Archivi del giorno: 13/10/2012

Che cos’è la poesia?

Risponde Valerio Magrelli.  Dalla A di “autore” alla Z di “zeppa”,  in 21 voci il poeta Valerio Magrelli  compone per i ragazzi e le ragazze da 9 a 90 anni  “un contromanuale” di poesia.  Clicca QUI per ascoltare.

Valerio Magrelli, La rivincita della poesia

Tanto vale arrendersi all’evidenza: rispetto all’ampio e ricco mondo delle lettere, la poesia cova nascosta, silenziosa, come una forza segreta e insurrezionale. È un contagio gioioso, sotterraneo, ciclicamente pronto a riemergere improvviso. E a quel punto, non c’ è vaccino che tenga. Rispetto al rutilante mondo dei romanzi, dei saggi, delle interviste o delle biografie, questo genere letterario sa rimanere per lungo tempo acquattato all’ombra del mercato, limitandosi a poche centinaia di copie vendute, salvo risorgere repentino e prepotente nei momenti più imprevisti. 
Intendiamoci: tutti scrivono, sempre e da sempre, poesie, ma, di solito, pochissimi le leggono. Tranne che in periodi eccezionali, dove la parola poetica riprende voce.
Fu il caso, per esempio, del secondo dopoguerra in Francia (con il successo di autori quali Éluard o Prévert), ma anche di questo terzo “dopoguerra economico” in Italia, che forse è ancora presto definire ottimisticamente concluso. Nei nostri ultimi anni dominati da bolle finanziarie e frodi, Pil e default, nei nostri ultimissimi, frenetici mesi, vissuti sotto la cappa dello spread, nessuno avrebbe pensato a una riscossa tanto sensazionale. Eppure cosi è stato, tanto che adesso non sembra eccessivo parlare di una vera e propria rivincita della poesia, in un’ era, e soprattutto in un linguaggio sovrastati e triturati dalla tecnica.
Il primo segnale è stato indubbiamente l’ inatteso, per molti sorprendente Premio Nobel della Letteratura assegnato all’opera in versi dello svedese Thomas Tranströmer. Le sue raccolte, tradotte e ristampate (il suo lavoro era ovviamente già ben noto ai catacombali circoli delle riviste e delle antologie), hanno raggiunto vendite considerevoli anche con un piccolo e raffinato editore come Crocetti. In un paese che se legge poco in genere, legge addirittura pochissima poesia, ventimila esemplari costituiscono un’autentica conquista. Una conquista tanto più meritata se si ricorda che Nicola Crocetti (oltre ad essere uno fra i maggiori traduttori dal greco) è anche l’editore della più diffusa rivista del ramo. Poesia costituisce infatti l’unica pubblicazione di questo tipo presente nelle edicole del paese e profondamente radicata nelle abitudini di chi legge “andando a capo”. Ma non è tutto: a sancire l’urgenza di un bisogno come quello poetico, tanto impellente rispetto a un universo verbale dominato dall’angoscia dei numeri o dei termini finanziari, e soffocato dall’insignificanza o dall’inaffidabilità, è giunta la morte di una scrittrice amatissima anche dal grande pubblico.
Anche lei del Nord Europa, anche lei Premio Nobel della Letteratura, la polacca Wislawa Szymborska ha ben presto superato la barriera di un nome per noi impronunciabile, grazie a una serie di letture pubbliche seguite da migliaia di ascoltatori da Bologna a Catania. E mentre l’Istituto Polacco di Roma la celebrava con il ricordo di poeti e traduttori (da Antonella Anedda a Luigi Marinelli), una sua scelta di liriche per l’editore Adelphi ha raggiunto rapidamente l’ottava edizione. La lettura che ne ha proposto in televisione Roberto Saviano, poi, ha funzionato da detonatore, consentendo a quel libro di toccare le sessantamila copie di vendita, come ricordava ieri Calasso proprio su Repubblica. Sia chiaro, non si tratta affatto di una contraddizione: insistere sul successo di mercato è importante e giusto, perché la poesia vive attraverso i suoi lettori. Insomma, occorre rifiutare drasticamente l’equivoco secondo cui essa corrisponderebbe a una forma di espressione di tipo ristretto o elitario.
