contrapposto all’animale, sottomesso e imperfetto, se non addirittura impuro. Dall’altro, in alcuni autori cristiani emerge il sentimento, più o meno diffuso, di un’autentica comunione fra tutti gli esseri viventi e di una parentela – non solo biologica – tra l’uomo e l’animale. Quest’ultimo può quindi diventare un modello per gli umani e a questo titolo viene citato dai teologi, dai moralisti e dai predicatori.
La prima corrente è quella dominante, il che spiega perché l’animale viene così spesso evocato, raccontato e rappresentato. Mettere a confronto l’uomo e l’animale e fare di quest’ultimo una creatura inferiore, se non addirittura uno strumento per mettere in risalto certi concetti, induce a parlarne costantemente, a chiamarlo in causa in ogni occasione, a trasformarlo nel luogo privilegiato di tutte le metafore e di tutti i simboli. Significa, insomma, «pensarlo simbolicamente», per riprendere la celebre formula di Claude Lévi-Strauss. La seconda corrente è in genere più discreta ma molto presente nei bestiari. Ereditata da Aristotele, l’idea di una comunità degli esseri viventi viene ripresa in un passo della Lettera ai Romani (8,21) in cui san Paolo afferma che gli animali sono «figli di Dio» e che Cristo è venuto sulla terra per salvare anche loro, insieme agli uomini.
Questo brano ha colpito profondamente i teologi. Alcuni si interrogano sul senso di tali parole. Davvero tutti gli animali sono «figli di Dio»? Davvero Cristo è venuto a salvare tutte le creature che vivono in questo mondo? Il fatto che Gesù sia nato in una stalla è per certi autori la prova che la Salvezza riguarda anche gli animali. Ma resuscitano dopo la morte? Vanno in cielo? Magari in un posto specificamente riservato a loro? Oppure sono destinati allo stesso paradiso e inferno degli uomini? Altri autori si interrogano sulla loro vita terrena. Possono lavorare di domenica? Bisogna imporre loro giorni di digiuno? Bisogna trattarli come esseri moralmente responsabili?
Simili quesiti – nel XIII e XIV secolo oggetto di dibattito anche nelle università -, e in generale tutte le domande che il Medioevo si pone sull’animale, sottolineano fino a che punto il cristianesimo ne abbia favorito la promozione: l’Antichità biblica e greco-romana lo trascurava o lo disprezzava; il Medioevo cristiano lo porta alla ribalta.
I bestiari ne sono la testimonianza libraria più significativa.
E anche la più prolissa. In effetti, questi libri dicono molte cose sugli animali, sulla loro natura, le loro proprietà, le loro senefiances – cioè significantia, significati: con una formula antico-francese che manterremo nel testo. E le enciclopedie ancora di più. Proprio per questo, nei capitoli che seguono non sarà possibile prendere in considerazione tutto, né presentare nei dettagli ogni specie animale, men che meno commentare gli insegnamenti che a ciascuna di esse si rifanno. Una selezione si impone: limiteremo perciò la nostra indagine a una sessantina di animali, quelli che si possono a ragione considerare le «stelle» dei bestiari medievali. Presenteremo gli altri in maniera più concisa, raggruppandoli al termine dei capitoli o parlandone nelle didascalie delle illustrazioni.
Quanto esporremo è il frutto di numerose ricerche su testi via via compilati tra l’XI e il XIV secolo, di cui proponiamo un florilegio e nello stesso tempo una sintesi. Attraverso di noi, sono gli autori del Medioevo a esprimersi, sia indirettamente, grazie al riassunto delle loro trattazioni su questo o quell’animale, sia direttamente, sotto forma di citazioni. Abbiamo espressamente introdotto nel libro numerosi estratti di testi: lasciare la parola agli autori medievali stessi ci è infatti sembrato il miglior modo per offrire al lettore un’idea precisa del contenuto dei bestiari e fargli meglio percepire lo scarto – immenso – che separa la zoologia medievale da quella di oggi.
