10-11 gennaio 49 a.C.: Alea iacta est

Gian Enrico Manzoni, Quando Cesare varcò il Rubicone, “Giornale di Brescia”, 8 e 9 gennaio 2005

Nella notte tra il 10 e l’11 gennaio del 49 a.C. Cesare attraversava il Rubicone, un fiumiciattolo dell’attuale Romagna, dando così avvio alla guerra civile che l’avrebbe contrapposto al Senato e a Pompeo. Sono trascorsi dunque 2055 anni da quella notte, quando cinque sole coorti, cioè un nucleo ridotto delle legioni di cui Cesare disponeva, entravano illegalmente nel pomerium, cioè all’interno dello Stato romano vero e proprio, dove non era consentito portare truppe in armi. Il celebre grido del comandante che dava inizio all’operazione, Alea iacta est, il dado è tratto, significava l’avvio di un processo che poneva Cesare fuori dalla legalità e lo portava allo scontro con le istituzioni, sulle quali solo con la forza delle armi si sarebbe imposto. In realtà, scrive lo storico Luciano Canfora ne Il dittatore democratico, una monografia dedicata a Cesare, la frase probabilmente fu Alea iacta esto, cioè con l’imperativo futuro con valore esortativo: Il dado sia tratto, lanciamo il dado! Ci conferma questa dizione il confronto col racconto greco di quegli avvenimenti, così come lo possiamo leggere in Plutarco, nella Vita di Cesare e in quella di Pompeo. Nella forma greca quelle parole costituivano una frase proverbiale, che possiamo trovare anche nei frammenti delle commedie di Menandro: la si pronunciava, quando ci si metteva in gioco per un’azione rischiosa, rompendo gli indugi precedenti.
Proviamo ora a spiegare gli antefatti di quella notte, per capire il significato politico e giuridico del gesto compiuto. Cesare avrebbe dovuto licenziare l’esercito di cui disponeva, e che era reduce dalla campagna di Gallia, perché era vietato entrare con l’esercito all’interno dell’Italia: i confini settentrionali erano segnati dal Rubicone verso l’Adriatico e dall’Arno verso il Tirreno. A nord dell’Italia vera e propria di allora c’erano le province, come la Gallia Cisalpina, dove noi ora viviamo: cioè zone al di fuori del pomerium. Il fatto è che Cesare non aveva alcuna intenzione di congedare le sue truppe, delle quali aveva bisogno come base del potere personale che stava costituendo: però aveva anche bisogno di presentarsi candidato alla carica di console per l’anno successivo, cioè per il 48. E per questo occorreva recarsi personalmente a Roma, in base a una legge varata nel 63 da Cicerone console; legge che poi era stata ribadita da una legge di Pompeo del 51, che comportava la necessità della presenza dei candidati a Roma, nel periodo preelettorale.  Ma Cesare nell’anno precedente, cioè nel 52 a.C., aveva ottenuto un successo giuridico di segno opposto: era accaduto infatti che i tribuni della plebe fossero riusciti ad approvare un plebiscito che autorizzava nominalmente proprio Cesare a presentare la sua candidatura anche se assente.  Il vincitore della guerra gallica aveva fatto bene i suoi conti, con una strategia che muoveva a partire dall’anno 55, quando, ancora impegnato oltre le Alpi, si era fatto prorogare il potere da proconsole per altri cinque anni, a partire dal successivo. L’aveva fatto solo per allungare il periodo di detenzione di una carica, o per garantirsi politicamente da qualche insidia? La risposta degli storici è priva di dubbi: il potere proconsolare serviva a renderlo inattaccabile in tribunale, dove i suoi avversari da anni cercavano di portarlo per le irregolarità commesse durante il primo consolato, quello del 59. In quell’anno, varie e ripetute erano state le violazioni del diritto compiute da Cesare, ormai forte del potere di cui disponeva e delle ricchezze familiari e personali accumulate. Perciò Catone e altri senatori avversari aspettavano il giorno in cui fosse scaduto di carica per citarlo in giudizio.  Cesare era coperto dall’immunità, come abbiamo visto, valevole fino all’inizio dell’anno 49;  contemporaneamente egli aspettava che trascorressero i dieci anni previsti dalla legge,  prima di ripresentarsi candidato al consolato; e, visto che era stato console nel 59, i dieci anni scadevano appunto col 49.  Dunque egli poteva candidarsi a console per l’anno 48, ma la sua presenza a Roma da privato cittadino l’avrebbe esposto al rischio di essere processato proprio durante quell’anno 49. Mantenere le truppe, evidentemente, lo salvaguardava dal rischio di un arresto; perciò Cesare decise di porsi fuori della legalità: copriva, col potere che gli derivava dalle cariche, le illegalità precedenti.

