Che cos’è la poesia?

Risponde Valerio Magrelli.  Dalla A di “autore” alla Z di “zeppa”,  in 21 voci il poeta Valerio Magrelli  compone per i ragazzi e le ragazze da 9 a 90 anni  “un contromanuale” di poesia.  Clicca QUI per ascoltare.

Valerio Magrelli, La rivincita della poesia

Tanto vale arrendersi all’evidenza: rispetto all’ampio e ricco mondo delle lettere, la poesia cova nascosta, silenziosa, come una forza segreta e insurrezionale. È un contagio gioioso, sotterraneo, ciclicamente pronto a riemergere improvviso. E a quel punto, non c’ è vaccino che tenga. Rispetto al rutilante mondo dei romanzi, dei saggi, delle interviste o delle biografie, questo genere letterario sa rimanere per lungo tempo acquattato all’ombra del mercato, limitandosi a poche centinaia di copie vendute, salvo risorgere repentino e prepotente nei momenti più imprevisti. 
Intendiamoci: tutti scrivono, sempre e da sempre, poesie, ma, di solito, pochissimi le leggono. Tranne che in periodi eccezionali, dove la parola poetica riprende voce.
Fu il caso, per esempio, del secondo dopoguerra in Francia (con il successo di autori quali Éluard o Prévert), ma anche di questo terzo “dopoguerra economico” in Italia, che forse è ancora presto definire ottimisticamente concluso. Nei nostri ultimi anni dominati da bolle finanziarie e frodi, Pil e default, nei nostri ultimissimi, frenetici mesi, vissuti sotto la cappa dello spread, nessuno avrebbe pensato a una riscossa tanto sensazionale. Eppure cosi è stato, tanto che adesso non sembra eccessivo parlare di una vera e propria rivincita della poesia, in un’ era, e soprattutto in un linguaggio sovrastati e triturati dalla tecnica.
Il primo segnale è stato indubbiamente l’ inatteso, per molti sorprendente Premio Nobel della Letteratura assegnato all’opera in versi dello svedese Thomas Tranströmer. Le sue raccolte, tradotte e ristampate (il suo lavoro era ovviamente già ben noto ai catacombali circoli delle riviste e delle antologie), hanno raggiunto vendite considerevoli anche con un piccolo e raffinato editore come Crocetti. In un paese che se legge poco in genere, legge addirittura pochissima poesia, ventimila esemplari costituiscono un’autentica conquista. Una conquista tanto più meritata se si ricorda che Nicola Crocetti (oltre ad essere uno fra i maggiori traduttori dal greco) è anche l’editore della più diffusa rivista del ramo. Poesia costituisce infatti l’unica pubblicazione di questo tipo presente nelle edicole del paese e profondamente radicata nelle abitudini di chi legge “andando a capo”. Ma non è tutto: a sancire l’urgenza di un bisogno come quello poetico, tanto impellente rispetto a un universo verbale dominato dall’angoscia dei numeri o dei termini finanziari, e soffocato dall’insignificanza o dall’inaffidabilità, è giunta la morte di una scrittrice amatissima anche dal grande pubblico.
Anche lei del Nord Europa, anche lei Premio Nobel della Letteratura, la polacca Wislawa Szymborska ha ben presto superato la barriera di un nome per noi impronunciabile, grazie a una serie di letture pubbliche seguite da migliaia di ascoltatori da Bologna a Catania. E mentre l’Istituto Polacco di Roma la celebrava con il ricordo di poeti e traduttori (da Antonella Anedda a Luigi Marinelli), una sua scelta di liriche per l’editore Adelphi ha raggiunto rapidamente l’ottava edizione. La lettura che ne ha proposto in televisione Roberto Saviano, poi, ha funzionato da detonatore, consentendo a quel libro di toccare le sessantamila copie di vendita, come ricordava ieri Calasso proprio su Repubblica. Sia chiaro, non si tratta affatto di una contraddizione: insistere sul successo di mercato è importante e giusto, perché la poesia vive attraverso i suoi lettori. Insomma, occorre rifiutare drasticamente l’equivoco secondo cui essa corrisponderebbe a una forma di espressione di tipo ristretto o elitario.
C’è una forza tranquilla e immediata nei versi della Szymborska quando dice, in Curriculum, «A prescindere da quanto si è vissuto il curriculum dovrebbe essere breve». Una forza che è tale perché quei versi sembrano di oggi, per l’ oggi, dove tutto è così precario.
Amare la poesia rispetto alla prosa, equivale a preferire gli scacchi alla dama. Si tratta di un “gioco” più complesso, certo, ma non per questo più aristocratico (basterebbe chiederlo alle decine di milioni di scacchisti russi). Ci sono poeti per tutti i gusti, come succede con i romanzi. Ma è vero che la parola poetica suggerisce e può illuminare proprio per la sua brevità. E questa sembra essere diventata la sua forza.
La poesia, diceva Zanzotto, ha l’istantaneità del pixel televisivo, dato che il suo movimento si realizza su quel piccolo telaio di sillabe che è il metro. Ecco perché, di sua natura, si rivela portatile, veloce, trasmissibile. Al pari di una staffetta, infatti, i versi passano di mano in mano, di display in display. Da questo punto di vista, non è un caso che un nuovo, fertilissimo terreno di coltura e ricerca si sia aperto grazie alle tecnologie come quelle offerte dagli sms, dalle bacheche di Facebook, dai blog (che spesso si aprono con intere schermate di versi, che evidentemente più di altre cose servono agli autori per esprimere emozioni e per svelare un’ identità intima da mostrare in pubblico) e, soprattutto, da Twitter. La rigorosissima struttura di questo codice comunicativo, i cui messaggi devono essere formulati in maniera tale da venire racchiusi in pochi caratteri, si presta perfettamente a una riscoperta del “canale” poetico e di una tradizione antica come quella degli haiku giapponesi, ora al centro di una vera e propria “moda”. Da qui una festosa, magari ingenua, ma vivacissima partecipazione di tanti ragazzi. Provate a fare un tecno-giro e vedrete quante citazioni di Valéry, Rimbaud, Eliot, Donne. La tendenza è anche quella dei baci perugina – una frase per prenderti l’ anima – è evidente. Ma è vero che in questo modo qualcosa si trasmette e qualche libro va riaperto, e sfogliato. Bel paradosso, una tradizione umanistica tanto profondamente legata al senso polveroso della scuola e dell’ insegnamento obbligatorio, si trasforma nella forma d’ espressione più immediata, spontanea, pulsante.
Così ha un effetto speciale quel che sta succedendo in questi giorni, dopo la scomparsa di Lucio Dalla. Sui social network rimbalzano i versi delle sue canzoni. E molti di quelli scelti sono stati scritti dal poeta Roberto Roversi e da Paola Pallottino.
Più in generale la morte di questo vero musicista, che nulla aveva ovviamente a che fare con la poesia in senso stretto, ci fa capire come una parola del genere possa acquisire un significato più ampio e comprensivo. Lucio Dalla faceva “poesia” perché conosceva la grazia suprema di certi gesti insieme gratuiti e imprescindibili, come giocare con un clarinetto o raccontare la storia di un Pollicino smarrito nel porto di Genova. Ma in fondo, a ben vedere, Pollicino non è forse l’ angelo custode della poesia? Lo diceva Zanzotto in un sonetto: chi legge i versi raccoglie le briciole che lo riportano a casa.
“La Repubblica”, 4 marzo 2012

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