Le appendici in fondo al volume comprendono tutti i necessari riferimenti: una presentazione dettagliata delle fonti consultate, le biografie degli autori citati, le edizioni di tutti i testi utilizzati, un’ampia bibliografia e un catalogo dei manoscritti miniati da cui sono state tratte le immagini riprodotte in queste pagine. E proprio attraverso le illustrazioni che il lettore può farsi un’idea di ciò che il mondo animale rappresentava per gli uomini e le donne del Medioevo. Un mondo differente da quello che conosciamo noi, un mondo ricco di simbologie e di fantasmi, un mondo che di volta in volta ci incuriosisce, ci affascina, ci invita al sogno.

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I BESTIARI: TESTI E IMMAGINI

Il Medioevo ci ha lasciato un gran numero di libri manoscritti dedicati in maniera specifica agli animali: raccolte di favole, enciclopedie zoologiche, trattati sulla caccia e la falconeria, opere di veterinaria, manuali di agronomia, di piscicoltura, di equitazione. In questi campi, tuttavia, questa età non si dimostra né pionieristica né particolarmente originale. Il mondo greco-romano aveva già prodotto, a volte in abbondanza, libri del genere, che non di rado hanno influenzato la produzione medievale.
Esiste, in compenso, un’intera tipologia di opere tipicamente medievali che riscosse un notevole successo nel XII e nel XIII secolo, soprattutto in Francia e in Inghilterra: i bestiari.
Questo termine sta a indicare quelle compilazioni che si propongono di descrivere le «proprietà» di un certo numero di bestie e di ricavarne insegnamenti morali e religiosi. Tali proprietà – reali o immaginarie – si riferiscono sia all’aspetto fisico dell’animale, sia al suo comportamento, alle sue abitudini, ai suoi rapporti con le altre specie, compresa quella umana, nonché a tutte le credenze e le leggende che lo riguardano. Prendiamo il leone, per esempio: nel Medioevo si diceva che dormisse con gli occhi aperti. Perciò, molti bestiari ne fanno un simbolo di vigilanza, spiegando così la sua presenza alle porte delle chiese: c’è chi arriva al punto da paragonarlo a Cristo, che nella tomba non dorme ma aspetta di risorgere, e addirittura a Dio, che tiene sempre gli occhi aperti e che, come invochiamo nelle preghiere, difende gli uomini dal male. Il porco, al contrario, che pensa solo a mangiare e che fruga continuamente per terra alla ricerca di cibo senza mai alzare gli occhi verso il cielo, è l’immagine dell’uomo peccatore che preferisce i beni materiali di quaggiù alla contemplazione di Dio e alla speranza in un mondo oltre la morte.
La trattazione dei bestiari si sviluppa così: basandosi sulle credenze riguardanti questo o quell’animale, o più semplicemente partendo dal suo nome o dal suo aspetto, procede per paragoni, metafore, etimologie o similitudini per poi dedicarsi a considerazioni morali o religiose. In questo senso, rispecchia perfettamente il pensiero medievale, che si costruisce quasi sempre intorno a una relazione di tipo analogico, ovvero fondata sulla somiglianza – più o meno vaga – tra due parole, due nozioni, due oggetti, o sulla corrispondenza tra una cosa e un’idea. Il pensiero analogico medievale si sforza di stabilire un legame tra qualcosa di evidente e qualcosa di nascosto; in particolare, tra ciò che è presente nel mondo di quaggiù e quanto invece si colloca tra le verità eterne dell’aldilà. Un vocabolo, una forma, un colore, un numero, un animale, un vegetale e perfino una persona possono così assumere un valore simbolico e in questo modo evocare, rappresentare o significare qualcosa di diverso da quanto pretendono di essere o di dimostrare. L’esegesi consiste nel riconoscere questa relazione tra la dimensione materiale e quella immateriale e nell’analizzarla per scoprire la verità occulta di esseri e cose.