Jean Fouquet, Cesare attraversa il Rubicone, XV secolo

II – Uno squillo di tromba al Rubicone
Abbiamo visto che la decisione di Cesare  di entrare con le truppe in armi nei confini dell’antica Italia equivaleva a una clamorosa uscita dalla legalità repubblicana. Tuttavia il futuro dittatore tentò nell’inverno tra il 50 e il 49 di non giungere a questo passo: la condizione era di trovare adeguata risposta dall’altra parte, ove però Pompeo non rappresentava il più ostinato dei suoi avversari. I nemici veri di Cesare, in un Senato che in maggioranza gli era ostile, si trovavano in Catone, Cecilio Metello Scipione, nuovo suocero di Pompeo dopo la morte di Giulia figlia di Cesare,  e nei nuovi consoli eletti per il 49, cioè Claudio Marcello e Lentulo Crure. All’inizio dell’anno 49 Cesare scrisse da Ravenna (a nord del Rubicone, quindi fuori dal pomerium), ove si trovava in attesa degli eventi, una lettera al Senato di Roma, nella quale chiedeva che gli fosse mantenuto il privilegio di presentarsi candidato al consolato, anche se assente da Roma. Sappiamo che si trattava di un’eccezione, accordatagli grazie agli amici tribuni della plebe, perché la legge vietava le candidature in absentia. Se il Senato avesse accettato la sua proposta, probabilmente la guerra civile non sarebbe scoppiata. Invece, in una drammatica seduta del 7 gennaio,  la lettera di Cesare non venne neppure tenuta in considerazione. Cicerone era da poco rientrato a Roma dalla Cilicia e non ebbe parte di rilievo nella seduta; ebbero il sopravvento invece i nemici giurati di Cesare, i quali impedirono ai tribuni come Antonio e Cassio Longino, amici di Cesare, di intercedere in suo favore. Alla fine della giornata del 7 gennaio il Senato emanò un decreto di emergenza, quello che si chiamava un senatus consultum ultimum: una decisione, cioè, che affidava ai consoli ogni potere straordinario per combattere un nemico pubblico, quale ormai Cesare appariva agli occhi del Senato. La sera di quel 7 gennaio i tribuni Antonio e Longino, sentendosi in pericolo per la loro incolumità personale, abbandonarono di nascosto Roma e risalirono la Penisola, per congiungersi con Cesare a Ravenna. Ma il vincitore della Gallia non stava attendendo inerte gli avvenimenti. Prima ancora di incontrare i tribuni suoi fedeli, Cesare aveva saputo della seduta del Senato e della fuga dei tribuni da Roma. Decise così di interpretare l’episodio come una loro cacciata: cioè come un atto di violenza politica nei confronti di uomini delle istituzioni, insigniti di una carica pubblica. Perciò aveva deciso di muoversi, sfruttando le minacce ai tribuni come pretesto per dimostrare che l’illegalità non era dalla sua, ma dall’altra parte: la violenza politica contro Antonio e Longino era solo l’ultimo atto di un più generale accanimento nei suoi confronti, che conosceva manifestazioni diverse. Quando calò il buio della sera tra il 10 e l’11 gennaio, Cesare si avvicinò con un carro alla linea del Rubicone, dove cinque coorti lo attendevano per il passaggio. Le altre legioni rimanevano per il momento ferme, in attesa degli ordini. Ma sbagliò strada nell’avvicinamento al fiume: errò tutta la notte, finché faticosamente ritrovò le truppe appostate; ma era dubbioso, insieme a quelle,  sul da farsi. Un episodio imprevisto avrebbe però sbloccato gli eventi. Mentre regnava l’incertezza generale, si fece avanti un uomo di statura imponente, un gigantesco Gallo che prestava servizio nell’esercito. Plutarco racconta che quello si sedette accanto ai capi perplessi e incominciò a suonare il flauto, mentre si radunavano intorno persone ad ascoltarlo. Tra questi c’erano anche alcuni trombettieri, a uno dei quali il Gallo improvvisamente strappò la tromba e, suonando a pieni polmoni, diede il segnale di battaglia: contemporaneamente si lanciò di corsa verso l’altra riva del Rubicone, incitando gli altri a seguirlo. Fu a questo punto che Cesare si risolse dopo i tentennamenti precedenti e, sfruttando il momento di eccitazione collettiva, pronunciò la famosa frase  Alea iacta esto, con la quale dava il via al passaggio e, insieme, alla guerra civile.