C’è una forza tranquilla e immediata nei versi della Szymborska quando dice, in Curriculum, «A prescindere da quanto si è vissuto il curriculum dovrebbe essere breve». Una forza che è tale perché quei versi sembrano di oggi, per l’ oggi, dove tutto è così precario.
Amare la poesia rispetto alla prosa, equivale a preferire gli scacchi alla dama. Si tratta di un “gioco” più complesso, certo, ma non per questo più aristocratico (basterebbe chiederlo alle decine di milioni di scacchisti russi). Ci sono poeti per tutti i gusti, come succede con i romanzi. Ma è vero che la parola poetica suggerisce e può illuminare proprio per la sua brevità. E questa sembra essere diventata la sua forza.
La poesia, diceva Zanzotto, ha l’istantaneità del pixel televisivo, dato che il suo movimento si realizza su quel piccolo telaio di sillabe che è il metro. Ecco perché, di sua natura, si rivela portatile, veloce, trasmissibile. Al pari di una staffetta, infatti, i versi passano di mano in mano, di display in display. Da questo punto di vista, non è un caso che un nuovo, fertilissimo terreno di coltura e ricerca si sia aperto grazie alle tecnologie come quelle offerte dagli sms, dalle bacheche di Facebook, dai blog (che spesso si aprono con intere schermate di versi, che evidentemente più di altre cose servono agli autori per esprimere emozioni e per svelare un’ identità intima da mostrare in pubblico) e, soprattutto, da Twitter. La rigorosissima struttura di questo codice comunicativo, i cui messaggi devono essere formulati in maniera tale da venire racchiusi in pochi caratteri, si presta perfettamente a una riscoperta del “canale” poetico e di una tradizione antica come quella degli haiku giapponesi, ora al centro di una vera e propria “moda”. Da qui una festosa, magari ingenua, ma vivacissima partecipazione di tanti ragazzi. Provate a fare un tecno-giro e vedrete quante citazioni di Valéry, Rimbaud, Eliot, Donne. La tendenza è anche quella dei baci perugina – una frase per prenderti l’ anima – è evidente. Ma è vero che in questo modo qualcosa si trasmette e qualche libro va riaperto, e sfogliato. Bel paradosso, una tradizione umanistica tanto profondamente legata al senso polveroso della scuola e dell’ insegnamento obbligatorio, si trasforma nella forma d’ espressione più immediata, spontanea, pulsante.
Così ha un effetto speciale quel che sta succedendo in questi giorni, dopo la scomparsa di Lucio Dalla. Sui social network rimbalzano i versi delle sue canzoni. E molti di quelli scelti sono stati scritti dal poeta Roberto Roversi e da Paola Pallottino.
Più in generale la morte di questo vero musicista, che nulla aveva ovviamente a che fare con la poesia in senso stretto, ci fa capire come una parola del genere possa acquisire un significato più ampio e comprensivo. Lucio Dalla faceva “poesia” perché conosceva la grazia suprema di certi gesti insieme gratuiti e imprescindibili, come giocare con un clarinetto o raccontare la storia di un Pollicino smarrito nel porto di Genova. Ma in fondo, a ben vedere, Pollicino non è forse l’ angelo custode della poesia? Lo diceva Zanzotto in un sonetto: chi legge i versi raccoglie le briciole che lo riportano a casa.
“La Repubblica”, 4 marzo 2012

