A scuola in Gran Bretagna

C. Soffici, Niente scuola, siamo inglesi, “Il Sole 24 Ore”,

30 settembre 2012

Si dice che solo i treni hanno la strada segnata. Pure certi esseri umani hanno la strada segnata. I bambini inglesi, per esempio, hanno la strada più segnata di quelli italiani. Un’affermazione del genere nella culla della democrazia e della meritocrazia potrebbe sembrare un paradosso. Ma non è così. Il figlio di un idraulico di Tottenham ha meno probabilità di essere ammesso a Oxford di quante ne ha il figlio di un idraulico di Canicattì di entrare alla Bocconi.
Quello della scuola inglese è un mito da sfatare: solo un certo provincialismo italico ci fa pensare che sia un modello imbattibile e da imitare. Non parliamo qui dei curricula e della didattica, ma del sistema scolastico. L’eccellenza inglese molto probabilmente è migliore dell’eccellenza italiana, perché è una scuola più moderna nei contenuti e più agile nei metodi di apprendimento. Ma nel Regno Unito l’istruzione d’eccellenza è quella privata. Nella pubblica il livello è così basso che ogni anno si moltiplicano gli appelli e le campagne per la scolarizzazione: un bambino di 11 anni che esce dalla primaria pubblica ha lo stesso livello di preparazione di un bambino di 7/8 anni della privata. Molti non sono neppure in grado di leggere un libro per intero. E il gap aumenta con il passare ai gradi successivi dell’istruzione. In Gran Bretagna l’istruzione di qualità è un privilegio riservato a pochi e la scuola pubblica non riesce a tenere il passo.
Mentre in Italia lo studio è un diritto garantito a tutti, indistintamente da reddito e classe sociale di appartenenza. Ogni inizio di anno scolastico si assiste a un piagnisteo generale. Sono tante le cose che mancano: spesso anche la carta igienica, per non parlare di aule, soldi, insegnanti, lingue straniere, lavagne elettroniche, computer, eccetera. Chi si lamenta dovrebbe però tenere presente che, nonostante tutte le sue imperfezioni e magagne, la nostra scuola pubblica è un bene unico che all’estero ci invidiano.
È proprio di questi giorni la notizia di una riforma, la più radicale degli ultimi 20 anni hanno scritto i giornali inglesi. Di radicale però ha ben poco, se non il cambio del nome: gli esami non si chiameranno più Gcse (General Certificate of Secondary Education) ma English Baccalaureate. La sostanza di fatto rimane la stessa e i numeri inglesi raccontano una realtà scandalosa: fra i 100 migliori licei nel Regno Unito, 87 sono scuole private e solo 13 pubbliche. Questi 100 migliori licei rappresentano il 3 per cento del totale dei 3.167 istituti superiori britannici. Ma non basta: un terzo delle ammissioni a Oxford e Cambridge, le due migliori università del regno e le migliori europee nella top ten internazionale, vengono proprio da queste 100 scuole. I bambini con la strada segnata che passano da qui sono dei treni super rapidi, con diritto di precedenza acquisito per censo rispetto ai torpedoni dei pendolari, carichi di figli della working class che non può permettersi le rette proibitive dell’educazione privata. Fuori di metafora, la migliore istruzione è riservata alle classi privilegiate e non c’è una pari opportunità di accesso all’istruzione.
Ecco un altro grappolo di numeri che fanno riflettere: negli ultimi tre anni cinque super scuole da sole hanno mandato a Oxbridge (Oxford e Cambridge) più studenti che altri 2.000 istituti meno blasonati tutti messi insieme. Di queste cinque super scuole, quattro sono private (Eton, St Paul’s, Westminster e St Paul’s Girls). La retta di Eton (che è la boarding school più esclusiva del Regno) è sulle 35mila sterline l’anno, 40mila euro. Le altre sono day school di Londra, con tasse scolastiche variabili dalle 19mila alle 25mila sterline annue (da 23mila a 30mila); sport, musica e attività extracurriculari esclusi.
Ma l’elenco delle imperfezioni del sistema scolastico inglese non finisce qui.
Un buono studente con il massimo dei voti alla maturità ha il 58 per cento di entrare in una delle 30 migliori università britanniche se proviene da una scuola statale, mentre con gli stessi voti ha il 78 % di probabilità se proviene da una scuola privata: il binario è già segnato dalle scuole d’infanzia.
Per concludere la nostra metafora dei treni è interessante conoscere anche la destinazione finale. Solo il 7 per cento degli studenti inglesi frequenta una scuola privata. Ma il 68 per cento dei barrister (i grandi avvocati), il 54 per cento dei giornalisti, il 42 per cento dei politici, il 54 per cento dei grandi manager e il 68 per cento dei giudici dell’Alta Corte hanno ricevuto una istruzione privata. La scuola non è aperta, non garantisce mobilità sociale e non è meritocratica. Esistono le eccezioni che confermano la regola. La scrittrice anglo caraibica Zadie Smith, per esempio, ce l’ha fatta. È entrata al King’s College di Cambridge provenendo dalle scuole statali del Brent, sobborgo multietnico e popolare a Nord Ovest di Londra. Un’eccezione che fa notizia, infatti. Come gli altri casi di personaggi educati pubblicamente che diventano famosi o fanno carriera. Cosa faresti se fossi sindaco di Londra per un giorno, hanno chiesto recentemente a Zadie Smith? Ha risposto: «Fornirei gratuitamente consulenza educativa e orientamento alle famiglie che ne hanno bisogno. E cioè: spiegherei cosa devono chiedere ai professori; quale esame è il migliore per i loro figli; quali libri prendere in prestito dalla biblioteca; come iscriversi all’università; come passare i colloqui di ammissione e altre cose del genere». Non per niente Zadie Smith è impegnata in una battaglia per l’educazione pubblica e contro la chiusura delle biblioteche pubbliche di quartiere minacciate dall’austerity imposta dalla coppia Osborne-Cameron.

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