Per i bestiari, dunque, studiare l’animale vuol dire anzitutto descriverlo, poi cercare e svelare i suoi significati nascosti, le sue senefiances, basandosi sulla Bibbia – i bestiari sono zeppi di citazioni bibliche -, sui Padri della Chiesa e sugli autori antichi più significativi (Aristotele, Plinio, Solino, Isidoro di Siviglia e qualche altro). Ogni animale appare come l’immagine di un’altra cosa che gli corrisponde su un piano superiore o immutabile e di cui esso è il simbolo. Il leone, per esempio, non soltanto è figura di Dio o di Cristo, ma anche il simbolo dell’autorità, della giustizia, della forza e della generosità. L’orso, che gli contende il titolo di re degli animali, è invece l’incarnazione del diavolo nonché il simbolo di numerosi vizi: ingordigia, pigrizia, collera e lussuria. Quanto alla volpe, altra incarnazione del Maligno, è l’immagine dell’astuzia, della menzogna e del tradimento; il suo pelo rossiccio, lo stesso colore dei capelli di Giuda e di tutti i traditori, sta li a dimostrarlo. Alcuni animali hanno una simbologia ambivalente. Se i bestiari vantano il coraggio del cinghiale, gli rimproverano però l’irascibilità e la collera. Il cervo, benché dotato di una forte dimensione cristologica, è presentato come un animale dalla sessualità smodata. Quanto al gallo, ammirevole nel difendere le galline dai nemici più forti di lui, è vanitoso e ridicolo sul suo mucchio di letame; inoltre, il suo canto non sempre è sinonimo di gioia. Gli autori dei bestiari amano ricordare che fu un gallo ad accompagnare con il suo verso, per ben tre volte, il rinnegamento di san Pietro.
Nei bestiari, la Bibbia è citata a ogni piè sospinto. E gli animali, in effetti, sono onnipresenti nelle Sacre Scritture, specie nell’Antico Testamento; tutti i testi biblici ne parlano, sia direttamente, sia sotto forma di metafore o di paragoni.
Fra quelli che svolgono un ruolo di primo piano, alcuni sono diventati, nel Medioevo, vere e proprie «stelle», e a questo titolo vengono spesso proposti sia dal testo che dalle immagini: il serpente della Genesi; il corvo e la colomba dell’arca; il montone sacrificato al posto di Isacco; il vitello d’oro e il serpente di bronzo; l’asina di Balaam; il leone abbattuto da Sansone; l’orso e il leone sconfitti dal giovane Davide per proteggere le sue pecore; il cinghiale che devasta le vigne del Signore; il pesce e il cane di Tobia; i corvi di Elia; l’orsa di Eliseo; i leoni di Daniele; la balena di Giona. A questo elenco, peraltro molto incompleto, si aggiungono gli animali del Nuovo Testamento: in primo luogo l’agnello del Salvatore e la colomba dello Spirito Santo, ma anche il bue e l’asino della Natività; l’asino della fuga in Egitto; l’asina dell’entrata in Gerusalemme; il pesce trafugato da Giuda; il gallo del rinnegamento; i quattro cavalli, il drago e le bestie dell’Apocalisse. Tutti, direttamente o indirettamente, trovano un’eco e degli epigoni nei bestiari medievali.

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Evoluzione di un genere.

L’antenato dei bestiari è un testo allegorico, scritto in greco, ad Alessandria, verso la fine del II secolo d. C. Ben presto tradotto in latino, fu intitolato Physiologus («Il naturalista»). Questo primitivo testo, che ha dato origine a tutti gli altri, descrive le proprietà ed enuncia la simbologia di una quarantina di specie animali (quadrupedi, uccelli, serpenti) e di alcune pietre particolarmente interessanti. Successivamente, su questo primitivo nucleo andarono a innestarsi altri testi presi in prestito dai Padri della Chiesa, in particolare Ambrogio e Agostino, nonché parecchi estratti della Storia naturale di Plinio (I secolo), della Collectanea rerum memorabilium («Raccolta di cose memorabili») del suo compendiatore Solino (III secolo), e delle Etimologie di Isidoro di Siviglia (VII secolo), tre opere fondamentali per la cultura occidentale. Qualcosa fu attinta anche dalla letteratura medica, specialmente dalle opere di Dioscoride (I secolo) e soprattutto di Galeno (II secolo).