SVETONI TRANQVILII

VITA DIVI IVLI

[31] Cum ergo sublatam tribunorum intercessionem ipsosque urbe cessisse nuntiatum esset, praemissis confestim clam cohortibus, ne qua suspicio moueretur, et spectaculo publico per dissimulationem interfuit et formam, qua ludum gladiatorium erat aedificaturus, considerauit et ex consuetudine conuiuio se frequenti dedit.  Dein post solis occasum mulis e proximo pistrino ad uehiculum iunctis occultissimum iter modico comitatu ingressus est; et cum luminibus extinctis decessisset uia, diu errabundus tandem ad lucem duce reperto per angustissimos tramites pedibus euasit.  Consecutusque cohortis ad Rubiconem flumen, qui prouinciae eius finis erat,  paulum constitit, ac reputans quantum moliretur, conuersus ad proximos: ‘Etiam nunc,’ inquit, ‘regredi possumus; quod si ponticulum transierimus, omnia armis agenda erunt.’
[32] Cunctanti ostentum tale factum est.  Quidam eximia magnitudine et forma in proximo sedens repente apparuit harundine canens; ad quem audiendum cum praeter pastores plurimi etiam ex stationibus milites concurrissent interque eos et aeneatores, rapta ab uno tuba prosiliuit ad flumen et ingenti spiritu classicum exorsus pertendit ad alteram ripam. Tunc Caesar: ‘Eatur,’ inquit, ‘quo deorum ostenta et inimicorum iniquitas vocat.
[33] Iacta alea est,’ inquit. atque ita traiecto exercitu, adhibitis tribunis plebis, qui pulsi superuenerant, pro contione fidem militum flens ac ueste a pectore discissa inuocauit. existimatur etiam equestres census pollicitus singulis; quod accidit opinione falsa. nam cum in adloquendo adhortandoque saepius digitum laeuae manus ostentans adfirmaret se ad satis faciendum omnibus, per quos dignitatem suam defensurus esset, anulum quoque aequo animo detracturum sibi, extrema contio, cui facilius erat uidere contionantem quam audire, pro dicto accepit, quod uisu suspicabatur; promissumque ius anulorum cum milibus quadringenis fama distulit.

PLUTARCO, Vita di Cesare (Vite parallele, Alessandro e Cesare, Rizzoli, Milano 1987), capitolo 32, 4-9:

Quando giunse al fiume che segna il confine tra la Cisalpina e il resto d’Italia (si tratta  del Rubicone) e gli venne fatto di riflettere, dato che era più vicino al pericolo ed era  turbato dalla grandezza dell’impresa che stava per compiere, moderò la corsa (si trovava  su un carro preso a nolo); poi si fermò, e in silenzio, a lungo, tra sé e sé meditò il pro e il  contro. In quel momento mutò spessissimo parere ed esaminò molti problemi con gli  amici presenti, tra i quali era anche Asinio Pollione: rifletteva sull’entità dei mali cui  avrebbe dato origine per tutti gli uomini quel passaggio, e quanta fama ne avrebbe  lasciato ai posteri. Alla fine, con impulso, come se muovendo dal ragionamento si lanciasse verso il futuro, pronunciando questo che è un detto comune a chi si accinge a  un’impresa difficile e audace: «si getti il dado», si accinse ad attraversare il fiume e di lì in seguito, procedendo con grande velocità, prima di giorno si buttò su Rimini e la  conquistò.