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Umberto Eco, Quaranta consigli di scrittura

  1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.
  2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.
  3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.
  4. Esprimiti siccome ti nutri.
  5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.
  6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.
  7. Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione.
  8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.
  9. Non generalizzare mai.
  10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.
  11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.”
  12. I paragoni sono come le frasi fatte.
  13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).
  14. Solo gli stronzi usano parole volgari.
  15. Sii sempre più o meno specifico.
  16. L’iperbole è la più straordinaria delle tecniche espressive.
  17. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.
  18. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.
  19. Metti, le virgole, al posto giusto.
  20. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.
  21. Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso el tacòn del buso.
  22. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.
  23. C’è davvero bisogno di domande retoriche?
  24. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe — o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento — affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.
  25. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.
  26. Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.
  27. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!
  28. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.
  29. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.
  30. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo,l’autore del 5 maggio.
  31. All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).
  32. Cura puntiliosamente l’ortograffia.
  33. Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.
  34. Non andare troppo sovente a capo.
    Almeno, non quando non serve.
  35. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.
  36. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.
  37. Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.
  38. Non indulgere ad arcaismi, hapax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differenza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competenze cognitive del destinatario.
  39. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.
  40. Una frase compiuta deve avere.

Umberto Eco, La Bustina di Minerva, Bompiani 2000

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Decalogo di scrittura

MARIA CORTI

 Dieci regole per “vendere” bene qualche idea senza offendere la grammatica o l’ortografia

1.
Onora la punteggiatura. Come i segnali stradali, i segni di interpunzione danno istruzioni sul percorso di lettura: sosta, sosta vietata, limiti di velocità. La virgola è il segno più usato, indicante pausa o separazione, ma non il più facile: non separare il soggetto dal predicato con una virgola. Mentre una virgola separa, due congiungono (Il padre, arrivato, telefonò). Il punto e virgola separa non due parole come la virgola, ma due frasi e in modo più debole del punto (Era un buon oratore; tutti lo ascoltavano con piacere). I due punti precedono il discorso diretto (Disse: “Vieni”) o sostituiscono i connettivi, poiché, cioè, tanto che ecc. (Ho interrotto quel libro: non mi piaceva).

2.
Qualche consiglio sull’ortografia o scrittura corretta: il gruppo sce non richiede la i (conoscenza) salvo in scienza e coscienza e derivati. Il gruppo gn non richiede la i se seguito dalle vocali a, e, o, u (le castagne). Gli aggettivi in -are hanno il sostantivo in -ità (complementare, complementarità; interdisciplinare, interdisciplinarietà); quelli in -ario o -orio lo hanno in ietà (contraddittorio, contraddittorietà).

3.
Separare bene le sillabe se si va a capo: paz-zia, ac-qua, ma se la prima delle consonanti è a: va-stità, co-stretto; se la seconda è r o l: qua-dro, sca-gliare; così anche co-gnato.

4.
Non dimenticare nella copiatura l’accento sulle parole ossitone (idoneità); accentare i monosillabi solo se hanno due significati (da congiunzione, ma dà voce verbale; la articolo, ma là avverbio ecc.). Quindi non accentare qui e qua. Richiede accento sé pronome, ma non se stesso.

5.
Non apostrofare bel, tal, qual ecc., ma gli imperativi di seconda persona (da’ per dai, fa’ per fai ecc.) e po’, mo’, (a mo’ di attore; un po’ di fiori).

6.
Diverse sono le forme di sviluppo di un tema, a seconda che sia storico, letterario, di attualità; ogni tipo richiede una fase preliminare di riflessione e di raccolta di idee e dati.

7.
Prima di costruire il testo scritto si deve decidere quali sono le cose da dire e l’ordine in cui vanno dette; non basta cioè avere delle idee, ma bisogna organizzarle e scegliere un “punto di vista”. È consigliabile perciò qualche preliminare appunto in forma di scaletta o schema logico, perché il tema risulti coerente nel suo svolgimento.

8.
Quando si svolge un tema, si vuole persuadere il lettore della validità di quello che si scrive; affinché ciò avvenga, si deve applicare, sia pure in modo semplice la tecnica dell’argomentazione. Si scelgono gli argomenti che giustificano la propria tesi (letteraria, storica, sociale) e si cerca di confutare le opinioni contrarie. Dopo di che si tirano le conclusioni.

9.
La capacità di ragionamento di un giovane risulterà dalla fusione di elementi argomentativi con dati informativi; i soli dati informativi (o nozionistici, come si suol dire) provano la diligenza della preparazione, ma non la maturità dell’intelligenza.

10.
Una volta steso il tema, risultano utili due operazioni: la prima è una attenta rilettura in funzione di punteggiatura e ortografia. La seconda è la revisione stilistica: lo studente deve fare in piccolo quello che in grande fa ogni scrittore, ripulire la pagina migliorando la scelta dei vocaboli, delle immagini, evitando ripetizioni o rime (in italiano è facile fare delle rime!), insomma esercitando un attento controllo sulla propria scrittura.

Fonte: Maria Corti, Onora il punto, la virgola e i due punti. Dieci regole per “vendere” bene qualche idea senza offendere la grammatica o l’ortografia, “La Repubblica”.

Maria Corti (1915-2002) è stata una delle figure centrali della cultura del Novecento: critica, filologa, teorica della letteratura, narratrice.

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