Tutte queste stratificazioni successive diedero vita a un particolare genere di libro a cui, già da prima dell’anno Mille, fu dato il nome di Bestiarium («Libro delle bestie»). Dietro un’apparente unità – l’animale è sempre al centro del discorso – si nasconde, di fatto, una nutrita varietà di argomentazioni e classificazioni, tanto più che con il passare dei secoli e dei decenni nuove fonti e nuovi sviluppi si aggiungono alle compilazioni più antiche. Alcuni autori propongono addirittura svariate traduzioni in versi del Physiologus latino. In Italia, nell’XI e nel XII secolo, queste riscritture furono particolarmente in auge nei monasteri. Più tardi, nel XIII secolo, tornò alla ribalta Aristotele, del quale si andavano riscoprendo, in varie fasi e attraverso le traduzioni in arabo, i testi sulla storia, la procreazione e l’anatomia degli animali. Numerosi passi delle sue opere, accompagnati o meno dai commenti di Avicenna, furono progressivamente inseriti nei testi di diversi bestiari e, soprattutto, delle enciclopedie.
Tutti questi rimaneggiamenti hanno indotto gli studiosi moderni a distinguere nei bestiari latini, i cui testi non hanno mai smesso di arricchirsi nel corso del Medioevo, numerose famiglie, branche e sottobranche. A seconda dei criteri di classificazione adottati, dell’entità dei testi presi in prestito a Plinio o a Isidoro, dell’influenza più o meno forte dei Padri, della quantità di animali considerati, se cioè tutti o solo alcuni di essi (quadrupedi, uccelli, pesci, serpenti, «mostri»), si parla di tale famiglia, di tale branca, di tale tradizione. Non è questa la sede per illustrare queste labili tipologie, peraltro continuamente rivedute e causa di discussioni a volte piuttosto sterili.
Vale invece la pena di sottolineare che fin dall’età carolingia il contenuto dei bestiari latini esercita il suo peso e invade altre categorie di opere, in particolare le enciclopedie. Più o meno estese, queste ultime hanno sempre dedicato ampio spazio agli animali – come già succedeva nelle enciclopedie antiche -, uno spazio che però continua ad aumentare con il passare dei secoli, al punto da diventare preponderante, arrivando a occupare, nel XIII secolo, i due terzi, se non i tre quarti della trattazione nelle grandi opere enciclopediche, quali il Liber de natura rerum del domenicano Tommaso di Cantimpré, scritto in due versioni tra il 1228 e il 1244. Perciò, oggi è impossibile studiare i bestiari latini del Medioevo senza studiare anche le enciclopedie: i due generi sono inseparabili, tanto che certe sezioni enciclopediche hanno in qualche caso un’esistenza autonoma e vengono chiamate, a loro volta, «bestiari».
Sempre precocemente il testo latino dei primi bestiari venne tradotto e adattato nelle lingue volgari: tedesco antico, anglosassone, anglonormanno, antico e medio francese, norreno, medio e alto tedesco, medio olandese; poi toscano, veneziano, galiziano, catalano. Il termine francese bestiaire appare per la prima volta all’inizio del XII secolo, sotto la penna di un monaco anglonormanno, Philippe de Thaùn, legato alla corte del re d’Inghilterra Enrico I Beauclerc. Il suo Bestiaire in versi, composto tra il 1121 e il 1130, comprende trentotto capitoli, la metà circa dei quali dedicati agli uccelli. Questo autore, pioniere nel campo di quella che si potrebbe chiamare «divulgazione scientifica», scrisse anche due lapidari – l’equivalente dei bestiari per le pietre -: in uno descrive le proprietà di un gran numero di minerali; nell’altro, fortemente allegorico, si limita alle dodici pietre preziose che l’Apocalisse presenta come le fondamenta della Gerusalemme celeste.