Svetonio e Plutarco a confronto. CLICCA QUI.

Lucano,  Pharsalia, I, v.185-194

Ut ventum est parvi Rubiconis ad undas,
ingens visa duci patriae trepidantis imago
clara per obscuram voltu maestissima noctem
turrigero canos effundens vertice crines
caesarie lacera nudisque adstare lacertis
et gemitu permixta loqui: «Quo tenditis ultra?
Quo fertis mea signa, viri? Si iure venitis,
si cives, huc usque licet.» Tum perculit horror
membra ducis, riguere comae gressumque coercens
languor in extrema tenuit vestigia ripa.

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Where is the Rubicon? Three rivers in north-east Italy each claim to be the historical Rubicon
by HUGO GYE, The Daily Mail ,  8 August 2013

The Rubicon has been one of the world’s most famous rivers ever since Julius Caesar crossed it with his army in 49 BC and triggered a Roman civil war. But despite its prominent place in history, no one is actually sure where the river is, with three waterways each suggested as a possible candidate for the ancient Rubicon. Now the long-running historical battle is due to be settled for good, as three local historians present their cases at a mock trial in front of a judge. It is not disputed that the river runs from the Apennine mountains down to the Adriatic sea in the Emilia-Romagna region in north-east Italy.

‘Crossing the Rubicon’ has been a metaphor for an important and irreversible decision ever since Caesar took his army over the river from Gaul, starting a war against Pompey which would leave him victorious and pave the way for the Roman Empire. In recent years the phrase has been used by figures as diverse as David Cameron, who deployed it last year to warn of the dangers of Press regulation, and Mick Jagger, who sang it in the Rolling Stones’ 2005 single Streets of Love.

However, the river itself lost its political importance in the reign of Emperor Augustus, who abolished its status as Italy’s northern frontier, and for centuries it faded into relative obscurity. Due to frequent flooding of the plains around the Rubicon, the river frequently changed its course and it became unclear which of three waterways it was.

 Is this it? This bridge over the River Fiumicino is believed by some to have been the crossing used by Caesar

Is this it? This bridge over the River Fiumicino is believed by some to have been the crossing used by Caesar

 Renaissance historians considered the claims of the Pisciatello, Fiumicino and Uso rivers, and an ancient map called the Tabula Peutingeriana convinced many that the Fiumicino was the true Rubicon. 

In 1933, fascist dictator Benito Mussolini, who was intent on harnessing the country’s Roman legacy to bolster his own power, made this judgment official, issuing a decree which changed the name of the Fiumicino to the Rubicone.

 But on Saturday the debate start up again in the town of San Mauro Pascoli as three historians each press the case for their own local river, according to the Guardian. Journalist and former MP Giancarlo Mazzuca will insist that the question has already been answered, and that historians have long regarded the Fiumicino as the right answer. ‘This history is often overlooked due to the fact that the person who gave this order was Benito Mussolini,’ he wrote in a preview for the event.
Mystery: There are three main candidates for the location of the historical Rubicon
However, teacher Paolo Turroni will claim that the Pisciatello is the real Rubicon, pointing out that evidence from official maps and the works of the author Giovanni Boccaccio point towards it. ‘There was no definitive proof,’ he said. ‘The debate, which had been going on for centuries, was still open. ‘In reality, Mussolini had political reasons for doing what he did.’ The case for the Uso will be presented by archaeologist Cristina Ravara Montebelli, who plans to rely on the presence of Roman ruins in the area as proof. The debate will be judge by Gianfranco Miro Gori, president of the local business association, who insists that the fiery arguments are all good-natured and have never undermined relations between neighbours.

You’re awful bright, you’re awful smart 
I must admit you broke my heart 
The awful truth is really sad 
I must admit I was awful bad 

While lovers laugh and music plays 
I stumble by and I hide my pain 
The lights are lit, the moon is gone 
I think I’ve crossed the Rubicon 

I walk the streets of love and they’re full of tears 
And I walk the streets of love and they’re full of fears […]

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