A partire dal XIII secolo aumentano gli autori di bestiari in volgare che preferiscono la prosa: Pierre de Beauvais, monaco poligrafo appartenente alla cerchia del casato comitale di Dreux, è uno dei primi. All’inizio del secolo scrive un bestiario francese in prosa, relativamente breve (trentotto capitoli), di cui egli stesso o uno dei suoi imitatori fornisce circa trent’anni dopo una versione più lunga (settantuno capitoli). Fin dal prologo, Pierre propone al lettore una definizione di questo genere di testi:
Qui comincia il libro chiamato Bestiario, così chiamato perché parla delle nature delle bestie.
Il Bestiario attribuito a Pierre de Beauvais viene imitato, adattato, maneggiato da vari autori nel corso di tre quattro generazioni. La riscrittura più significativa, che ebbe un successo considerevole, si deve a Richart de Fornival, monaco erudito e bibliofilo, la cui biblioteca personale costituisce il nucleo più antico della biblioteca della Sorbona;
la sua vasta opera, in latino e in francese, affronta le tematiche più svariate. Ispirandosi ai modelli proposti dai suoi predecessori, Richard redige, verso la metà del secolo, un nuovo tipo di bestiario, il Bestiaire d’Amours. Si tratta davvero di un’opera originale, molto diversa dai testi precedenti. Più che insegnamenti morali religiosi, l’autore ricava dalle caratteristiche degli animali considerazioni sull’amore e sulla strategia amorosa: come conquistare la dama, come conservarne l’amore, gli errori da non fare; oppure, al contrario, come resistere al suo fascino, come non diventare vittima della sua incostanza e dei suoi capricci. A ogni singola «proprietà» di un dato animale corrispondono uno o più «casi» esemplari di comportamento amoroso, sia maschile che femminile. Per questo, alcuni animali compaiono più volte, e la casistica dell’amor cortese, ancora molto in voga a metà del XIII secolo, viene sviscerata fino in fondo. Nel brano che segue la donna amata è paragonata a un lupo (!) e l’autore sottolinea l’importanza, nella conquista amorosa, di non dichiararsi mai per primi. Il poeta si rivolge alla dama del suo cuore e le dice: La natura del lupo è tale per cui, quando un uomo lo vede prima che esso veda l’uomo, il lupo perde tutta la sua forza e il suo ardimento; ma se il lupo vede l’uomo per primo, questi perde la voce, tanto che non può dire una parola.
Questa natura si ritrova nell’amore fra l’uomo e la donna. Infatti quando vi è amore fra loro due, se l’uomo riesce ad accorgersi per primo, dal comportamento della donna stessa, che essa lo ama ed è capace di farglielo riconoscere, essa perde la forza di negargli il suo amore. Ma siccome io non sono riuscito a dominarmi e a trattenermi dal rivelarvi i miei sentimenti prima di sapere alcunché dei vostri, voi mi avete respinto. E dal momento che io sono stato visto per primo, conformemente alla natura del lupo devo perdere la voce10.
Il Bestiaire d’Amours di Richart de Fornival ebbe numerosi imitatori e diversi adattamenti. Alcuni lo riscrissero in versi, altri lo tradussero in varie lingue, altri ancora ne proposero interpretazioni differenti, basate su una casistica rinnovata o su considerazioni amorose più benevole nei confronti delle donne. Nei testi di Richart, queste ultime sono infatti spesso frivole e incostanti, a volte insensibili e crudeli. Il poeta è vittima dei loro capricci, della loro freddezza o della loro infedeltà e si lamenta dell’amore, «che così ondeggia».
Conosciamo il contenuto del Bestiaire d’Amours grazie a diciassette manoscritti, quattordici dei quali miniati. Da questo punto di vista, l’opera è fedele alla tradizione dei bestiari, il cui testo, in latino o in volgare, è spesso accompagnato da immagini.

PER APPROFONDIRE

 

liocorno

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